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mercoledì 5 novembre 2008

San Salvi / 23

sabato 25 ottobre 2008

San Salvi / 22

(Da La Repubblica di venerdì 24 ottobre, intervista al fotografo Gianni Berengo Gardin)
... come nel caso di un fotolibero famoso, Morire di classe, uscito nel '68 per Einaudi, del quale la mostra offre una scelta. Un libro sui manicomi. Nell'era della rivoluzione antipsichiatrica di Basaglia, che fece scoprire anche a una sinistra fin lì distratta la tragedia senza voce del disagio mentale: "Fu un'idea di Carla Cerati: voleva fare delle foto dei manicomi ma non se la sentì di andare da sola, mi chiese di accompagnarla, andai a condizione di poter lavorare anche io. Non volevamo fotografare la malattia ma la condizione dei malati di mente, l'abbandono di cui erano vittime, la negazione della loro identità: anche prima della legge 180,la vittoria di Basaglia, che nel '78 chiuse i manicomi, camicie di forza e letti di contezione erano vietati ma tutti li usavano. E nei manicomi c'era un sacco di gente fatta sparire dai servizi, dai familiari per un'eredità, o di cui oggi si direbbe solo che è esaurita. Tranne Gorizia, dove grazie a Basaglia il manicomio era già mezzo aperto, fu l'assemblea dei malati a darci il permesso, nel resto del paese vedemmo cose spaventose. San Salvi era un lager, il peggiore dell'alta Italia, mentre a Lucca Tobino disse solo "Non si può". La direzione di San Salvi ci proibì di entrare, ci riuscimmo di domenica: i malati ci fecero passare per parenti, con la complicità degli infermieri. La violenza che vedemmo ci scioccò a tal punto che una volta usciti corremmo alla stazione e salimmo su un treno senza saperne la meta. A volte il fotografo è più forte del soggetto, quella fu una di quelle in cui, al contrario, il soggetto è più forte di chi scatta.   

lunedì 20 ottobre 2008

San Salvi / 21

“San salvi in festa” dice la locandina in bianco e nero, e un sabato pomeriggio andiamo a curiosare, chi per la prima volta “tra le mura dello storico ex ospedale psichiatrico”, chi pronto a fotografare con grandi obiettivi e zoom, chi, come me, qui è di casa e vuol vedere un’altra città, in orari che non siano di ufficio.

Le foglie arancioni sopravvivono, alcune sugli alberi, molte in terra, e ci accolgono con  palloncini colorati e poca gente che chiacchiera sorridente.

All’ingresso della residenza sanitaria, su un tavolino, rimangono ancora i librettini di poesie della signora Angela. Oggi è aperto il centro La Tinaia e nelle stanze del laboratorio artistico un uomo alto fuma, ci guarda, sorride: è lui l’autore di alcuni quadri. Un altro sta piegato sul foglio e continua indifferente il suo lavoro. Le esposizioni di arte brut di questo centro girano dal 1975 in Italia e all’estero. Qualcuno chiede se si possono comprare quadri o sculture. Sì, ma solo se non girano troppi soldi. Alcuni artisti (del servizio di salute mentale del quartiere e della città) valgono migliaia di euro e diventa complicato acquistare.

Saliamo le scale seguendo una mostra fotografica. Su al primo piano, dove troviamo dolci, pizzette e bibite, i corridoi, lunghissimi, sono seminudi, i cartelli colorati sulle porte indicano il nome dell’ospite del miniappartamento. Sbirciamo dentro e anche le stanze sembrano spoglie, intravediamo le coperte a righe bianche e celesti da ospedale.

Scendiamo di nuovo giù. Alcune ragazze giovani passano il sabato pomeriggio tra i pazienti. Un bell’infermiere, in camice bianco e zoccoli celesti, fuma in giardino. Un malato s’arrabbia: “niente foto, niente foto! Non ho gli occhiali, vengo male”, mentre i più ci intimano: “una foto sola” (ma noi non la pubblichiamo, non possiamo chiedere se vogliono apparire in un blog). La poetessa si mette in posa e fa un gesto stile ballerina, con l’indice all’insù e la gamba piegata. Un'altra ospite è mezza sdraiata su una poltrona, tutta seria, non fa che grattarsi. “Bella festa, eh?” fa uno “che posto meraviglioso, è un bello stare, qui, eh? ma poi, che festa!” C’è il cinema al piano di sotto, il proiezionista annuncia i cortometraggi e i malati guardano e tacciono sulla loro sedia: una coccola una bambolina, uno è completamente piegato in avanti e non si sa se può vedere. La musica di sottofondo del cartone animato ci mette tristezza, e pensiamo a chi ha passato tutta la vita qui e non ha altre vite da giocarsi. Suor Cecilia, dentro da decenni, ancora sorride. Un uomo alto abbraccia un’infermiera. Due musicisti, in un grande stanzone vuoto, non si arrendono alla mancanza di pubblico e suonano canzoni moderne e ritmate. Piano piano la gente arriva e comincia a ballare.

Usciamo. Un signore fuori continua a girare in bici. Durante la settimana non si vede mai, ma il sabato, evidentemente, si scatena: decine di giri sui viali alberati. Continuiamo la nostra esplorazione lungo tutto l’anello dei viali di San Salvi e scattiamo qualche immagine prima che la città dentro la città si trasformi per sempre. Comincia a far buio, in lontananza si sentono rumoreggiare i tifosi della Viola. In quest’altro mondo, nell’ospedale, la festa continua.

lunedì 29 settembre 2008

San Salvi / 20

Sabato scorso, alla fine, qualcuno ha parlato di "stanze della memoria". Non proprio di "museo", come vado scrivendo io ai miei cinque lettori da mesi, ma è già qualcosa. (E' probabilissimo che non sia stato il primo, ma è davvero raro che se ne senta parlare). Lo ha scritto l'assessore Biagi del comune di Firenze in un articolo qui sopra riprodotto. (Per vedere meglio cliccate sull'immagine).
Comunque: queste righe mi rincuorano, benché il fatto che lo stesso assessore riponga speranza nella volontà dell'asl non mi rincuora granché.
Ritornerò sulla questione.

venerdì 26 settembre 2008

San Salvi / 19

In San Salvi/15 avevo scritto di una mail inviata a un'apposita casella di posta elettronica della ASL di Firenze. Chiedevo notizie sui progetti per San Salvi: archivio dell'ex-manicomio e eventuale museo. Tre mesi fa la mail. Non hanno risposto. Maleducati! D'altronde non sento neanche mai parlare di una cosa del genere. Non se ne fa cenno neanche nell'ultimo di tanti articoli che periodicamente vengono pubblicati sulle cronache locali dei quotidiani (La Nazione di ieri, 25 settembre)
Siccome periodicamente ho il dubbio di avere idee sballate (e la quasi totalità dei lettori del blog concorda) ho fatto un giro su internet per vedere che cosa fanno in altre città. E qualcosa hanno fatto. Perché a Firenze no?
Questo è ciò che ho trovato:
Museo del Manicomio San Servolo - Venezia
Museo Laboratorio della mente - Roma (Quartiere Monte Mario)
Colorno - Parma Archivio dell'ex ospedale psichiatrico
e proprio in questi giorni a Colorno...
Inaugurazione del Museo del manicomio a Palermo (dopo l'inaugurazione dev'esser sparito dalla circolazione perché non ne trovo traccia)
Spero che i lettori diano un'occhiata. Forse qualche visitatore capiterà qui e ci racconterà che cosa ha visto. (Come ha fatto per esempio tale Lorenzo Breda sul suo sito dopo aver visitato il museo di Roma http://www.lbreda.com/index.php?p=blog&act=archive&start=1141167600&end=1143842399)
Se poi capiterò a Roma o a Venezia ci farò di sicuro un salto.

sabato 13 settembre 2008

San Salvi / 18

Piccola escursione in un altro ex-manicomio.
Pistoia, Ville Sbertoli.
La foto sopra è presa dal sito di Enrico Tomasi, il cui reportage è all'indirizzo:
Ho qui in casa le fotocopie di tre cartelle cliniche "trafugate" da una mia amica nell'ex-manicomio. In realtà non ha dovuto far altro che chinarsi in terra a raccoglierle. Dev'essere un po' trascurato l'archivio! Tutti possono entrare, mi si dice, e prendere quello che vogliono.
B.L. , nato e domiciliato a Forlì, di anni 49, coniugato, maggiore di fanteria. Diagnosi: Frenosi congestiva con paralisi. Ammesso all'ospedale neuropsichiatrico di Pistoia il 15.7.1897, deceduto il 6.8.1897.
V.A., nato a Firenze, di anni 35, domiciliato a Firenze, celibe, professore di scienze naturali. Diagnosi: follia di persecuzione - frenosi sensoria. Ammesso il 15.9.1890, dimesso il 23.5.1891 (guarito).
B.P., nato e domiciliato a Calci (Pisa), di anni 30, coniugato, possidente. Diagnosi: ipocondriasi con idee di persecuzione. Ammesso il 27.4.1884, dimesso il 2.7.1884 (non si dice perché)

domenica 7 settembre 2008

San Salvi / 17

Dal libro "Sul confine. Scritti e dipinti da un ospedale psichiatrico", Vallecchi editore, 1964.

Io conto i giorni e le ore per arrivare alla domenica per vedere la mia figliola: vengo prima un quarto d'ora in sala così prendo i posti per sedere. Quando arriva l'ora e delle volte non viene ci piango come una bambina e non ha colpa perchè è tre mesi che ha la febbre e per ora non si sa con precisione da dove venga. Quando sta meglio viene al parlatorio, io le sto abbracciata tutto il tempo che ci sta: mi fa piacere di vedere tutte le malate che stanno con i suoi parenti e conoscenti. Ora sto con ansia aspettando il parlatorio di domenica, che spero venga a trovarmi e spero che la febbre se ne sia andata.

 

Il parlatorio è un posto libero apposta fatto per venirci le persone a mangiare: domani è venerdì e c'è il parlatorio. Il parlatorio c'è tre volte la settimana, il venerdì, il martedì e la domenica: il parlatorio piace tanto alle persone inferme. Il parlatorio è a volte grande o piccino secondo l'aspetto della persona stessa. Al parlatorio spesso ci portano le paste alla crema cioccolato e panna. Al parlatorio c'è molta gente che fa a volte della confusione di molto esagerata.

 

Io l'ho di rado il parlatorio, verranno, si o no, quattro o cinque volte in un anno. Sui primi tempi che ero ricoverata venivano anche da me quasi tutte le domeniche, ma col tempo hanno principiato ad annoiarsi, si vede, e hanno diradato il parlatorio. Quante cose ci si può dire in un parlatorio! I miei non vengono perché fa freddo e hanno da sbrigare faccende.

 

La mia giornata più bella da quando fo l'inferma è il lunedì quando vado sempre al cinematografo; poi la domenica quando vedo le mie genti venirmi a trovare; poi quando andrò a casa per sempre; dopo alla rinascita di un nuovo secolo quando avrò diciotto anni e non trentacinque anni come ora che ho da compiergli il 4 luglio 1962. Poi quando ero piccina e andavo all'ospizio la mattina, andavo al mare a fare il bagno, vicino alla spiaggia nelle piccole onde più vicine; poi quando tornai casa dopo un mese, andai a comprare una barchettina a vela in una bottega di Viareggio per il mio fratellino Fergus: e arrivata alla stazione presi il treno.

 

... anche in ospedale mi è piaciuto molto passeggiare ma ho paura delle iniezioni e sono stata male per le fissazioni. Ho avuto tanti parlatori, sono stata nelle celle e a dormire anche in terra ma sempre molto fissata, sicchè l'ospedale non mi è piaciuto molto. Qui finisce la storia della mia vita, tra poco andrò via e morirò e non ci sarò più come tutti. Se non c'era la morte quanto mi sarebbe piaciuto vivere non si sa. Invece dopo la storia della nostra vita ci tocca a morire. La vita è un sogno e chi l'ha passata bene li rincresce di morire. Io poco bene, e mi par mill'anni d'esser bell'e morta.

 

Gilberto come stai bene o male? Ti senti felice lontano da tua moglie? Vorrei esserti vicino per prenderti una mano e farti sentire i palpiti del mio cuore. Chissà se quella persona che ti sta accanto, ti aspetta come ti aspetto io: con i palpiti vivi come una colomba che sta vicino alla campana e scappa al suo suono perchè è troppo forte. Vedo ancora il borgo Allegri con tutti quei visi di ragazzi che giocano col pallone e gli uomini a bocce, ti ricordi? E io sempre accanto a te! E' il tramonto, si vede piovigginare piano piano come per chi sogna avere un ombrellone e mettersi in riparo, per essere baciata sopra le gote bagnata dalla pioggia: com'è bello l'amore! Fin da bambina ho amato l'uomo: mi buttavo in ginocchio dopo aver pregato, e mi veniva a baciare, mi rincorreva e mi dava le spinte, mi faceva piangere per baciarmi. Chi legge questo scritto non si faccia cattivo pensiero, perché amore è bello, amore è tutto ciò che la natura emana. 

    

Sono finalmente guarita, mi sento bene veramente, spero di andare a casa presto il giorno non lo so. La mia mente ora è limpida, sgombra, non c'è più nessuna nube che turba, di questo me ne sono resa ben certa. E sono contenta. Desidero andare a casa per stare col mio bambino. L'unica cosa che meriti  veramente tutto di me stessa, il meglio di me stessa. Ora sono stanca di star qua se pure abbia ritrovata la salute, ora mi sento di tornare a casa se Dio mi aiuta, giacché sto bene dovrei andarci presto, io vorrei andarci prestissimo. 

lunedì 30 giugno 2008

San Salvi / 16

"La dismissione dell'ospedale di San Salvi non può né deve significare la dismissione della memoria di questo luogo di sofferenza proprio perché la memoria deve allontanare il ritorno del dolore tra queste pareti. La ricchissima biblioteca scientifica posta nella palazzina della direzione dovrà costituire il nucleo di partenza per costituire il Museo di San Salvi dove raccogliere strumenti di terapia, archivi e altro materiale relativo alle pratiche psichiatriche prima della revisione e successiva chiusura dei manicomi"
"La dismissione psichiatrica in corso evidenzia il rischio di della dispersione del materiale, ma soprattutto della memoria delle pratiche di cura psichiatrica. Si prevede la ristrutturazione di parte di un padiglione sanitario in prossimità della biblioteca per ospitare il museo, raccogliere il materiale di terapia, archivi e documentazione ancora presente nel complesso e ampliare la biblioteca. Va raccolto inoltre tutto il materiale di rilievo e progetto sviluppato sull'area"
"La costituzione di un museo di San Salvi permette di costruire un luogo per la conservazione della memoria degli strumenti, delle pratiche terapeutiche ma soprattutto della sofferenza che ha risieduto in questo luogo di vita di una società segregata."
"Importo lavori: lire 500 milioni.
Finanziamenti: comunitari.
Tempi di realizzazione: 1 anno"
tratto da "Progetto Pilota Urbano, Riabilitare San Salvi", Comune di Firenze, aprile 1996

lunedì 9 giugno 2008

San Salvi / 15

MUSEO DELLA MEMORIA

Sollecitato da Homo Vulgaris e stuzzicato dall'incursione nel blog di un gruppo musicale (www.labandagastrica.it) venerdì scorso ho scritto una mail a una casella di posta elettronica dell'asl dedicata ai suggerimenti. Eccola:
Buongiorno,
a Palermo e a Venezia (ma immagino anche in altre città d'Italia) sono stati istituiti musei della memoria, musei che ricostruiscono la storia del manicomio cittadino. Un museo della memoria a San Salvi: è un'idea che è mai stata presa in considerazione o progettata? Ho letto alcuni libri sulla storia di San Salvi presi dall'ottima biblioteca Chiarugi; mi sembra di capire che l'archivio (delle cartelle cliniche ecc., non mi riferisco ai libri) potrebbe esser meglio sistematizzato o comunque che ci sarebbe molto lavoro da fare per far crescere la memoria storica dell'ex-manicomio. I "matti" di san Salvi non hanno diritto a un monumento che li ricordi? Le migliaia di persone che per più di un secolo hanno vissuto (e sofferto) in questa città dovrebbero esser ricordate con un museo.
Cordiali saluti
Silvio D'Ulivo
Talvolta risponde il direttore generale sul giornalino aziendale (nell'ultimo numero ha accolto la proposta di un cineforum aziendale). Vedremo.

venerdì 6 giugno 2008

San Salvi / 14

Sempre Francesca Arena trascrive nella sua tesi un dialogo tra dottore e malato. Il dialogo si trova in un vecchio manuale di psichiatria e dovrebbe essere essere esemplificativo di un caso tipico di amenza (confusione mentale)

Di dove siete?

Di Stia, proprio del Borgo, facevo lo spazzino.

Perché vanno (sic) portato al manicomio?

Sissignore, perché avevo male… poi picchiai un colpo nel capo e un dottore mi disse che avveo male al capo

State volentieri qua dentro?

Che vuole… non tanto… vedo tanta gente che non conosco…

E allora, che dobbiamo fare di voi?

Mi rimetto in lei, faccia lei, io avrei piacere che mi rimettessero fuori

Chi avete in casa per assistervi?

A casa ci ho una moglie, un figlio che si chiama Pietro, uno Beppe e una bambina malata

Che malattia ha la vostra bambina?

È un pezzo che è malata, volle andare in fabbrica, non mi ricordo, fra sì e no mi sento confuso

Da molto tempo vi sentite confuso?

E chi se ne rammenta?

Che luogo è questo?

Non so

Che luogo vi pare che sia?

Io non posso rispondere a queste cose perché non me ne intendo. Io posso dire… mi pare.. che vi sia delle belle vedute… ma non so considerare, non so fermarmi…

Cosa vi pare di queste persone?

Io? Messi qua e là… a me paiono… non stanno mai fermi, mi guardano su e giù, mi guardano male, pare che ce l’abbiano con me, su e giù mi hanno confuso.

Dormite bene la notte?

Poco

Perché?

Sento delle voci, sento che scaracchiano e sputano, sembra che dican di me

Conoscete Firenze?

Sì, ci sono stato, so che è una bella città e ci sto volentieri, ma qui no, il capo, mi vagella, tutta questa gente non istà mai… se lavorassi ci starei, un ospizio sì, non mi raccapezzo, sono tanti anni che manco da casa… bisogna domandarlo al municipio

mercoledì 4 giugno 2008

San Salvi / 13

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.
Francesca Arena. Tesi 2001/2002. Lettere e filosofia. “Il mondo capovolto: regole, teorie e pratiche nel manicomio di Firenze: San Salvi fra Otto e Novecento”.
A Firenze, ad esempio, non esiste un vero e proprio “archivio del manicomio”: siamo in presenza piuttosto di un insieme di depositi non inventariati in modo sistematico… Nonostante le difficoltà il materiale è in massima parte consultabile e non è – come una pubblicazione della Provincia sostiene – alluvionato… Da qualche anno non vi è più un archivista. Manca, fino agli anni Quaranta, un registro in ordine alfabetico che permetta di seguire la degenza nel tempo di un singolo ricoverato. Mancano del tutto le cartelle cliniche relative agli usciti dal 1901 al 1911…
(inizio secolo). Mentre si gettavano le basi del “progresso” la presenza di migliaia di individui, in ogni manicomio, dimostrava la fallacità di un modello antico e moderno insieme. Alcolizzati, morfinomani, pellagrosi, donne poco “femmine” e uomini poco virili venivano inviati, prima di tutto dalle famiglie, nelle enormi strutture collocate a lato di ogni città. Alcuni dati sulle presenze nel manicomio. 1912 Firenze, 224849 abitanti, 489 presenti (256 uomini), 250 ammessi (128 uomini) Pistoia, 70.251 abitanti, 117 presenti (66 uomini), 53 ammessi (28 uomini) Montale, 11034 abitanti, 10 presenti (6 uomini), 7 ammessi (4 uomini) Censimenti dei pazzi ricoverati in Italia 1874 – n. 12.210 (0,5% della popolazione) 1899 – n. 36.931 (1,1% della popolazione) 1914 – n. 54.311 (1,5% della popolazione) A San Salvi nel 1900 erano presenti 1255 ricoverati, nel 1913 1470, nel 1914 gli ammessi furono 794, i dimessi 223, i morti 20. Le dimissioni dei degenti, approvate dal tribunale, erano, in massima parte, sollecitate dai familiari ed erano motivate dall’avvenuta guarigione o dalla cessata pericolosità. Solitamente i Comuni o la Questura inviavano il malato in manicomio secondo un criterio di pericolosità per sé o per gli altri. Le dimissioni invece erano richieste dalle famiglie tramite lettera privata o tramite l’intervento del Sindaco. (fine 1800) I medici primari (due a San Salvi, uno a Castel Pulci) provvedevano quotidianamente alle visite mattutine e serali, accompagnavano il Direttore nella visita generale e dovevano assistere alla distribuzione del vitto… Con l’obbligo di risiedere nella sezione di riferimento senza mai allontanarsene e di dormire vicino ai malati, gli infermieri erano responsabili di tutto quello che poteva accadere, senza del resto poter prendere alcuna iniziativa. Provvisori per un anno, passavano di ruolo solo per “buon servizio”; dal manicomio potevano uscire ogni 4 giorni per 10 ore. I coniugati potevano tornare nello stabilimento la mattina successiva, mentre i celibi per pernottare fuori dovevano ottenere di volta in volta il permesso del direttore. Le donne infermiere avevano un permesso di uscita di 3 ore (4 in inverno) ogni 3 giorni…
Come una grande macchina il manicomio funzionava grazie al massiccio impiego di forza lavoro e utilizzava come operai i malati. Come una piccola società impiegava centinaia di persone… È fin troppo evidente che tale sistema garantiva prima di tutto un netto risparmio sulla manodopera, assicurando d’altra parte alla Provincia le entrate dei prodotti in surplus venduti.. Il regolamento dedica ai malati solo una parte, fissando per prima cosa la loro appartenenza ad una classe sociale: i “pensionanti”, in grado di pagarsi completamente la retta; gli appartenenti alla classe “distinta”, che pagavano solo parte della retta e infine i malati della “classe comune”, la grande maggioranza, che non poteva pagare niente. I malati della classe comune avevano l’obbligo di portare un’uniforme. Il loro vitto ordinario consisteva di tre pasti: per colazione caffè, latte e pane; per pranzo minestra, una pietanza, pane e vino; per cena idem. I “distinti” venivano inviati in locali collocati all’interno dei quattro padiglioni dei “tranquilli”. Separati dagli altri malati, potevano indossare abiti propri e il loro vitto era più abbondante: al pranzo si aggiungeva una pietanza, l’insalata o la frutta; alla cena, l’insalata o la frutta. I pensionanti risiedevano in due strutture appositamente costruite (una per uomini, una per donne), annesse al manicomio, per le quali valeva un regolamento speciale.

domenica 1 giugno 2008

San Salvi / 12

Sabato 10 maggio il Corriere della sera, nelle cronache fiorentine, ha pubblicato due paginate su San Salvi. Ho inviato una mail all’articolista. Non mi ha risposto, poi però ho trovato la mia lettera, tagliata (è normale) e modificata (un po’ troppo), con risposta di Wanda Lattes. Eccola qui sotto.
Non avevo scritto perché mi pubblicassero, ma perché speravo che approfondissero la visita. In particolare ribadisco lo stesso punto: non c’è un museo della memoria, non c’è un monumento, non c’è un servizio informativo, non c’è un archivio organizzato. Mi sembra che quasi nessuno pensi che questo sia importante (nell’indagine del Corriere se ne parlava solo in fondo ad uno degli articoli), compreso chi lavora a San Salvi. Perciò mi sento un po’ scemo.
Quanto al libro suggerito dalla giornalista: l’ho trovato sia in biblioteca di San Salvi (è sotto chiave proprio perché prezioso, ma consultabile) sia alla libreria Chiari. L’ho comprato, molte pagine sono attaccate tra loro quindi devo trovare il tempo per staccarle e leggerlo con calma. Sembra interessante.
Questo è quello che avevo scritto all’articolista Alessio Gaggioli. Buongiorno, sono un impiegato, lavoro all'asl a San Salvi. Ho appena letto gli articoli sull'ex manicomio. Sono contento che siate venuti a trovarci, spero che torniate presto. Ci sono molte cose da dire sulla città dentro la città. Volevo parlarle però di una: la memoria. Nell'articolo di Mauro Bonciani vi si accenna, si parla dell'assenza di un museo della memoria. Avete ragione: la memoria è affidata a se stessa. Non sono mai stato ad Auschwitz, ma immagino che vi sia un centro di documentazione, una catalogazione del materiale, visite guidate, un museo. Il piccolo lager che è stato San Salvi deve essere ricordato e bisogna far presto: più il tempo passa e più si perde la memoria. I matti di San Salvi hanno diritto ad essere ricordati. Si fanno monumenti dappertutto: loro non hanno diritto a un monumento? I loro nomi dovrebbero esser scolpiti sulla pietra, tutti. La compagnia teatrale Chille de la balanza organizzava interessanti percorsi guidati nel manicomio, ma di matti non si parlava quasi per nulla. La bibliotecaria Stefania Pini è molto brava, ma il materiale di cui dispone è davvero poco. Approfittando della vicinanza del mio ufficio alla biblioteca sono andato spesso a trovarla e a recuperare materiale. Ho raccontato di questa mini-ricerca ai miei quattro lettori sul mio blog ( http://silviodulivo.blogspot.com/search/label/San%20Salvi ). Mi manca solo da leggere una tesi, poi credo di aver già esaurito il materiale. Possibile? Non si possono consultare le cartelle cliniche, è chiaro, ma è possibile che non ci sia nessun servizio informativo, nessuna banca dati? Molte delle foto sono in possesso dei fratelli Alinari, ma credo che coprano solo periodi limitati della ultracentenaria storia di San Salvi. La asl ha organizzato un corso di scrittura creativa per i dipendenti, condotto da Enzo Fileno Carabba, al quale ho preso parte. E' stata fatta una raccolta di racconti, molti riguardavano San Salvi. Non sono stati stampati. Forse erano di mediocre qualità? Può darsi. O forse non interessava? Insomma, quello che voglio dire, se ha avuto la pazienza di leggere tutta questa tirata: la memoria si sta perdendo e nessuno ha intenzione di muoversi per tenerla viva.
Spero di leggere ancora qualcosa di San salvi sul Corriere. Cordiali saluti, Silvio D'Ulivo

sabato 19 aprile 2008

San Salvi / 11

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.
Sto raschiando il fondo, sembra. Mi manca solo una tesi di laurea. Qualche “notiziario” degli anni ’60 e poi solo cartelle cliniche. Nei sotterranei. Poi più nulla? Non me ne capacito.
Con dispiacere gli ospiti del 4° che si recano alle partite di calcio allo stadio ogni domenica non sono potuti andare a vedere la partita che si è giocata 8 c.m. (novembre 64) fra Fiorentina e Juventus. Il motivo della mancata partecipazione a questo avvenimento da parte di noi ricoverati è che il biglietto d’ingresso della suddetta partita era troppo caro: e cioè di lire 900. Da più di un anno ci è stato promesso da parte dei signori medici e dell’Amministrazione che ci sarebbero stati dati dei biglietti gratis o a riduzione come in altri istituti o ospedali usufruiscono: ma non abbiamo visto niente. Raccomandiamo gentilmente l’Amministrazione di interessarsi in tal senso, che a noi farebbe molto piacere poter partecipare più spesso alle partite. Io, Fedi, sono bravo. Ho fatto nascere caratteristici Pappagallini, e sono stato capace di far nascere anche tortore. Domenica mattina mi sono recato a caccia da mio cugino. Mi son divertito molto e ho portato i ginepri. Sono stato anche alla fiera di Porta Romana: c’era un vivace filunguello che faceva innamorare tutti ed era da richiamo per tutte le bandite, e schiamazzo di colombacci. Al Signor Dottore dico che gli uccelli nella voliera sono disturbati dai gatti, bisogna che li levi.
Al 10 ° Reparto noi si era fatto il ballo. Come mai non ce le mandano le donne, cosa s’è fatto di male? Noi siamo gente riflessiva. Venite a ballare al 10°, uomini e donne, ospiti. Anche alle gite, perché non ci mandate con le donne? Siamo gente per bene. Fedi, 10°, R.U. Dall’officina meccanica. Abbiamo finito i pali per la segnalazione, verniciati di giallo con i segnali di posteggio e direzione che saranno fissati nel piazzale per il nuovo posteggio delle auto. Così anche il nostro Ospedale è all’altezza del codice della strada. E’ in corso la rifinitura di 24 piccole e graziose sedioline e 4 tavolini quadri con le gambe tonde e coniche. Sono verniciati di grigio con il sopra in legno compensato e formica rosa. Sono per il padiglione dei bambini e così anche loro usufruiranno del progresso della nostra officina. Sono anche in corso di lavorazione 8 finestroni larghi 3 metri e alti 3 e mezzo che andranno per l’ammodernamento del 1° reparto uomini. Si lavora così nella nostra officina per l’abbellimento del nostro Ospedale. Mancini Giovanni, degente lavoratore Dal Notiziario del novembre '64

mercoledì 19 marzo 2008

San Salvi / 10

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori. Giorgio nato nel 1925. Ricoverato nel 1959 Diagnosi: oligofrenia. Dimesso nel 1989 dopo 30 anni di manicomio. Franco nato nel 1939. Ricoverato nel 1956 Diagnosi: schizofrenia. Dimesso nel 1989 dopo 33 anni di manicomio. Ercole nato nel 1901. Ricoverato nel 1931 Diagnosi: psicosi paranoide. Dimesso nel 1989 dopo 58 anni di manicomio. Pierina nata nel 1914 Ricoverata nel 1940. Diagnosi: demenza precoce paranoide. Dimessa nel 1989 dopo 49 anni di manicomio. E così via.

Sono ricoverati di San Giovanni in Pesiceto, non di San Salvi, ma avrebbero potuto esserlo. Le loro storie si vedono nel libro di fotografie "La ragione dei matti", Cappelli editore.
Un altro bel libro fotografico è "Tornare a vivere: immagini della chiusura dell'ex ospedale psichiatrico San Niccolò di Siena", Petruzzi editore.

martedì 26 febbraio 2008

San Salvi / 9

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.

Luciano Buricchi ha scritto per LoGisma Editore “Dovevate vederli”. Nel ‘73 entra a San Salvi come ausiliario. Nel 2003 racconta in questo libro i suoi primi trenta giorni di manicomio.
Nel frattempo c’erano 24 reparti fra uomini e donne 1600 ricoverati, puzzo di creolina e fec,i sguardi di traverso, voci e ancora, tresche amorose gli ultimi elettroshock, camicie di forza e terapia del sonno. Avevo scoperto una cosa incredibile. Al primo piano c’erano una ventina di persone sottochiave. La chiamavano infermeria. Qui venivano ricoverati gli acuti provenienti dal territorio. Ecco perché il reparto era così tranquillo. Il fior fiore era stato rinchiuso. Alcuni reparti erano del tutto aperti e i ricoverati vi potevano liberamente circolare, altri, del tutto chiusi. Poi c’era, ed erano la maggioranza, i reparti che al loro interno nascondevano zone chiuse, nei quali erano riposti i matti meno controllabili. Gli acuti. Questa diversità mi faceva intuire la presenza di approcci diversificati e contrastanti tra loro, non solo alla questione psichiatrica in senso stretto, ma persino al modo di concepire il mondo. La via coercitiva e custodialistica intendeva preservare la parte sana estromettendo il marciume. Di qua i buoni di là i cattivi. L’altra invece si proponeva di occuparsi di questo marciume, pur sempre composto da persone. Conobbi l’allegra compagnia degli alcolisti del Nono Uomini […] Gli alcolisti erano gente navigata. Non vedevano l’ora di dirti quanto. Erano stati tutti qualcos’altro prima. Cuochi, comparse, commessi, operai, avvocati; era per questo essere stati qualcos’altro che amavano differenziarsi dagli altri ricoverati. Adesso avevano dentro quella maledetta tenia del vino ma… una volta. Non erano mica come i matti loro. Erano stati qualcuno, loro. Adesso provvisoriamente… ma le cose sarebbero presto cambiate. “Santini, vieni qua un attimo” lo chiamai. Sempre il cognome. Non dev’essere molto piacevole sentirsi chiamare così per tutta la vita. Mai un Giovanni, un Anselmo, un Ubaldo. E poi quel tu. E tu, vieni qua tu, stai attento tu, tu, tu… tu. Anche persone mai viste prima, vedendolo con quella specie di divisa da matto, gli davano del tu, e lui rispondeva con il lei. … l’ispettore pensò bene di mettere subito alla prova questa mia decisione mandandomi al Quinto. Era sufficiente passarci vicino perché lo chiamavano “quinto merda” […] impugnai la chiave , deglutii, un’ultima boccata d’aria fresca e via dentro. Il segreto era respirare con la bocca e dimenticare il naso. Se avessi subito vomitato mi avrebbero preso in giro per una vita. Mi schizzarono fuori gli occhi, ma non feci in tempo a riprenderli, ero troppo impegnato a dimenticare il naso. Inutile, qualcosa di dolciastro e putrido, di mai sentito mi assaliva alla gola e poi penetrava dagli orecchi, dalla testa, da ogni poro della pelle. Non c’era scampo[…] Nel corridoio, che mi parve angusto e buio, una moltitudine informe si rotolava, camminava, si sdraiava, si arrampicava, faceva versi gutturali, pisciava […] Alla mia destra la porticina del ripostiglio, l’aprii e ci vomitai. E che cazzo. Non mi vide nessuno, ma sarebbe stata la stessa cosa, era al di là di ogni mia capacità trattenermi. Buttai un po’ di segatura sul pavimento dove avevo vomitato e col viso cereo cercai di affrontare la situazione [….] Molti del Quinto erano “matti d’allevamento”, cioè venivano direttamente dal Medico Pedagogico. Una specie di manicomio cadetto per allievi matti. Quando i bambini crescevano venivano portati in serie A, il manicomio vero. I due istituti erano così vicini che nel trasferimento i non più bambini non facevano in tempo a vedere nulla del mondo. Forse un semaforo, delle auto, un’insegna del bar; dei bambini in regola, per mano alle loro madri. Apparizioni mai comprese fino in fondo e che il tempo avrebbe contribuito a rendere fantastiche. Quando un infermiere montava in servizio spesso li vedevi avvicinarsi e sorridenti dire: macchina rossa, semaforo? Chiedevano informazioni sul fuori che per loro consisteva soltanto in una macchina rossa e un semaforo […] La loro autonomia era da favola, consumavano pochissimo: una polpetta, un piatto di minestrone, un bicchiere di vino; non di più, caso mai di meno, E tutto questo per 365 giorni l’anno [….] Si buttavano con voracità su qualsiasi cosa gli venisse messa davanti. Mugolii, gesti, sguardi. Li vedo ancora, urinare per terra e allo stesso tempo mangiare una mistura semisolida fatta con pane spezzettato, minestra e carne tritata. Il piatto unico del manicomio. Alcuni stavano accovacciati sulle sedie, altri si protendevano scivolando, scalzi, su quel pavimento dove minestra e urina si confondevano. Saranno stati in trecento, anche quattrocento forse. La sera si dovevano legare quasi tutti al letto, ma questa, intendiamoci è archeologia. Quando avevi finito con l’ultimo era ora di slegare il primo. Che vita di merda. Fra la paura dell’ispettore, i pazzi e tutto quanto… E le camerette di consegna? Un materasso per terra e via, una coperta. Gli mettevamo quelle tute grigie. Legate dietro. E poi gli spioncini alle porte, come in carcere, che uno ci appiccicava sempre la merda per non farci vedere dentro.

venerdì 15 febbraio 2008

San Salvi/ 8

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.

Ancora appunti da D. Lippi, San salvi, Storia di un manicomio.

Nel primo periodo dell'apertura del manicomio le terapie sono basate su farmaci e idroterapia. Nella cura degli alcolisti viene data grande importanza ai bagni tiepidi, in caso di “viva agitazione” vengono prescritti oppio (via orale o iniezione) e morfina. Dopo l’accesso all'ospedale viene somministrata stricnina. La terapia farmacologica è a base di sedativi e cardiotonici, ma anche di iniezioni di insulina. Successivamente anche eroina e morfina. Frequente l'iniezione quotidiana di dosi progressivamente crescenti di insulina per provocare coma ipoglicemico profondo, interrotto con somministrazione di zucchero per via gastrica o di glucosio per via endovenosa.

L’elettroterapia (elettroshock) ha come indicazione elettiva la malinconia. Gli accessi convulsivi si attuano mediante il passaggio, attraverso il cranio, di una corrente elettrica di 100-130 volt, della durata di 2 decimi di secondo. L’apparecchio viene comprato negli anni '40 e più tardi viene acquistato un secondo apparecchio portatile per le cure a domicilio. La psicoterapia inizia negli anni '40, sempre in unione con altri interventi terapeutici. Negli anni '50 la cura dell’ansia prevede lo shock iperpiretico con zolfo endomuscolo o con vaccino in endovena. Le nevrosi continuano ad essere curate tradizionalmente: medicamenti sedativi a cocktail (luminar, bromuro, giusquiamo, passiflora)

Ergoterapia, ovvero cura della malattia con il lavoro (vedi foto). I malati vengono pagati con cibo supplementare o denaro o tabacco. I lavori sono commissionati dall’istituzione o dall’esterno. I lavori prevalenti sono: filatura della canapa, realizzazione materassi, lavorazione della paglia (donne); facchinaggio, muratura, falegnameria (uomini). L’infermiere è il responsabile dell’inserimento nel gruppo di lavoro e osservatore continuo degli atteggiamenti/reazioni/umore del malato. Lavorano i più puliti e tranquilli, in regime di open door e no restraint (senza contenzione del malato).

Nel 1905 venne aperta una “vaccheria” con 28 mucche e un’altra nel 1908. Nel 1911 la produzione di verdure degli ospiti di San salvi soddisfaceva il fabbisogno di San Salvi stesso e di Castel Pulci (l'altro manicomio di Firenze, poi chiuso; vi soggiornò a lungo Dino Campana).

Negli anni '60 si introducono le terapie attive, in particolare pittura e disegno. Il centro di attività espressive La Tinaia nasce ufficialmente nel 1975. L’arte viene praticata liberamente e quotidianamente da un gruppo di pazienti. Le opere riscuotono successo presso i collezionisti, musei e gallerie europee e americane.

San Salvi/ 7

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.

Ancora appunti da D. Lippi, San Salvi Storia di un manicomio. (Mi sembra il testo più completo, sono riuscito a "scipparlo" per una settimana ad alcune persone del quartiere che stanno facendo una ricerca sul manicomio; ne approfitto per riportare gli appunti presi)

L’archivistica manicomiale è stata spesso trascurata. Le fonti sono estremamente lacunose sia per i danni provocati dall’alluvione e dal passare del tempo sia, spesso, per l’incuria degli uomini. La parte disponibile per la consultazione (il libro è stato pubblicato nel 1996) consiste quasi esclusivamente nelle cartelle cliniche e nei registri di movimento dei malati in cui sono annotati gli esistenti al 1° gennaio di ogni anno, gli ammessi, i dimessi, i morti, divisi per sesso. Anche i dati dei registri sono in realtà incompleti e discontinui.

Sembra che le pratiche amministrative siano molto più di quelle sanitarie. Ci sono:

- 119 filze contenenti le cartelle cliniche dal 1867 al 1900 (quindi anche prima della creazione del Manicomio)

- Nulla dal 1900 al 1911

- 200 filze di cartelle cliniche periodo 1912-1935

- 355 filze del periodo '35-'62

- 134 filze del periodo '63-'71

- 71 filze del periodo '72-'78

- 88 registri di ammissione e dimissione 1850/1978

Vi è un doppio schedario di cartelle cliniche. Uno schedario alfabetico nominativo dei ricoverati (circa 10000 dal '15 al '61). Le situazioni archivistiche relative ai malati sono compromesse. Dal 1912 al 1960 il fascicolo individuale contiene i decreti del Tribunale, il certificato del medico, la modula informativa con le notizie personali e storiche e la cartella con le note segnalate nel Reparto di Osservazione, insieme al Diario Clinico.

Durante la Prima Guerra Mondiale la Clinica (situata in San Salvi ma separata dal manicomio) funzionò come reparto di Osservazione per i militari. Questo rende difficile alcuni confronti statistici perché spesso non si riesce a distinguere le due attività (cura e ricerca, ricoverati e sotto osservazione/in cura)

Qualche numero sui ricoveri :

  • Percentuale minima nel 1896, 384 ricoveri, 0.56% rispetto alla popolazione provinciale
  • Percentuale massima nel 1965, 1498 ricoveri, 1.39% rispetto alla popolazione provinciale

Molti sono i pazienti che entravano e uscivano più volte nello stesso anno. Dimissioni: 40% rispetto agli ingressi. Non sono riuscito a trovare nessun numero sui presenti in un dato momento.

Per quanto riguarda la documentazione fotografica la più interessante è quella dei Fratelli Alinari all’inizio del secolo. Poi la quantità di foto diminuisce drasticamente. La foto pubblicata è tratta dall'archivio Alinari.

San Salvi/ 6

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.

Appunti da D. Lippi, San Salvi, Storia di un manicomio.

Nell’archivio di San Salvi e nell'Archivio Storico della Provincia non ci sono né l’intero progetto della costruzione del manicomio né il piano dei lavori.

Villa Fabbri, l'unico edificio preesistente (splendido), prende il nome dal commendator Egisto Paolo Fabbri, acquirente dei locali Bonifazio (l’ex manicomio, ora questura). Al momento dell’acquisto era adibito a uso rurale. E' il Palazzo del Guarlone.

Il manicomio viene progettato da Roster sotto le direttive di un medico, Tamburini, che fu sempre impegnato nella discussione legata alla struttura dello spazio manicomiale nella sua funzione terapeutica. Il malato doveva essere inserito in una struttura artificiale, organizzata su principi scientifici che rispondessero a certe concezioni terapeutiche. Ogni elemento al suo interno doveva corrispondere a queste finalità e non poteva essere lasciato al caso. Assumevano valore terapeutico sia l’arredamento sia la struttura edilizia, sia l’organizzazione degli spazi e la distribuzione delle attività in una visione che sembra voler contrapporre alla malattia mentale, intesa come “disordine delle passioni”, l’ordine ed il rigore. Il manicomio si poneva in una prospettiva duplice proponendosi da una parte come strumento di cura, dall’altra come mezzo di difesa e tutela della società.

La pianta riprodotta sopra è quella del1891, anno dell'inaugurazione.

In quel periodo aveva riscosso grande successo l’Ospedale San Lazzaro di Reggio Emilia, costruito con la struttura a villaggio, che permetteva di lasciare ai degenti un minimo di libertà, riproducendo nel microcosmo del manicomio la realtà esterna. Scarso seguito ebbero invece le tecniche terapeutiche dell’open door e del no-restraint che Tamburini aveva sperimentato (ne palerò in seguito).

Furono costruiti: 2 padiglioni per i Tranquilli, 2 per i Semitranquilli, 2 per i Sudici ed Epilettici, 1 per gli Agitati e i Furiosi, 1 per gli Infermi e i Paralitici (dove lavoro io). Ogni padiglione era circondato da piazzali e passeggi; una rete di gallerie e logge collegava i padiglioni. Al di sopra, una serie di terrazze correva sopra le gallerie. Le gallerie sotterranee praticabili, collegate tra loro, fungevano da contenitori per le diramazioni dei condotti del vapore e dell’acqua potabile.

Già 14 anni dopo la costruzione, però, l’ospedale di concezione modernissima non riusciva ad affrontare le difficoltà di sovraffollamento, restauri, provvedimenti amministrativi.

Nel 1924 lo stabilimento di San Salvi prende il nome di Ospedale Psichiatrico Vincenzo Chiarugi. Vengono eseguiti lavori di ampliamento (il nuovo padiglione per alienati tubercolotici e il cinema). Il Reparto Minori, del '42, che fino ad allora non aveva usufruito di personale specializzato, ebbe l’appoggio di una maestra ortofrenica. Viene riaperta la Scuola professionale per gli infermieri. Nel 1958 sorge il laboratori di EEG (elettroencelografia). Nel '54 viene costruito il Padiglione Medico Pedagogico.

Sotto altre due piantine: una degli anni '60, l'altra del '95

sabato 2 febbraio 2008

San Salvi/ 5

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.
Qualche appunto da Silvio Pomanti, San Salvi, Anno zero.
I malati venivano fatti alzare alle sei e mezzo. "Ci fanno alzare a quest'ora e ci portano giù per farci tornare qui alle otto di questa sera, sempre chiusi in una stanza; una volta per andare al gabinetto bisognava farsi accompagnare dall'infermiere, per sicurezza; una persona quando è stata in piedi 14 ore al giorno tutte di seguito salvo il pasto, è certamente sfinita, così siamo sicuri che la notte dorme e non rompe i c... Così mi resi conto perchè il giorno avanti avevo veduto molti malati distesi nei corridoi, nelle stanze, fra la segatura, l'orina, credevo che fossero in delirio, che stessero male, invece no erano solo sfiniti, non potevano stare a letto e si sdraiavano per terra, fra le cicche, gli sputi, e peggio ancora, qualcuno seminudo; questo accadeva in Italia nell'ottobre1966.

L'ambiente assai vecchio e malandato non aveva niente di ospedale, ma poteva assai meglio definirsi una cosa a metà fra il carcere borbonico e un vecchio ospizio; vecchi pavimenti logori di mattoni sporchi, le porte assai pesanti e tutte senza maniglie, in quanto gli infermieri aprivano e chiudevano continuamente tutto al loro passaggio con una grossa chiave lucida dal continuo uso; i servizi igienici altro non erano se non vecchie latrine, senza acqua, con monti di escrementi, naturalmente senza porta; gli infermieri passavano continuamente la segatura da una stanza all'altra nel vano tentativo di ridurre al minimo la sporcizia che regnava dovunque. Le finestre erano piuttosto ampie, protette da solide grate, gli scuri assicurati da un marchingegno che permetteva l'accostamento ad angolo, tramite una grossa bacchetta di ferro, chiusa a chiave anche quella, per permettere un lieve passaggio di aria ma impedendo nello stesso tempo di aprirla totalmente.

Luigi Mariotti, Ministro della Sanità nel 1967: Abbiamo oggi degli ospedali che assomigliano a veri lager germanici, a delle vere e proprie bolge dantesche; i malati di mente, secondo la vecchia legge 1904, sono considerati uomini irrecuperabili e sono schedati secondo un principio medievale nel casellario giudiziale come fossero rei comuni.

Giorgio Coda, psichiatra: l’essenziale è disporre di buoni medici, coscienziosi, che respingono la vecchia e comoda sentenza ancora applicata che dice: Diagnosi, pazzo; Prognosi, infausta; Terapai, nessuna.

Prof. Mossa (Collegno): detesto le chiavi, le grate, le porte sprangate; in questi ultimi tempi abbiamo demolito centinaia di tonnellate di grate e cancelli, ma ne restano sempre.

Prof. Aschieri, vicedirettore dell’Ospedale Psichiatrico di Varese: alcuni istituti non possono più dirsi ospedali o manicomi e neppure semplicemente ricoveri, ma veri e propri campi di eliminazione e di sterminio.

Prof Diego De Caro: l’ergoterapia sfugge spesso al controllo sanitario, viene applicata indiscriminatamente ed ha provocato lo sviluppo abnorme, dentro e vicino agli ospedali psichiatrici, di grandi aziende agricole, di officine attrezzatissime, di laboratori del tipo industriale, dove viene occupato un numero sempre crescente di ricoverati, con indubbi vantaggi per gli economisti degli ospedali, ibrido sistema commerciale gabellato per ergoterapia.

martedì 29 gennaio 2008

San salvi/ 4

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori
Nel 1904 fu prodotta una legge che regolerà la materia psichiatrica per gran parte del secolo. Secondo questa legge "debbono essere custodite e curate le persone affette da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescono di pubblico scandalo o non possano essere custodite o curate fuorché nei manicomi". E forse come definizione non era neanche male, per quei tempi. Nella realtà però non si ricorreva all'internamento solo in questi casi estremi. Infatti, nel periodo 1901-1910 entrarono in manicomio più di 8000 persone e all'inizio degli anni '60 SanSalvi consta di 17 reparti e 1642 posti letto (in realtà i ricoverati erano di più). Consideriamo che il manicomio serviva solo la provincia di Firenze. Il soggetto malato, una volta entrato in manicomio, perde ogni diritto civile. Dimesso, è comunque discriminato per sempre. Almeno che non sia ricco e possa permettersi case di cura private, evitando così la perdita dei diritti civili. La funzione predominante della struttura manicomiale è la custodia dei soggetti, secondaria invece è la cura. I locali vengono suddivisi per tipologia di malato: agitati, pericolosi, abili a svolgere un lavoro ecc. Era il giudice, non il medico, non l'ospedale, a permettere la dimissione del malato (stavo per scrivere: detenuto). L'articolo 50 prevedeva che un parente firmasse l'uscita del malato. E chi non aveva parenti? Poteva firmare un amico. Solo che si era diffusa l'idea che se poi il "guarito" commetteva una follia il giudice sarebbe andato a ripescare il firmatario e gliel'avrebbe fatta pagare. Così nessuno firmava e i poveretti rimanevano dentro.