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venerdì 29 maggio 2009

John Fante - La strada per Los Angeles

Un romanzo agisce su diversi livelli: La strada per Los Angeles, il primo della serie che vede protagonista Arturo Bandini, ha stile e contenuti divertenti e emozionanti, e io lo preferisco a "Chiedi alla polvere", il più famoso dei romanzi di John Fante. Ad un altro livello, a distanza di oltre settant'anni, la storia di Arturo, "immigrato, attaccabrighe, ribelle, megalomane, sprezzante e perennemente in lite con tutti", ci parla di immigrazione, culture diverse, comportamenti e punti di vista apparentemente contraddittori e incomprensibili, e ci fa pensare, o perlomeno mi fa pensare, a un mondo più vicino, il nostro, a un tempo presente e a problemi, idee, comportamenti e modi di vivere che si ripresentano senza molte dissomiglianze nell'Italia e nell'Occidente di oggi. Gli albanesi o rumeni di oggi sembrano gli italiani di ieri, gli americani di allora somigliano agli italiani di ora.
La strada per Los Angeles ricevette una serie di rifiuti dalle case editrici (scritto nel 1936, fu pubblicato postumo nel 1985). La fama stessa di John Fante, tra l'altro anche ottimo scrittore di racconti e sceneggiatore di film, è cresciuta solo dopo la sua morte. 
 
 
Cacciai di tasca il taccuino nuovo e ne sfogliai le pagine con il pollice. Le sfogliai così rapidamente che non poté leggere nulla, ma vide che c'era scritto qualcosa.
- Questi sono appunti, - dissi. - Notazioni d'atmosfera. Sto scrivendo un dialogo socratico sul porto di Los Angeles a partire dai giorni della conquista spagnola.
- Vediamo, - disse zio Frank
- Niente da fare. Non prima della pubblicazione.
- La pubblicazione! Ma che vai dicendo?
Rimisi in tasca il taccuino. Puzzava di granchio.
- Perché non ti svegli e fai l'uomo? - disse. - Tuo padre lassù ne sarebbe contento.
- Lassù dove?
- Nell'aldilà.
Me l'aspettavo
- Non c'è nessun aldilà, - dissi. - L'ipotesi del paradiso non è che banale propaganda messa in giro dai ricchi per illudere i poveri. Io metto in discussione l'immortalità dell'anima. Nient'altro che il persistente inganno di un genere umano coi paraocchi. Io rigetto con la massima chiarezza l'ipotesi Dio. La religione è l'oppio dei popoli. Le chiese dovrebbero essere trasformate in fabbriche e ospedali. Tutto ciò che siamo o che pure speriamo di essere lo dobbiamo al diavolo e ai suoi pomi proibiti. Nella Bibbia ci sono 78000 contraddizioni. E' questa la parola di Dio? No! Io rifiuto Dio! Lo denuncio con imprecazioni furiose e implacabili! Io ammetto un universo senza DIo. Sono un monista!
- Tu sei pazzo, - disse. - Sei completamente fuori di testa.
- Tu non mi capisci, - sorrisi, - ma va bene lo stesso. E' per me prevedibile l'incomprensione; sicuro, mi aspetto le peggiori persecuzioni lungo la mia strada. Va bene così.
Svuotò la pipa e mi agitò il dito sotto il naso.
- Quello che devi fare è smetterla di leggere tutti questi libri dannati, smettere di rubare, diventare uomo, ed andare a lavorare.
Spezzai la mia sigaretta. - Libri! -dissi. - E che ne sai tu dei libri? Tu! Un ignorantone, uno Scemus Americanus, un asino, un villano zoticone fornito dell'intelligenza di una puzzola!
Rimase fermo a riempire la pipa. Io non dicevo nulla perché era il suo turno. Mi studiò per un poco pensando a qualcosa.
- Forse ho un lavoro per te, - disse.
- Di che si tratta?
- Non lo so ancora. Vedrai da te.
- Bisogna che si attagli al mio talento. Non dimenticare che sono uno scrittore. Ho avuto una metamorfosi.
- Non mi interessa che cosa ti è successo. E' lavoro. Forse alle industrie del pesce.
- Non ne so niente delle industrie del pesce.
- Bene, - disse. - Meno ne sai e meglio è. Ti servono soltanto una schiena forte e una testa debole. Le hai entrambe.
- Questo lavoro non mi interessa, - gli dissi. - Dovrei piuttosto scrivere. Prosa.
- Prosa, prosa... Che è questa prosa?
- Sei un babbione conformista. Non la conoscerai mai, la buona prosa, in tutta la tua vita.
- Mi sa che dovrei riempirti di botte.
- Provaci.
- Piccolo bastardo
- Bifolco americano.
Si alzò e lasciò il tavolo con occhi di fuoco. Andò quindi nella stanza a fianco a parlare con mamma e Mona, dicendo loro che ci eravamo intesi e che d'ora in avanti avrei voltato pagina. Diede loro un po' di soldi e disse a mia madre di non preoccuparsi di niente. Io andai sulla porta e feci un cenno di buonasera quando uscì. Mia madre e Mona mi guardavano negli occhi. Avevano pensato che sarei uscito dalla cucina con le lacrime a rigarmi il viso. Mia madre mi mise le mani sulle spalle. Dolce e consolatoria, pensava che zio Frank mi avesse umiliato.
- Ha ferito i tuoi sentimenti, - disse. - Vero, povero il mio ragazzo?
Mi tolsi quelle mani di dosso.
- Chi? - dissi. - Quel cretino? Ma certo che no, che diavolo!
- Hai l'aria di uno che ha pianto.
Entrai in camera da letto e mi guardai gli occhi allo specchio. Erano asciutti come al solito. Mia madre mi seguì e cominciò a passarci un fazzoletto. Ma che caspita, pensai.
- Posso chiederti che stai facendo? - dissi.
- Povero ragazzo! Va tutto bene. Sei imbarazzato. Ti capisco. Mamma capisce tutto.
- Ma io non sto piangendo!
Delusa, si allontanò.
 
 
"Attenzione: colui che entrerà in scena all'inizio di questo romanzo, in qualità di umile spalatore di fossi, è uno dei personaggi più leggendari prodotti dalla letteratura moderna. Attenzione ad Arturo Bandini, il possente scrittore, lo spietato condottiero, l'invincibile mezzofondista, l'amante irresistibile, il tenero figlio che dà sangue e sudore per mantenere una famiglia di femmine parassite. Bandini l'immortale, orgoglio d'Italia e d'America; l'astuto Bandini che nessuno mette nel sacco; egli sta per fare la propria comparsa e conquisterà il mondo." (Sandro Veronesi)

martedì 20 gennaio 2009

Eggers - L'opera struggente di un formidabile genio

Dave Eggers diverte, Dave Eggers è serio, Dave Eggers è sopra la righe, e lo sa, Dave Eggers è come noi, non è un formidabile genio, Dave Eggers scrive fiumi di parole, perfino nello spazio riservato ai diritti d'autore e in quello dei ringraziamenti, Dave Eggers sono contento di averlo trovato, di aver letto L'opera struggente di un formidabile genio.

 

Nel duro inverno di Chicago una famiglia borghese viene travolta nel giro di pochi giorni da un duplice lutto, e il ventiduenne Dave si trova di colpo a fare da madre e padre al fratellino Toph, di otto anni. Ma Dave vende la casa e sale in macchina, diretto verso il sole della California, trasformando un evento devastante nell'inizio di una nuova, elettrizzante vita piena di libertà (IBS).

 

Altri romanzi di Dave Eggers:

- Conoscerete la nostra velocità

- La fame che abbiamo

- Erano solo ragazzi in cammino.

 

Dave Eggers è anche il fondatore della rivista Mc Sweeney's

McSweeney's, la rivista letteraria fondata e diretta da Dave Eggers(l'autore del best seller L'opera struggente di un formidabile genio) è il fenomeno più rivoluzionario della scena letteraria americana degli ultimi anni. Adorata, invidiata, contestata, imitata, capace di diventare in pochi mesi punto di riferimento di un'intera generazione di scrittori e lettori senza perdere il suo orgoglioso status di prodotto autogestito e autofinanziato; curatissima grafica old-fashioned, sfrenato gusto ludico per la scrittura sperimentale e bizzarra, senso acutissimo per il talento letterario in ogni forma: McSweeney's è un oggetto di culto che ha segnato la nascita di una nuova estetica. In questa antologia dei suoi primi due anni di vita, testi di David Foster WallaceRick Moody, Jonathan Lethem, Zadie Smith, William Vollmann si accompagnano a corrispondenze epistolari con l'Unabomber e reportage sul secessionismo hawaiano...  (http://www.minimumfax.com/Libro.asp?Libroid=254)

domenica 12 ottobre 2008

Ammaniti - Ti prendo e ti porto via

Storie che procedono parellele e poi s'intrecciano, divertimento e dramma, personaggi grotteschi eppure veri, allo stesso tempo simpatici e orripilanti.
Ammaniti anticipa Come Dio Comanda, nella struttura e nello stile, e forse dà il meglio di sé in Ti prendo e ti porto via
 
 
Il 9 dicembre, alle sei e venti di mattina, mentre una bufera d'acqua e vento infieriva sulla campagna, un Uno tubo GTI nera imboccò lo svincolo che portava dall'Aurelia a Ischiano Scalo e proseguì su una strada a due corsie che tagliava i campi di fango. Superò la Polisportiva e il capannone del Consorzio agrario ed entrò in paese.
Il breve Corso Italia era ricoperto di terra trascinata dall'acqua. Il cartellone pubblicitario del Centro estetico Ivana Zampetti era stato strappato dal vento e buttato in mezzo alla strada.
In giro non c'era un'anima, tranne un cagnaccio sciancato che aveva più razze nel sangue che denti in bocca e rovistava tra l'immondizia di un cassonetto rovesciato.
La Uno gli passò accanto, sfilò davanti alle serrande, abbassate della macelleria Marconi, della tabaccheria-profumeria e della Cassa dell'Agricoltura e proseguì fino a piazza XXV aprile, il nucleo dell'abitato.
Cartacce, sacchetti di plastica, giornali e pioggia si rincorrevano sul piazzale della stazione. Le foglie ingiallite della vecchia palma, al centro del giardinetto, erano tutte piegate da un lato. La porta della piccola stazione, un edificio quadrato e grigio, era chiusa ma l'insegna rossa dello Station Bar era accesa, segno che era già aperto.
Si fermò davanti al monumento ai caduti di Ischiano Scalo e rimase lì col motore acceso. Il tubo di scappamento sputava fuori un fumo denso e nero. I vetri fumé non lasciavano vedere all'interno.
Poi, finalmente, lo sportello del guidatore si spalancò con un gemito ferroso.
Prima uscì fuori Volare nella versione flamenca dei Gipsy King e, immediatamente dopo, apparve un uomo grande e grosso con una lunga chioma bionda, occhiali da mosca e giacca di pelle marrone con un'aquila apache di perline ricamata sulla schiena.
Il suo nome era Graziano Biglia.
Il tipo stirò le braccia. Sbadigliò. Si sgranchì le gambe. Tirò fuori un pacchetto di Camel e se ne accese una.
Era di nuovo a casa.
 
 
A Ischiano Scalo il mare c'è ma non si vede. E' un paesino di quattro case accanto a una laguna piena di zanzare. Il turismo lo evita perché d'estate s'infuoca come una graticola e d'inverno si gela. Questo è lo scenario nel quale si svolgono due storie d'amore tormentate. Ammaniti crea e dissolve coincidenze, è pronto a catturare gli aspetti più grotteschi e più sentimentali, più comici e inquietanti della realtà.
 
 

sabato 20 settembre 2008

Roddy Doyle - The commitments

Scoppiettano le parole di Roddy Doyle, in The committments come in molti altri romanzi, non ultimi gli altri due che compongono la trilogia di Barrytown (The snapper, The van i titoli originali, la traduzione non è sempre la stessa). Un romanzo fatto perlopiù di dialoghi serrati, con il quale Doyle non solo racconta la storia di un gruppo musicale ma ci diverte mostrando con efficacia e un linguaggio di strada originale e realistico l'Irlanda povera e affascinante degli anni '80.
Vedi - disse Joey The Lips - Il soul è la musica della gente. E' gente qualunque che fa musica per la gente qualunque. E' una musica semplice. Può suonarla chiunque, qualsiasi Fratello. Il suono dei Motown è un suono semplice. Thump-thump-thump-thump. Questo è un tempo facile. Vedi? Il soul è democratico, Jimmy. Basta il coperchio di un bidone per suonare. E' la musica della gente.
Anche chi è bocciato agli esami è capace di suonare il soul, è questo che vuoi dire, Joey?
Proprio così, Fratello Michael. Non ci vuole la laurea per fare il dottore del soul.
E il jazz perché non va bene?
E' musica intellettuale - disse Joey The Lips - Musica antipopolo. Roba astratta.
E' freddo e privo di emozioni, dico bene? - fece Mickah
Dici bene. E' senz'anima. E' suono per amore del suono. Non ha nessun significato. Sono pippe musicali, Fratello
A Berrytown, un quartiere popolare di Dublino, un gruppo di ragazzi decide di fondare un complesso di soul e rythm and blues ispirandosi ai grandi protagonisti del genere, da James Brown a Otis Redding. Sono Jimmy Rabbitte, innanzitutto, manager intraprendente e sempre aggiornato sulle piu' avanzata tendenze musicali; il mitico Joey The Lips, che ha suonato con tutti i grandi del rock e tratta la sua tromba come uno strumento di Dio; Deco, il cantante che geme come il grande Otis; e ancora, Dere Scully al basso, Outspan Foster della chitarra, James Clifford, detto the Soul Surgeon, il Chirurgo dell'Anima, al piano, e Dean Fay al sassofono. Ultime, ma non meno importanti, le tre coriste, piuttosto spiritose e ancor piu' sexy: Imelda, Natalie e Bernie, che ancheggiano con grazia al suono di 'Sex Machine'. Il nome che Jimmy e gli altti scelgono per la band e' "I Commitments", per esprimere il loro impegno in modo radicale, senza mezzi termini. La loro sara' una vicenda di successi e di disastri, di splendide amicizie e di formidabili litigi, di amori del tutto imprevisti e di abbandoni clamorosi. Ma e' soprattutto lo humour - e spesso una comicita' rumorosa, irresistibile - a segnere questo romanzo che e' stato il leggendario esordio di Roddy Doyle. Lo humour, e con lo humour il linguaggio. Lo scrittore irlandese ha raccontato i giovani raccogiendo e reinventando, con risultati strepitosi, il loro parlato. E con 'I Commitments' ha fondato un luogo romanzesco: la verissima e inventatissima Barrytown, teatro dei due romanzi che completano la trilogia: 'Bella famiglia!' e 'Due sulla strada'. (Maremagnum.com)

giovedì 26 giugno 2008

Maria Corti - L'ora di tutti

Gli scrittori danno il meglio di sé quando si immedesimano in un uomo? E viceversa: le scrittrici raggiungono il proprio apice quando il protagonista è una donna? Questo eccellente libro, L'ora di tutti, della scrittrice e critica letteraria Maria Corti, sembra confermarlo. Cinque personaggi, uno per capitolo, che raccontano lo stesso episodio: l'invasione dei turchi a Otranto nel Quattrocento e la presa della città. Cinque punti di vista diversi, cinque racconti perfetti, ma sopra di tutti il capitolo nel quale parla in prima persona una donna, Idrusa.
"Il soggetto è storico: la presa da parte dei Turchi, nel tardo Quattrocento, della cittadina pugliese d'Otranto. Ma io, più che il soggetto, lo chiamerei lo sfondo, tutt'altro che decorativo ma vivo e vero nel suo tumultuare di galeoni, di scimitarre e di bombarde, se non addirittura un felice pretesto, tanto per dar motivo alla mano, e soprattutto all'estro e al cuore, di muoversi e rappresentarci una delle più belle Romanze, nel senso antico e nobile della parola, da noi apparse: una storia la quale non tocca tanto l'epica esteriore dell'avvenimento, bensì, l'altra, quella molto più nascosta ed intima di Coloro, uomini e donne che ne furono i concreti protagonisti: gli Eroi, per tornare alle definizioni enfatiche, e i Martiri. La Corti, con l'udito fino di chi è mosso da amore, ha saputo ascoltare alcune di quelle 'antiche voci' (di quelle brillanti giovinezze, di quelle vite), del resto identiche alle figure d'oggi, e in altrettanti racconti in prima persona, concatenati dal motivo conduttore della battaglia, è riuscita a comporre uno spartito musicale tra i più affascinanti, dove l'intera Terra d'Otranto 'suona' vivissima non solo nella sua realtà storica di allora, ma in quella, anche geografica ed etnica, d'oggi e di sempre. Una Terra d'Otranto che appunto per la sua concretezza diventa poeticamente la terra delle passioni più vere, e dei più genuini sentimenti dell'intera umanità nostra".(Giorgio Caproni, "La Nazione", 30 gennaio 1963)

domenica 4 maggio 2008

Yehoshua - L'amante

Ah, i romanzi a più voci! Mostrare la realtà da una prospettiva e poi da un'altra, raccontare un episodio e raccontarlo di nuovo venti pagine più avanti, mostrare la molteplicità dei punti vista, immedesimarsi ora in una vecchia, ora in un uomo, poi in un'adolescente. Le sfaccettature della vita e dei fatti. Che cosa c'è di meglio di un romanzo a più voci per raccontarle?
Ho smesso di leggere Yehoshua da qualche tempo: i suoi personaggi cominciavano ad annoiarmi. Non mi sembrano veri. Più che altro sembra che agiscano e pensino non come ritengono giusto ma come credono che debbano agire e pensare. Ricordo però L'amante come il miglior romanzo dell'autore israeliano e i personaggi da lui descritti i più simpatici della sua produzione letteraria.
(Il romanzo non ha niente a che fare con il film "L'amante" ambientato nell'Indocina degli anni '20; la trasposizione cinematografica è quella di Roberto Faenza, "L'amante preduto")
Chi lo potrebbe leggere.
Tutti: lettori abituali e occasionali, filoisraeliani e antisraeliani, giovani e meno giovani.
Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scenario de L'amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L'autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative: sono le parole di Adam, agiato proprietario di una grande officina meccanica; le riflessioni della figlia Dafi, quindicenne insonne e ribelle; i sogni della moglie Asya, intellettuale precocemente ingrigita; gli stupori di Na'im, giovane operaio arabo; i vaneggiamenti della novantenne Vaduccia; e infine il resoconto stupefatto di Gabriel, l'amante scomparso. Mondi lontani, a dispetto dell'amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l'impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto. (webster.it)

mercoledì 9 aprile 2008

Jelinek - La pianista

Perché ho comprato La pianista di Elfriede Jelinek? Forse perché ne è stato tratto un film, di cui si vede anche una foto in copertina? Non è da me! Non lo ricordo, ma talvolta si fanno scelte casuali azzeccatissime. E io sono proprio contento di aver letto questo libro (come al solito in questi casi: divorato) perché diverso da tutti quelli che ho letto, soprattutto da un punto di vista stilistico. etafore continue, eppure non le sopporto, io, le metafore. Cambi di registro stilistico. E poi sesso, e poi ancora: introspezione psicologica. E poi: violenza. E poi: comicità. E ancora: disperazione. E poi… (perché, perché l’ho comprato? Come ho scoperto la Jelinek?...)
La ricerca spasmodica e frustrante della vita e di un'identità sessuale, fra autolesionismo e voyerismo, spingono una quarantenne insegnante di pianoforte negli squallidi peep-show della periferia viennese, nei cinema a luci rosse o tra le siepi del Prater, prima di rientrare a casa, sotto le lenzuola del letto che condivide con la tirannica madre. Al centro della narrazione il tormentato rapporto di forza tra le due che trasformerà in catastrofe sadomasochistica il tentativo della donna di legarsi a un suo allievo. "La pianista" è il romanzo più conosciuto di Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura nel 2004. (bol.it)
"…I sentimenti dell’insegnante spirano in alto, una tiepida corrente ascendente. In realtà Kemmler non ha proprio nessuna voglia, ma deve, perché è questo che si vuole da lui. Stringe i ginocchi come uno scolaretto imbarazzato. La donna smania sulle sue cosce e implora pietà e ferocia. Come potremmo stare bene adesso! Fasci di carne sbattono sul pavimento. Erika Kohut pronuncia una dichiarazione d’amore che poi consiste in una elenco di noiose richieste, di patti ben congegnati, di accordi ripetutamente confermati. Kemmler non concede il proprio amore, non dice oplà tanto in fretta. Non è cosa che si concluda in quattro e quattr’otto, quella. Erika spiega fino a che punto è disposta a spingersi a queste o quelle condizioni e invece Kemmler progetta di fare al massimo un giro per il Rathauspark senza correre troppo. La prega: non oggi, la prossima settimana! Allora avrò più tempo. Vedendo che le sue preghiere non sortiscono alcun effetto, comincia a toccarsi di nascosto, ma in lui tutto rimane come morto. Questa donna lo trascina in uno spazio che lo risucchia, dove il suo arnese, sebbene molto richiesto, non mostra alcuna reazione. Kemmler tira, picchia, scuote istericamente. Lei non si è ancora accorta di nulla e si scaglia su di lui come una slavina d’amore. Comincia già a singhiozzare, ritratta alcune delle cose appena dette e in cambio ne promette altre migliori. Si sente infine liberata! Senza alcun entusiasmo Kemmler si gingilla col suo basso ventre, gira e rigira il pezzo da lavorare e lo batte con arnesi di ferro. Sprizzano scintille…" Oltre a La pianista (del 1983) la Jalinek ha scritto tra l’altro Le amanti 1975 La voglia 1985 Voracità 2005

giovedì 27 marzo 2008

Culicchia - Il paese delle meraviglie

Se c'è un brano di Culicchia che ricordo è il tema sul volgare di Zazzi, uno dei due protagonisti de Il Paese delle Meraviglie: molto, molto divertente, il tema, e il libro. Ho scoperto questo autore per caso, consigliato da un amico, e le scoperte fatte per caso sono le più gradevoli. Ora l'ho abbandonato, ma quando avrò voglia di ridere un po' lo riprenderò in mano.
Culicchia parla di noi uomini comuni, dei nostri pregi e soprattutto difetti, qui parla della nostra Italia e di noi bambini. Secondo me è il suo romanzo migliore.
Da un suo libro, Tutti giù per terra, è stato tratto l'omonimo film con Valerio Mastandrea.
A chi potrebbe piacere Il Paese delle meraviglie: chi si vuol divertire, chi legge a letto, chi ha vissuto negli anni '70
Attila e Zazzi hanno quattordici anni e sono amici per la pelle. A prima vista non si direbbe. Sono diversi in tutto: il carattere, le famiglie d’origine, il loro sguardo sul mondo.Attila è un Charlie Brown che sogna spesso a occhi aperti, con un padre assente, una madre bigotta, una sorella che se n’è andata a Milano e un nonno anarchico un po’ bizzarro ma con qualche lampo di saggezza.Francesco Zazzi detto Franz invece è sguaiato, aggressivo, dichiaratamente fascista, incontrollabile negli slanci che punteggiano le sue giornate, sempre sopra le righe ma anche profondamente libero. Un personaggio vitale, irresistibile, di quelli che lasciano il segno. A unire i due ragazzi c’è solo un’amicizia profonda e indissolubile, di quelle che possono nascere solo a quell’età.Sullo sfondo, un mondo sospeso tra il ridicolo e il tragico, popolato da personaggi come Mollo, ruota di scorta del duo, o l’ex sessantottina professoressa Cavalla, o le imbranate compagne di scuola. Il paese delle meraviglie racconta attraverso gli occhi di due ragazzi l’Italia del 1977: un paese e un tempo segnati dalla violenza, apparentemente lontanissimi ma più vicini di quanto non sembri. E lo fa all’insegna di un riso travolgente e contagioso, in uno scatenato caleidoscopio di assurdità e sberleffi. Politicamente scorretto ma pieno di umanità, il nuovo romanzo di Giuseppe Culicchia coglie il volto e l’anima di un’intera generazione. (garzanti.it) Di Culicchia è stato pubblicato anche, tra l'altro: Tutti giù per terra (1994, Garzanti) Paso Doble (1995, Garzanti) Bla bla bla (1997, Garzanti) Ambarabà (2000, Garzanti) A spasso con Anselm (2001, Garzanti) "Liberi tutti, quasi" (2002, Garzanti) Torino è casa mia (2005, Laterza) Muri & duri (2006, Priuli&Verlucca) Ecce Toro (2006, Laterza) Un'estate al mare (2007, Garzanti)

mercoledì 26 marzo 2008

Saramago - Cecità

Come spesso in Saramago (portoghese, premio Nobel per la letteratura). Punto di partenza inverosimile: un'epidemia di cecità; storia: senza luogo, senza tempo; l'uomo: il suo comportamento, i suoi pensieri, fino a che punto degrada.
Pochi punti e molte virgole. Nessun punto interrogativo. Frasi lunghe. Qualche aforisma da incorniciare.
Il miglior Saramago. "Cecità" dicono che sia il capolavoro. Io aggiungo: uno dei tanti. Il Vangelo secondo Gesù Cristo, Tutti i nomi, La zattera di pietra, Le intermittenze della morte.
Due scampoli di Cecità.
"... se prima di ogni nostro atto ci mettessimo a prevederne le conseguenze, a considerarle seriamente, anzitutto quelle immediate, poi le probabili, poi le possibili, poi le immaginabili, non arriveremmo neanche a muoverci dal punto in cui ci avrebbe fatto fermare il primo pensiero"
"... il primo cieco ha già detto alla moglie, con voce sussurrata, che uno dei ricoverati è quel furfante che gli ha portato via la macchina, Pensa un po' che coincidenza, ma, siccome intanto ha saputo che il povero diavolo sta male per quella ferita alla gamba, ha avuto la generosità di aggiungere, Come castigo, basta. E lei, per la gran tristezza di essere cieca e la gran gioia di aver recuperato il marito, la gioia e la tristezza possono fondersi, non sono come l'acqua e l'olio, non si è neanche ricordata di quanto aveva detto due giorni prima, che avrebbe dato un anno di vita perché il mascalzone, parole sue, diventasse cieco."
Chi potrebbe leggere Cecità: chi legge molto, chi ama le storie surreali, chi riflette mentre legge, chi va oltre la dicotomia "scorre/non scorre" In una città qualunque, di un Paese qualunque, un automobilista è fermo al semaforo, in attesa del verde, quando si accorge di perdere la vista. All'inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma non è così. Gli viene diagnosticata una malattia sconosciuta: un "mal bianco" che avvolge le vittime in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso isolato: è l'inizio di un'epidemia che colpisce progressivamente tutta la città e l'intero Paese. I ciechi vengono rinchiusi in un ex manicomio e costretti a vivere nel più totale abbrutimento da chi non è stato ancora contagiato.
Di Saramago è stato pubblicato, tra l'altro:
Manuale di pittura e calligrafia
Una terra chiamata Alentejo
Memoriale del convento
L'anno della morte di Ricardo Reis
La zattera di pietra
Storia dell'assedio di Lisbona
Il Vangelo secondo Gesù Cristo
Tutti i nomi
La caverna
L'uomo duplicato
Saggio sulla lucidità
Le intermittenze della morte
Oggetto quasi
Il racconto dell'isola sconosciuta

martedì 25 marzo 2008

Kristof - Trilogia della città di K

Ho sofferto per tre o quattro giorni, non molti di più perché è stato inevitabile, per me, consumare in poco tempo La trilogia della città di K., di Agota Kristof, scrittrice ungherese emigrata in Francia. Scrive in francese, che non è la sua lingua madre, scrive secca, senza fronzoli, racconta solo i fatti, non le cose opinabili. Esempio: Nostra nonna è la madre di nostra Madre. Prima di venire ad abitare da lei non sapevamo che nostra Madre avesse ancora una madre. La chiamiamo Nonna. La gente la chiama la Strega. Lei ci chiama figli di cagna. E così penetra il lettore. Quando "Il grande quaderno" apparve in Francia a metà degli anni Ottanta, fu una sorpresa. La sconosciuta autrice ungherese rivela un temperamento raro in Occidente: duro, capace di guardare alle tragedie con quieta disperazione. In un Paese occupato dalle armate straniere, due gemelli, Lucas e Klaus, scelgono due destini diversi: Lucas resta in patria, Klaus fugge nel mondo cosiddetto libero. E quando si ritroveranno, dovranno affrontare un Paese di macerie morali. Storia di formazione, la "Trilogia della città di K" ritrae un'epoca che sembra produrre soltanto la deformazione del mondo e degli uomini, e ci costringe a interrogarci su responsabilità storiche ancora oscure. (IBS) Di Agota Kristof in italiano è stato pubblicato: La prova, Guanda, 1989. Trilogia della città di K. [Il grande quaderno, La prova, La terza menzogna], Einaudi, 1998. La chiave dell'ascensore. L'ora grigia, Einaudi, 1999. Ieri, Einaudi, 2002. La vendetta, Einaudi, 2005. L'analfabeta. Racconto autobiografico, Casagrande, 2005. Dove sei Mathias?, Casagrande, 2006.

sabato 9 febbraio 2008

Celine - Morte a credito

I grandi scrittori sono grandi persone? Louis Ferdinand Auguste Destouches, nome d'arte Celine, 1894-1961, percosso dal padre quando era bambino, invalido di guerra (la prima guerra mondiale), incontra sua moglie negli ambienti della prostituzione, soffre d'insonnia e di fischi continui agli orecchi, guarisce dalla malaria, fa il medico senza stipendio per i poveri che non possono pagarlo, diventa antisemita e scrive anche alcuni pamphlet contro gli ebrei (odiava un po' tutti: arabi, negri, cinesi, capitalisti, comunisti), appoggiando a suo modo la Germania hitleriana. E' difficile non parlare della sua vita pensando ai suoi romanzi: sono tutt'uno. Morte a credito parla di quando era bambino e adolescente; pur essendo stato scritto dopo l'altro suo romanzo, Viaggio al termine della notte, ne è una premessa. E' difficile innamorarsi di un libro senza innamorarsi dello scrittore-uomo. Da questo punto di vista Celine mi mette in grande difficoltà: preferisco vederlo come medico compassionevole e faccio fatica a immaginarlo come razzista, visto che metto i suoi due romanzi ai vertici delle mie letture.
"Morte a credito", pubblicato nel 1936, è il secondo romanzo di Céline, che nelle sue pagine ritorna alla propria infanzia e adolescenza. Cresciuto in un'atmosfera soffocante e carica d'odio, illuminata solo dalle presenze della nonna Caroline e dello zio Eduard, il giovane Ferdinand racconta le proprie esperienze familiari, turistiche, scolastiche, erotiche e di lavoro. (IBS)

mercoledì 23 gennaio 2008

Hrabal - Una solitudine troppo rumorosa

Sei mesi prima della nascita di Hrabal successe questo fatto: "Una domenica Mara tornò a casa e disse ai genitori che aspettava un bambino e che il tizio con cui stava non la voleva. Il collerico nonno Tomàs prese lo schioppo dall'armadio e poi cacciò Mara in cortile e gridò: in ginocchio, che ti sparo! La nonna Katerina servì la minestra di fagioli, uscì in cortile e disse: smettetela e venite a mangiare o si raffredderà!" Forse è in questo episodio, io la vedo qui, l'origine della sua scrittura tragicomica, nella quale gli avvenimenti drammatici si accostano con musicalità alla banalità del quotidiano. Da trentacinque anni Hanta/Hrabal lavora alla carta vecchia, pressa carta vecchia e libri, e si istruisce "contro la sua volontà", e legge, e mette da parte, e legge, e scrive il suo miglior libro (poi anche film) un po' come se lavorasse nel magazzino della carta da macero, forse c'è un po' di confusione, e tanta poesia, nelle sue pagine, e tanta istruzione non accademica nella sua testa, di Bohumil Hrabal, ceco, volato giù dal quinto piano di un ospedale praghese il 3 febbraio nel 1997.
A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Laozi, di Hölderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche, di Goethe. Professionista per necessità della distruzione dei libri, Hanta li ricrea incessantemente sotto forma di messaggi simbolici, rinnovando a ogni istante il prodigio del pensiero creativo che sgorga spontaneo al di là e nonostante i modelli canonici della società e della cultura. (Einaudi.it) Altre sue opere (case editrici: Einaudi, e/o, Guanda): Treni strettamenti sorvegliati Ho servito il re d'Inghilterra Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare Le nozze in casa La tonsura Vuol vedere Praga d'oro? Paure totali Un tenero barbaro L'uragano di novembre La cittadina dove il tempo si è fermato

sabato 19 gennaio 2008

Helgason - 101 Reykjavik

Forse mi piacciono, queste storie di uomini di oggi persi in un mondo uguale dall'Islanda in giù, queste storie welshiane, nel cui filone narrativo si inserisce 101 Reykjavik, dello scrittore islandese Hallgrìmur Helgason, libro non foss'altro divertentissimo, forse mi piacciono perché c'è il peggio di noi, il peggio di me, il peggio dell'uomo moderno, dei perenni adolescenti che siamo, senza strade tracciate, senza idee definite, senza capacità di comprensione e di azione. Forse è per questo.
Reykjavik, Islanda, metà degli anni Novanta. Hlinur ha trent'anni suonati, è scapolo e non ha nient'altro da fare se non praticare una disoccupazione caparbia e pertinace, e vegetare in un appartamento nel centro storico della capitale, codice postale 101, che condivide con la madre, donna iperprotettiva e morigerata. A differenza della sua mammina adorata, Hlinur di morigerato non ha nulla: consuma dosi massicce di tivù spazzatura e videocassette porno, si masturba con impegno scientifico, spende le sue notti in giro per pub e locali di dubbia reputazione, mette incinta l'ingenua fidanzatina di passaggio e sogna appassionate sessioni di sesso con Katarina, compagna ungherese di 'chat' notturne. Amici, pochi; vita sociale, casuale: insomma un'esistenza segnata dalla solitudine e dalla monotonia. Ma l'arrivo inatteso di Lolla, l'affascinante e ambigua amante omosessuale della madre, con la quale Hlinur si concede un Capodanno d'amore, è destinato a sconvolgere irrimediabilmente la sua piatta, e necessaria, routine. Esilarante farsa grottesca, sullo sfondo della vita notturna un po' claustrofobica della capitale islandese, "101 Reykjavik" è la storia allucinata e paradossale di un eterno Peter Pan in fuga dalla realtà e dalle proprie responsabilità di uomo. (BOL) Di Hallgrimur Helgason, scrittore, pittore e drammaturgo, è stato pubblicato in Italia anche: Il più grande scrittore d'Islanda

mercoledì 16 gennaio 2008

Bernhard - Estinzione

Quando leggo un libro, da un po' di tempo a questa parte, ho l'abitudine di fare un orecchio alle pagine che contengono una frase o un brano interessante (lo so, si rovinano, ma se lo segno con il lapis, non lo ritrovo più; e poi i libri bisogna viverli, non si possono lasciar lì in mostra in libreria). Con Estinzione, e con gli altri di Bernhard, ho dovuto a un certo punto fermarmi perché il libro era tutto pieghettato. Ho dovuto anche smettere di leggerlo perché non potevo non scrivere come lui (lo so, non al suo livello). Mi aveva pervaso la mente, questo autore austriaco, sempre incazzato con gli austriaci, e i tedeschi in genere, ossessivo, ironico, esagerato, come dice lui stesso a pagina 464 di questo straordinario libro. "In questo fanatismo dell'esagerazione ho sempre trovato appagamento. Talvolta quel fanatismo dell'esagerazione, quando riesco a farne un'arte dell'esagerazione, è la sola possibilità possibilità per salvarmi dalla miseria della mia disposizione d'animo, dal mio tedio spirituale. Ho educato a tal punto la mia arte dell'esagerazione che a buon diritto posso definirmi il più grande artista dell'esagerazione che io conosca. Non ne conosco un altro."

E' il tentativo di ricostruire un passato al tempo stesso individuale e collettivo, non per conservarlo, bensì per liquidarlo, estinguerlo una volta per sempre. Commedia umana dell'Austria contemporanea, Estinzione è al tempo stesso commedia dell'arte con i suoi personaggi esilaranti, buffoneschi. A spezzare la tensione più intollerabile una comica ambiguità disseminata fra le pieghe del romanzo fa da contravveleno, producendo un amalgama di cupezza ed euforia che è contrassegno inconfondibile di Bernhard. (IBS)
In ordine sparso, alcune delle sue numerose opere: Estinzione Il freddo Il respiro La cantina Antichi maestri L'origine Un bambino Perturbamento Il nipote di Wittgenstein Il soccombente

Welsh - Trainspotting

2001, libreria Feltrinelli, Firenze. Un mio amico mi aveva raccontato, pochi anni prima, disgustosissime scene del film di Danny Boyle. Schifo! Obbrobrio! Inguardabile! Lo vedo sullo scaffale: irruento, sboccato, violento, beffardo: il romanzo che ha dato voce a una nuova generazione. Lo prendo in mano. Sì, no... sì, no... sì, no... Proviamo, dai.

Le prime trenta pagine. Tutto qui? Lo lascio. No, continuo. Continuo, continuo, continuo. Non mi fermo più, pagina dopo pagina, libro dopo libro. Irvine! Il mio autore preferito! Per anni. E con lui, grazie al suo stile che mi ha catturato e mi ha introdotto ad altri scrittori: John King, Roddy Doyle, Nick Hornby. Parolacce, sesso, droga, calcio, violenza. Divertente, drammatico, tragico. Irvine Welsh.
Un pugno di ragazzi a Edimburgo e dintorni: il sesso, lo sballo, la rabbia, il vuoto delle giornate. Sono i dannati di un modernissimo inferno "chimico", con la loro vita sfilacciata e senza scampo. Alla ricerca di un riscatto, di un senso da dare alla propria esistenza - che non sia il vicolo cieco fatto di casa, famiglia e impiego ordinario - trovano nella droga e nella violenza l'unica risposta possibile. Sboccato, indiavolato, travolgente: l'esordio di un talento letterario, il romanzo shock che ha fatto epoca e dato voce a una nuova generazione. (IBS) Romanzi di Welsh:

Trainspotting (1993)

The Acid House (1994)

Tolleranza zero (1995)

Ecstasy (1996)

La casa di John il sordo (1997)

Il Lercio (1998)

Colla (2001)

Porno (2002)

I segreti erotici dei grandi chef (2006)

sabato 12 gennaio 2008

Piperno - Con le peggiori intenzioni

Mi è capitato un paio di anni fa. Guardo questa faccia, questa qua sotto: antipaticissima. Sempre con quelle giacchette e quelle cravattine, sempre in posa, sempre borghese, sempre sussiegoso.

Leggo il Corriere della Sera. Ogni giorno un’intervista: per chiedergli un’opinione, per sapere che cosa pensa di uno scrittore, che cosa di una tendenza moderna, quali camicie preferisce, quali calzini porta. Ogni scusa è buona per metterci la sua faccia.

Ogni giorno: Piperno strepitoso, Piperno di qui, Piperno di là.

Un battage pubblicitario insopportabile.

Lo leggo lo stesso, non so perché.
Accidenti, è strepitoso davvero! È letteratura.

Il libro racconta l'irresistibile ascesa e l'inevitabile decadenza dei Sonnino, facoltosa famiglia di ebrei romani, e dei loro amici, sodali, fiancheggiatori e nemici. Dallo sregolato, epico nonno Bepy al disorientato, sgangherato e perplesso nipote Daniel passano le generazioni, le epoche, i pezzi di storia italiana, dagli anni del boom economico agli anni Ottanta. Nato a Roma nel 1972, Alessandro Piperno insegna letteratura francese a Tor Vergata. Questo è il suo romanzo d'esordio.

(da ibs.it)

sabato 29 dicembre 2007

Saviano - Gomorra

I libri più belli sono quelli che si leggono in pochi giorni, è assurdo ma perlopiù si passa il tempo su romanzi che non piacciono, li trasciniamo stancamente per settimane in attesa di trovare un romanzo di quelli che non vedi l'ora di tornare a casa per continuare a leggerlo. Gomorra di Saviano l'ho iniziato tre giorni fa e ora sono qui a raccontare di un romanzo-verità (più reportage giornalistico che romanzo) che ti cambia i pensieri e le idee. Roberto Saviano per aver scritto questo libro vive sotto scorta della polizia, ha fatto nomi e cognomi dei camorristi, ha raccontato le loro imprese criminali, le loro ridicole idee e le loro imitazioni dei mafiosi nei film hollywoodiani, la loro capacità imprenditoriale che li ha portati a dominare molti mercati legali e illegali, al sud e al nord, in Europa e fuori d'Europa. Io so e ho le prove. io so come hanno origine le economie e dove prendono l'odore. L'odore dell'affermazione e della vittoria. Io so cosa trasuda il profitto. Io so. E la verità della parola non fa prigionieri perché tutto divora e di tutto fa prova. [...]. Io so e ho le prove. Gli imprenditori italiani vincenti provengono dal cemento. Loro stessi sono parte del ciclo del cemento. Io so che prima di trasformarsi in uomini di fotomodelle, in manager da barca, in assalitori di gruppi finanziari, in acquirenti di quotidiani, prima di tuto questo e dietro tutto questo c'è il cemento, le ditte in subappalto, la sabbia, il pietrisco, i camioncini zeppi di operai che lavorano di notte e scompaiono al mattino, le impalcature marce, le assicurazioni fasulle. [...] Nel loro paese modello, gli USA, quando un imprenditore riesce a diventare riferimento finanziario, quando raggiunge fama e successo, accade che convoca analisti e giovani economisti per mostrare la propria qualità economica, e svelare le strade battute per la vittoria sul mercato. Qui silenzio.