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venerdì 6 marzo 2009

Un poliziotto di nome Francesco

Una storiella narrata da un gruppo di giovanissimi scrittori in erba
C'era una volta un poliziotto di nome Francesco, che stava a casa a dormire come un ghiro, invece di andare ad arrestare le persone, perché lavorava tanto ed era tanto stanco. Un giorno Francesco decide di andare a sciare in montagna. Mentre sta sciando il poliziotto si accorge che c'è un ladro travestito da Babbo Natale, che nel sacco ci ha tutti i soldi che aveva rubato alla gente. Si accorge che c'è un buco nel sacco e che cadono tutti i soldi. A un certo punto Francesco segue i soldi che arrivano fino alla casa dove il ladro vuol rubare altri soldi. Mentre Babbo Natale finto passa dal camino, il poliziotto Francesco urla: "Mani in alto!". Babbo Natale alza le mani e scivola giù come a Paperissima. A quel punto Francesco prende il cellulare e fa il 333 e chiama i poliziotti che arrivano veloci e arrestano il finto Babbo Natale.
Fine della storia
Il poliziotto è quello che arresta quelli cattivi come gli assassini
No, gli assassini sono peggio
I poliziotti ammazzano i cattivi.
Non è vero, sennò diventano cattivi anche loro!
I poliziotti guardano le persone quando vanno veloce

mercoledì 25 febbraio 2009

Un giorno (anonimo)

Un giorno di mezza settimana parcheggio davanti ad un palazzone: dovevo andare a pagare un bollettino postale. Non si iniziava tanto bene la giornata.

L'auto appena lavata, trovo questo parcheggio tra le due classiche strisce blu, a lisca di pesce. E ti pareva che non dovessi pagare per andare a pagare... La giornata già cupa (per il mio morale), si infittisce sempre di più. Di quanto tempo avrò bisogno alla posta, trenta minuti, mah... sicuramente in quindici ho fatto, però non si sa mai, meglio pagare qualcosa in più adesso che prendere una bella multa dopo.

Inserisco la moneta che fa un triste suono metallico nella macchinetta/mostro mangiasoldi e vado nell'ufficio postale. Con un'ora di parcheggio, sono pronto a tutto: difatti 3 minuti dopo essere entrato, sono già fuori. Mapporca puttana! Va bene, un euro buttato al vento.

Mi dirigo verso l'auto appena pulita, certamente non più allegro di prima, ma mi beo della

carrozzeria così luccicante e perfetta, aahh che bel profumino, nell'abitacolo, poi, guarda

che parabrezza perfettamente trasparente: sembra un cristallo di Murano, un'opera d'arte.

Finalmente mi posso rilassare un po', visto che ho anche tempo a disposizione per il parcheggio.

Un minuto di silenzio perfetto, che bellezza, provo a sentirmi un "signore", quando arriva

la classica automobile che mette la freccia (o indicatore di direzione) facendomi segno di

uscire e di non perdere tempo, ché é in mezzo alla strada. Che palle! E va bene, andiamo.

Faccio per mettere in moto quando sopra la mia fronte vedo un movimento, fuori dal cristallo di Murano. Il tempo si ferma, guardo attonito, terrorizzato e incuriosito, il movimento é, in pratica, un oggetto che sta cadendo, e il tempo, a mio parere, si ferma per dare modo a me di realizzare lentamente che la distanza tra il mio cofano perfetto, pulito, luccicante e quell'oggetto, si sta riducendo sempre più.

Aiuto quella... quella cosa sta cadendo proprio lì, ma perché a me, proprio a me. Io che stavo già pensando di donare il mio biglietto del parcheggio valido per altri 52 minuti al rompicoglioni qui dietro, così, tanto per fare una buona azione.

E guarda la natura, il destino, come mi ripaga: speriamo che la storia della

cruna dell'ago e del suo cammello sia vera, perché prima o poi dovrò essere risarcito in

qualche modo! Vacca boia, no, no, noooo, buuum, il bastardo oggetto, la sua prima molecola più vicina al cofano perfettamente lucido della mia auto, entra in contatto alla prima molecola luccicante e perfetta e appena lavata con il resto delle molecole che, grazie alla fisica, unite una all'altra formano il cofano e dal contatto si sprigiona una energia tremenda che provoca il boato.

Non vedo più niente, buio.

Riapro gli occhi: quanto sarà passato, un giorno, due, mesi, anni, il mondo sarà cambiato,

nel frattempo?

Scendo dall'auto e raccolgo l'oggetto: un foglio di carta da lettere appallottolato, volato giù da quel palazzone, chissà da quale piano, di certo, il pazzo che l'ha lanciato vivrà in

un appartamento in corrispondenza del parcheggio dove ho messo l'auto. Pulita, perfetta,

luccicante, profumata...

Entro in macchina con il corpo del reato della maleducazione altrui, con l'intento di leggere e vedere se tramite qualche indizio riesco a capire chi ha fatto una cosa così pericolosa per andare a redarguirlo che non é educazione lanciare la roba dalla finestra.

L'automobilista intanto mi spietta, al che gli dico che non rompesse i coglioni e lo mando

affanculo, perché ho pagato e il biglietto mi da il diritto di stare lì, parcheggiato, altri

quarantanove minuti. Ecco.

Mi metto a leggere.

Il foglio é scritto bene, al computer, bella impaginatura, non c'é che dire; scorro le prime

righe e controllo attraverso il parabrezza se per caso qualcuno si affaccia ad un balcone,

voglio proprio vedere che faccia hai, caro il mio teppistello da strapazzo.

Oh, questa é bella, il foglio parla di questo signore che ha trovato un foglio, rincasando,

uscendo dall'ascensore. Senti senti quanto c'ha ragionato sopra questo bischero su un foglio scritto a penna.

E si chiede se ha fatto bene o male a raccattare quel pezzo di carta che di

certo é di qualcuno. Me lo vedo, lì con quelle mani rapaci di chi getta senza coscienza

alcuna, oggetti pericolosi dalla finestra, in un giorno dove le persone devono pagare

bollettini postali. Davvero senza pietà per il prossimo.

Ma andiamo avanti, leggiamo, lo immagino entrare quatto quatto in casa con la schiena ricurva di chi si sente in colpa per qualcosa e si guarda intorno per vedere che non ci siano testimoni che possano incorparlo del suo crimine. Ladro.

Leggo che si sta chiedendo se per caso la lingua in cui é scritto il foglio non é per caso

l'arabo. Se per caso non si tratta di un piano di terroristi arabi, o forse se non é il

compito a casa del bambino che abita nell'appartamento accanto... Eh! Bell'accostamento,

non c'é che dire, caro attentatore dell'incolumità altrui e dell'altrui automobili

perfettamente pulite lucide e profumate. Certo, che t'aspetti, di sicuro é un delinquente.

E poi, guarda qui che non t'ha tirato fuori da un misero fogliettino ritrovato sul

pianerottolo questo "poooeta", due pagine intere di riflessioni, congetture e meditazioni.

Certo, un indizio lo trovo anche subito, senza finire di leggere: di sicuro non hai granché

da fare, sarai, caro il mio teppistello, un impiegato con il computer davanti e una pila

di pratiche da espletare. Di sicuro.

E guarda qui, non saluta i vicini, eh? Personalità distorta, timidezza, anzi, direi, doppia personalità, magari tocca le maniglie delle porte con i guanti e va in giro con la mascherina da "chirurgo": forse é Michael Jackson! No, non é possibile, di sicuro egli non conosce l'italiano.

Ah, vorrebbe andare a suonare il campanello per restituire il misterioso foglio... Ma cosa vai a disturbare la gente perbene che a quell'ora mangia, molestatore della serenità sociale (e specialmente della mia). Toh, dopo aver pensato e scritto ipotesi pregiudizievoli sulla lingua del foglio, ora, si rende conto che forse non é scritto in arabo e non sa neanche se é scritto da un bambino. Vuoi vedere che alla fine il manigoldo si accorge che non ha un bambino come vicino di casa, anzi, non ha vicini di casa, anzi, non vive in un palazzo ma in una villetta unifamiliare a baiadera. No, non é possibile, il malandrino deve vivere nel palazzo e quindi ne é consapevole.

Ma c'é qualcosa che mi suona, nella testa, é come un campanellino lontano, é come se qualcuno mi volesse far notare qualcosa a cui non ho dato la dovuta importanza... boh.

Proseguiamo, ma guarda tu quante congetture, di sicuro ha dovuto anche meditare per tirar fuori tutte queste elucubrazioni. Allora non può essere un impiegato qualsiasi, a meno che... a meno che non sia un impiegato pubblico. E magari protetto dai sindacati. Sindacato rosso, di sicuro: un comunista! E forse, anche drogato. Sì, con tutto il suo tribolamento a causa di un semplice fogliettino...

Arriviamo alla fine del manoscritto, ma che finale é, questo non é normale, tutto questo "puzzo", il rischio di rovinare una persona per finire così, né carne né pesce, a metà. Non ha preso una decisione, se ne sta in panciolle in poltrona a fregarsene di tutto di sicuro con la sua conotta bucata e sporca di sugo (chissà che rutti).

Mah, riguardo con occhio clinico la facciata del palazzo, le finestre, i balconi, i piccioni. I piccioni? Noooo SPLAT! Sul cristallo di Boemia mi arriva la cacca di piccione che mi scuote come un elettroshock. Il campanellino lontano diventa la colonna sonora di uno spot rivelatore: si apre il sipario, e vedo l'impiegato pubblico che guarda assonnato lo schermo del computer, stando bene attento a non muovere la catasta di documenti da espletare vicino a lui. Comunista. Che ha libero accesso alla droga e alla mascherina da chirurgo. Lavora alla USL, é comunista e sicuramente drogato, altrimenti non potrebbe assolutamente competere con me a tennis: Silvio D'ulivo! Vagabondo....

Anonimo

mercoledì 16 luglio 2008

Memoria - di Beatrice

Una giornata come tante altre, fatta di giochi e di spensieratezza, ma anche di paure e preoccupazioni che anche i bambini molto piccoli provano sebbene gli adulti sembrino averlo dimenticato. Una giornata come tante altre conclusasi nella mia cameretta, così accogliente, così familiare, così sicura. E il mio letto, dove la coperta fa da padrona con i suoi quadri dai colori accesi mentre la rimbocca candida del lenzuolo vi si adagia timidamente sopra ricadendo in misura perfettamente uguale sul lato destro e sinistro. Una persona a me familiare vicina, così vicina da darmi la certezza che niente potrà accadermi. Poi la mano adulta prende la mia che fiduciosa si lascia guidare, piano piano, lungo la gamba, come una carezza che ingenuamente concedo. E continuo a farmi guidare anche quando di bello non c'è più niente, neppure la mia certezza di essere al sicuro. Una giornata come tante altre, che non mi è concesso dimenticare.

martedì 24 giugno 2008

Il quaderno - di Homo faber / 4

(4 - continuazione e fine) IV POSTILLA DI DIVERSO AUTORE Ho trovato questo vecchio quaderno di scuola nascosto dietro una trave del soffitto della casa colonica dove sto quest’anno trascorrendo le vacanze estive. Nascosto, si fa per dire: mi ha fatto tornare in mente la famosa ninfa che si inoltrava nella selva, non per sfuggire al fauno, ma per farvisi seguire. La copertina nera e il bordo delle pagine rosso ne fanno uno di quei quaderni che alle persone della mia generazione riempiono il cuore di nostalgia. Da qui la curiosità che mi ha invogliato alla lettura. Quando ho finito, una semplice esclamazione: mah! Poi mi sono chiesto, senza usare l’eufemismo: che cavolo è questo? E quindi, con maggior contegno: diario fedele o pura letteratura? Spingeva a propendere per la seconda ipotesi la cura stilistica, incompatibile con la tempesta di emozioni che avrebbe provato un partecipante effettivo agli eventi descritti. La congettura sembrava confermata dall’intitolazione del testo e dei tre capitoli nei quali era suddiviso. Ma siccome sappiamo bene che le opere di fantasia contengono spesso dei riferimenti alla realtà, ho pensato che mi sarebbe stato forse possibile identificarne l’autore. Diciamo la verità: ho provato un senso di solidarietà con quello sconosciuto, non per le sue intemperanze, ma per i disagi che avrà provato. In questa stagione solo Angli, Sassoni, Goti, Variaghi ed altri appartenenti alle tribù del nord sanno apprezzare una campagna nella quale imperversano il caldo e la noia. Io ci sto passando, e almeno sono vegetariano e scapolo, anzi single, come si dice ora. Ma lui, con quello strano regime alimentare. E poi le corna. In definitiva le ricerche mi sono apparse un grato diversivo. Ho cominciato le indagini nel villaggio poiché adesso la casa appartiene ad una società non meglio definita ed io l’ho avuta tramite un’agenzia: da quel lato poco da fare. Fedele alle migliori tradizioni investigative ho cercato il postino, che poi è una postina. Sono così riuscito a sapere che il vecchio proprietario della casa, un vero signore, giovane, alto, robusto, veniva tutti gli anni a passarci l’estate, da solo. Un bell’uomo, ha voluto precisare la portalettere. Da lei ho pure saputo che una donna del posto aveva cura della casa in sua assenza, la preparava quando lui preannunciava il suo arrivo e si occupava delle pulizie quando era lì, soprattutto se c’erano degli ospiti. E cucinavo, ha aggiunto la casiera quando l’ho rintracciata, confermando che si trattava di un vero signore, giovane, alto e robusto, ma bello no davvero. Ho accertato dunque che il proprietario non doveva lesinare le mance e che le due donne non avevano gli stessi gusti in fatto di uomini, per quanto me ne potesse importare. Però mi sono chiesto se una delle due, e quale, mi avrebbe considerato bello, tenendomi il dubbio per me. Dalla casiera ho saputo che di visitatori ne venivano spesso e non si trattenevano per più di qualche giorno. Un anno però..., sì, un anno era stato suo ospite un signore, vero ovviamente, per un mese o più, e quello sì che era bello. E c’era la moglie, bella pure lei. Ho immaginato come sarebbe stato il cane, se ne avessero avuto uno. È opinione diffusa fra gli abitanti di quel paese, e chi potrebbe dar loro torto, che per passare un paio di mesi in una casa colonica non è necessario conoscere vita morte e misfatti dei precedenti abitatori. Di conseguenza con le mie domande stavo facendomi una fama poco lusinghiera. In ogni modo qualcuno mi ha consigliato di parlare col parroco, che la moglie dell’ospite frequentava assiduamente nel periodo che erano qui. Ci mancava un prete a complicare la faccenda, mi sono detto. Quando però l’ho visto, anziano, rinsecchito, ingobbito, emanante un acuto odore d’aglio a tre metri di distanza, non mi è sembrato tipo da tresca amorosa. Anzi, ho pensato che per frequentarlo assiduamente era necessaria una grande fede. Mi ha squadrato sospettoso e si è rassicurato dopo che gli ho menzionato i miei rapporti con un’importante università della capitale. Ho omesso di precisare che ero fra i firmatari di una certa lettera indirizzata al papa in occasione di una sua visita. Dal prete ho saputo dunque che quel tale era il direttore di un importante Istituto di Credito, che fumava la pipa, che era una persona cordiale ed educata come ce ne sono poche, di questi tempi poi (ahimè, il relativismo dilagante)! E un buongustaio. Uno insomma che se si suicidava lui, veniva fuori dal ritratto che me ne facevo, allora cosa dovrebbero fare gli altri? La moglie, che si chiamava, si chiamava..., macché, Lucrezia no di certo, era una donna bella, non nel senso mondano, quello lui non poteva dirlo. Era una persona di buon cuore, un’anima eletta con un gusto raffinato per gli addobbi floreali. E questa? mi stavo chiedendo, ma poi mi ha chiarito che tali sue doti si erano manifestate nella ricorrenza del patrono del villaggio, Santo Alessandro martire, che come tutti sanno (non gli ho detto che ero l’unica eccezione) cade il 26 d’agosto. In quell’occasione il contribuito della bella (non in senso mondano) signora all’organizzazione dei festeggiamenti era stata preziosa. Due persone insomma, teneva a precisare il sacerdote dopo le mie velate insinuazioni, la cui integrità morale non andava messa in discussione ed alle quali non era lecito attribuire turbe caratteriali, checché ne sentissi dire in giro. A dire il vero non avevo capito quali erano le doti del marito incompatibili con le turbe, delle quali niente in giro si diceva, se direttore di banca o buongustaio o fumatore di pipa. Della moglie l’amore per i fiori. A quel punto restava da informarsi sul lago, vincendo le resistenze degli indigeni. Tanto la nomea di bizzarro impiccione già me l’ero fatta. Così ho saputo che dopo il Matto l’unica vittima è stata una bambina di dodici anni, nell’estate di qualche anno fa. Un paio di giorni dopo la sua scomparsa si è cercato nel lago. Il corpicino è stato trovato sul fondo, immerso nel fango. La morte non era dovuta ad annegamento, bensì, come ha rivelato l’autopsia, a strangolamento, dopo che le era stata usata violenza. L’assassino non è mai stato scoperto. Avrei potuto completare le indagini verificando se l’anno del crimine coincidesse con la presenza nella casa colonica della coppia ospite, ma me ne sono astenuto: le mie indagini terminano qui. Adesso sono sotto la pergola, ad aggiungere questo quarto capitolo al quaderno, che poi riporrò dove l’ho trovato. Se il colpevole sta aspettando che qualcuno lo rintracci e metta fine alla sua attesa angosciosa, non sarò io a fargli questa grazia.* * Nota dell’Autore: ho trovato il quaderno, che trascrivo fedelmente senza niente togliere o aggiungere, dietro una trave del soffitto di una casa colonica immersa nella campagna toscana.

venerdì 20 giugno 2008

Il quaderno - di Homo faber / 3

(3 - continuazione)
III L’ABISSO Mi pento di essere venuto in campagna, e per non essere frainteso devo precisare: a parte le vicissitudini coniugali. Il motivo primo che mi ha spinto a farlo è stata l’illusione di sfuggire al clima torrido e umido che rende invivibile la città in questo periodo, ma il caldo che sto soffrendo qui non ha niente da invidiare all’afa cittadina. L’unico mio rifugio è questo pergolato, popolato tuttavia da fantasmi che offendono la mente e negano ristoro al corpo, senza che mi sia dato d’invenire una condotta adeguata ad affrontarli. I miei pensieri, reputati un tempo i più fedeli alleati, sono armi dalla lama ottusa; la ragione, tanto esaltata dai filosofi, serve solo a giustificare azioni abominevoli con le loro conseguenze nefaste; la cultura, deputata ad affinare il giudizio, è niente più che nostalgia di epoche tramontate. Non so come potrò riprendere il cammino, in qualsiasi direzione esso si dipani, poiché dopo quanto è successo non mi è consentita ormai un’esistenza che scorra nei canali consueti del vivere comune, né tornerò a sognare, quando la realtà ha raggiunto e superato le più ardite fantasie, né seguiterò per la strada appena imboccata, ostruita in via definitiva da ciò che ieri è accaduto. Un buon pranzo e un’ottima fumata, e poi ho lasciato la pergola per salire in camera, desideroso di ritrovare le emozioni tanto sconvolgenti del giorno prima, munito di sentimenti artificialmente preparati che me ne avrebbero consentito la fruizione. Entrando nella camera ho visto negli occhi di Lucrezia, che non dormiva e mi stava aspettando, di nuovo del terrore ma non un terrore spontaneo, come se anche lei, desiderando che si ripetesse il rito profanatorio nel quale era la vittima consenziente di un torturatore poco convinto, avesse predisposto i suoi sentimenti allo steso modo di chi assiste alla proiezione di un film dell’orrore ed è preparato al soprassalto. Di nuovo l’ho colpita, di nuovo l’ho spogliata strappandole gli abiti di dosso, e non è rimasta che la carne, debole e rassegnata, disposta a subire con stanchezza la violenza artefatta e bonaria di un carnefice che si scusa con il condannato per il tormento al quale il suo dovere gli impone di sottoporlo. Ma poi c’è stato il momento in cui le mie mani si sono strette con gesto disperato intorno al suo collo, offerto e fragile, ed ho sentito sotto le mie dita la pelle soffice a coprire una cartilagine cedevole e facile da spezzare. Per un attimo è stata autentica la mia volontà di colpire e ferire, da lei percepita tanto chiaramente che il suo terrore, palese negli occhi sbarrati, è divenuto sincero quanto il mio odio, mentre il suo corpo era percorso da un brivido violento come per una scossa elettrica, come albero percosso dal fulmine. Ci siamo trovati uniti in un orgasmo convulso e le mani hanno allentato la presa, non so grazie a quale istinto di salvamento, non senza lasciare sulla pelle le tracce della pressione. Poi siamo rimasti lì, inerti ed accasciati, due burattini ai quali, una volta calato il sipario, siano stati sciolti i fili, e di reale in noi non c’era che il sudore dei nostri corpi. Mi chiedo adesso cosa ci rimane, quale sarà la prossima tappa, e non voglio una risposta, non voglio che ci sia una tappa ulteriore, perché ne ho paura. Stamani ho vagato a lungo per la campagna, prima che sorgesse il sole, quando già avevo rinunciato alla speranza di trovare nel sonno un po’ di tregua alla mia angoscia, e sono giunto al lago, se così si può chiamare quella grossa pozza artificiale. Lago lo chiama la gente del vicino villaggio, che odia quel posto ed evita perfino di parlarne da quando un tale, non per nulla soprannominato il Matto, vi è annegato, senza che si sappia se per incidente o atto volontario. Mi sono seduto vicino al bordo e sono rimasto là per non so quanto tempo, immobile ed assorto, fino a che un sole cocente non mi ha costretto ad alzarmi per un ritorno penoso, ma durante il quale ho espulso insieme al sudore la malinconia ed ogni pensiero funereo. Dopo un lauto pranzo, cotolette di agnello a scottadito il piatto forte, che ha confermato nel nostro ospite una innegabile e squisita attenzione per la tavola e nella donna che cura la casa e sembra riparare a tutto delle ottime doti culinarie, sono tornato qui a scrivere, ma non posso scacciare dalla mia mente l’immagine ossessiva del lago. È vero che l’impressione che se ne riceve è sgradevole, soprattutto per le sponde di sterrato che lasciano figurare un fondo melmoso, ma ciò non inibisce il fascino inusitato che su di me esercita. Se chiudo gli occhi rivedo quelle acque così calme e nello stesso tempo così minacciose, ne subisco l’attrazione funesta, odo il richiamo imperioso e ineludibile del fondo che non ho neppure visto, ma che mi fingo nel pensiero, quasi il mio corpo fosse già stato una volta, in tempi remoti, imprigionato in quella massa fangosa, privo di vita cosciente. So che Lucrezia in questo momento mi sta aspettando, consapevole del pericolo che correrebbe se ripetessimo l’esperienza erotica, e per ciò ancor più eccitata, ma non salirò da lei. Questi due ultimi giorni sono stati forse gli unici della mia vita che ho vissuto davvero, ma non ho il coraggio di continuare: avendo intravisto il sentiero che il mio destino ha tracciato, al pari di un eroe greco lo seguirò. Meccanicamente, senza rendermi conto, ho posato la pipa per terra, lasciando che si spengesse. (continua)

giovedì 19 giugno 2008

Il quaderno - di Homo Faber / 2

II LA VITA NOVA La campagna è anch’oggi affocata nel sole, l’ora è la stessa, lo stesso pergolato; la pipa è un’altra perchè quella usata ieri è umida e lo sarà a lungo; il coniglio arrosto che avevamo a pranzo richiede una digestione meno laboriosa delle chiocciole e il lavoro che la mia mente deve sostenere è più lieve, per cui, se ora di nuovo sto scrivendo, ma con diverso spirito, non mi ci spinge l’esigenza di affrancarmi dal peso greve di pensieri molesti e invece il gusto di ripercorrere e meglio assaporare delle sensazioni eccitanti. Ciò che è cambiato è il rapporto con Lucrezia, al quale ho dato, con decisione unilaterale, un’impronta nuova, chiara e ben definita, pur se devo ammettere che lei non ha frapposto ostacoli, ma ha piuttosto assecondato questo corso inedito. Ricordo con precisione assoluta, rivivendolo per la seconda, terza, quarta volta, ciò che ieri ho fatto quando mi sono alzato da qui, che oggi, lo so bene, rifarò di nuovo appena la pipa sarà vuota, e che posso riferire soltanto con questa espressione: ho usato violenza a mia moglie. La combinazione di parole, imposte dall’uso nella loro reciproca fissità, acquisisce il valore di un’etichetta garante del contenuto e attribuisce alla mia azione così catalogata una concretezza psicologica che funge da agente lievitante, quale enzima nell’impasto, per la mia intima soddisfazione. Le ho usato violenza come ad una donna incontrata per caso in strada, alienando dal mio agire ogni sentimento personale nei suoi riguardi, allo stesso modo che un bruto, immagino, dà libero sfogo ai suoi istinti più bestiali quando una sconosciuta infiamma accidentalmente ed involontariamente i suoi sensi. Quante volte lo avevo sognato! Quante volte, sdraiato su di una poltrona, o sul letto prima di addormentarmi, ho fantasticato di scene simili, con donne appena conosciute e subito desiderate, prima che si dileguassero, se non coincideva l’orientazione dei nostri passi, o che un felice approccio favorisse una storia per amicizia o amore! Non avevo mai dato peso a simili fantasie, rimuovendole dalla mia coscienza appena mi alzavo o il sonno vi metteva fine; ma ieri sono riemerse con prepotenza, quando ho dovuto riconoscere che ciò che stavo facendo era il risultato logico e fatale di un’esistenza di desiderio. Sono salito in camera e Lucrezia era sdraiata sopra al letto, vestita con una gonna cortissima ed una camicetta semi trasparente. Dormiva coricata su di un fianco, le gambe distanti fra loro e le braccia stese come se stesse correndo, il volto, che non riuscivo a vedere, girato verso il cuscino. In quel momento, strana circostanza, godevo di una calma eccezionale, giacché la mia mente era fredda e lucida, ad efficiente servizio di un corpo nel quale l’eccitazione stava raggiungendo vertici inimmaginabili per la cosciente precognizione di ciò che stavo per fare. Dopo una breve attesa durante la quale, immobile ai piedi del letto, mi sono concesso un’ultima pausa pleonastica destinata a fugare ogni dubbio residuo, se ve ne fossero stati, mi sono avvicinato, l’ho afferrata per un braccio voltandola verso di me, l’ho colpita con forza sul viso, ed ho visto chiaro nei suoi occhi lo stupore del risveglio diventare al riconoscermi muto terrore. Temevo che gridasse, ed ero pronto ad impedirglielo in qualsiasi modo, ma non è stato necessario, forse perché il senso di colpa le aveva fatto presagire una qualche punizione che era disposta ad accettare. L’ho colpita di nuovo, e quando ho visto le sue labbra imporporarsi mi sono gettato su di lei strappandole gli abiti di dosso. Poi tutto si è confuso: mi sono restate immagini sfocate di atti, gesti, rumori, movimenti e invece chiare impronte delle sensazioni sconvolgenti che ho provato e che continuano a conturbarmi. Io stavo nel letto, sopra la donna che amavo ed allo stesso tempo odiavo, alla quale elargivo piacere ed infliggevo sofferenza, ed ero io la donna che subiva inerte la violenza provandone terrore e insieme godendone, e del pari ero io, come tre giorni prima, una terza persona presente nella stanza che immobile e distaccata osservava la scena brutale. Ero tutte queste persone, e nella progressiva dilatazione della mia coscienza ero il letto, e la stanza con i suoi mobili, di più, ero tutto il paesaggio fuori dalla finestra inaccessibile al mio sguardo, di più, ero il sole candente ed il cielo infocato e la terra sitibonda, di più di più, l’universo intero ero io. L’improvviso afflosciarsi di ogni vigore, raggiunto e superato il culmine della frenesia lubrica, mi ha ricondotto alla realtà, al cospetto di Lucrezia il cui volto esprimeva un appagamento profondo, una gratitudine sincera, una devozione assoluta. Devo confessare che l’aver messo a nudo la mia natura più intima, ignota a me stesso fino ad allora, mi ha lasciato in uno stato di vago sbigottimento al quale non riuscirò a reagire, almeno finché le sensazioni provate perdureranno con tanta vivezza da escludere una profonda riflessione. Ho cercato di non dare troppo peso alle mie incertezze, di rimuovere i sensi di colpa, adducendo senza sforzo gli argomenti a sostegno di un comportamento che non esiterei a definire moralmente puro e socialmente accettabile. Nella società in cui vivo la violenza non è condannata in quanto tale, ma solo se è diretta a minacciarne la stabilità, mentre in determinate circostanze è perfino auspicata, se non imposta. I poliziotti, i giudici, i carcerieri, sono sempre e soltanto mossi da sete di giustizia o soddisfano altresì nel punire i colpevoli l’anelito più o meno inconscio di spaventare, soggiogare, tormentare? Il mio desiderio è affiorato alla coscienza grazie al tradimento di Lucrezia ed alla sua accettazione del castigo, che hanno scatenato la mia brutalità, giustificandola e mettendo a tacere ogni scrupolo; ma lei pure aveva da scoprire qualcosa di sé, che è venuto alla luce quando il riconoscimento della propria colpevolezza l’ha piegata ad accogliere una punizione chissà quante volte nell’inconscio agognata ma che altrimenti avrebbe rifiutato con orrore. È indubbio che eravamo entrambi pronti, in sospeso sul crinale, in attesa di un segno sia pur vago, impazienti e smaniosi che i freni si allentassero e la macchina, carica di energia potenziale, si avviasse libera verso una ripida discesa. Adesso, al compimento di una fumata meravigliosa quale da tempo non mi era concessa, chiaro indizio di un raggiunto equilibrio, mi accingo a salire di sopra, dove mia moglie mi starà aspettando. Queste ultime ventiquattro ore sono state brevissime, vissute con un’intensità vertiginosa. (continua)

martedì 17 giugno 2008

Il quaderno - di Homo faber

LA PERGOLA
I LE CHIOCCIOLE
Il sacrificio è consumato. Alla facilità spensierata dell’ingestione delle vittime, decine di chiocciole naviganti nel sugo denso della loro cottura, non corrisponde altrettanto agevole digestione, che si preannuncia invece lunga e laboriosa. Sono apparse all’improvviso dopo la prima pioggia, ad affollare i viottoli dei campi e soddisfare la rapacità di numerosi cercatori, già che segnate nel loro destino erano prima la purga nella segatura e dopo tre giorni la cottura fra spezie e pomodoro, per essere servite in tavola, estratte dal guscio con meticolosità liturgica e minuscola forchetta a due rebbi, divorate col tocco di pane inzuppato nel sugo piccante, innaffiate con vino rosso vecchio di tre anni. Dopo di che il rituale reclamava una sosta prolungata nella poltrona di vimini sotto la pergola, con una pipa dal camino capace ed il fiasco del vinsanto a portata di mano. Non un alito di vento veniva a dissipare l’ascensione, pigra per lo scarso gradiente termico fra il fumo e l’aria afosa, delle spire aromatiche, ed inevitabile pareva accondiscendere all’appesantimento delle palpebre per l’abbiocco ed a difesa estrema dal cielo abbacinante della campagna affogata nel caldo e nella polvere, là fuori dal pergolato, intorno alla casa colonica nella quale sono ospite con mia moglie Lucrezia. Non era però consentito il dolce soccombere dalla turba dei pensieri, in disordine vaganti, violenti come sogni, rapidi nel disegnare traiettorie sempre più prossime a sfiorare il nodo centrale, che non voleva e non doveva essere manifestato. Ed allora ecco il quaderno nel quale incanalarli, i pensieri, nel tentativo forse vano di esorcizzare i più molesti almeno. Caldo e polvere da metà luglio fino all’acquazzone di tre giorni fa, che ha indotto allo scoperto le chiocciole da recondite dimore e me dal riparo della pergola. Ma dopo appena un’ora il paniere era colmo e il sole di nuovo cocente, l’afa insopportabile nell’umidità fermentata, e con la camicia incollata alla schiena per traspirazione copiosa ho allungato il passo verso casa, ho depositato il paniere in cucina, e senza far rumore sono salito al piano di sopra per raggiungere il bagno al termine del lungo corridoio, dove già pregustavo algido ristoro, con transito inevitabile davanti alla porta socchiusa della camera del mio ospite, dalla quale provenivano gemiti inconfondibili. Ho capito che il mio incedere, silenzioso in rispetto di chi, presumevo, fosse ancora assopito nel riposo pomeridiano, aveva ottenuto un esito ben diverso, ma la funesta premonizione non è valsa ad arginare l’impulso che mi esigeva affacciato e sbirciante. Un candido lenzuolo lasciava scoperta la testa, il collo taurino, le spalle brunite di lui; il suo corpo celava quello di Lucrezia, della quale vedevo un braccio, candido nel contrasto, ed il volto alterato, le labbra imploranti, gli occhi socchiusi. Stavo immobile sulla porta, incapace di staccarmi dalla scena ineffabile, quando lei li ha aperti, gli occhi, percorsi da un lampo di sorpresa nel dirigere a me lo sguardo, poi li ha richiusi, mentre il suo respiro diveniva un roco affanno da annegata e i movimenti dei corpi sotto il lenzuolo, da lievi e ritmati che erano, si facevano disordinati e violenti, sempre più accelerati. La mia comparsa da spettatore, insomma, ha scatenato un orgasmo così intenso, una così completa partecipazione all’atto amoroso, quali da attore oramai non riuscivo a provocare più. In silenzio ho ridisceso le scale. Il nostro ospite non deve nemmeno essersi accorto della mia presenza, mentre io e Lucrezia, quasi per muta intesa, abbiamo evitato ogni accenno a quanto è accaduto ed allo stesso modo abbiamo evitato ogni contatto dei nostri corpi. Che si possa dormire nello stesso letto senza nemmeno sfiorarsi è una scoperta che presto o tardi ogni coppia stabile è costretta a fare. Io ho tenuto i miei pensieri in purgo, insieme alle chiocciole, escludendoli dalla mia mente grazie ad una strana capacità che anche in altre occasioni si era manifestata, seppur mai con tanta evidenza. Ne sto adesso completando la digestione e l’assimilazione. Il caldo si fa sempre più insopportabile, perfino qui sotto la pergola, e meglio sarebbe salire in camera e cercare di dormire, nel letto dove sarà già Lucrezia. Se finora la sua presenza non ha ostacolato il mio sonno, oggi giacere al suo fianco mi appare inconcepibile, quasi oggi soltanto l’adulterio avesse acquisito il suo pieno significato. Però non so ancora quale atteggiamento assumere, non so neppure se dovrei parlarne, e avverto soprattutto l’esigenza di evitare una scenata; ma non certo, sia chiaro, a tutela di onore e dignità, termini risibili a fine secolo e qui, nella culla della civiltà, se usati a proposito di corna, bensì per il caldo che mal si concilia con gli alterchi coniugali. Né soffrirò per amore: prima del matrimonio, e subito dopo, credevo di essere innamorato di Lucrezia, forse lo ero; ma poi si sa, il legame diventa indissolubile, o tale è visto, ed il connubio riposante e pigro, sì che all’amore chi ci pensa più. Né soffrirò per orgoglio: sono fermamente convinto che l’uomo possa e debba utilizzare le sue energie in modo molto più proficuo che nell’impegno costante e gravoso dell’appagare le fregole di una moglie, e non pretendevo perciò che dei nostri congiungimenti, sempre più fiacchi ed insinceri, lei fosse pienamente soddisfatta. In definitiva ciò che più mi turba è lo stupore conseguente al crollo di un convincimento: che dei principi morali, o pregiudizi se si vuole, fossero garanti della sua fedeltà. Meglio mi sarei capacitato del tradimento cittadino se a ragione si sentisse trascurata quando il lavoro assorbe molto del mio tempo razionando e presenza e attenzione. Ma forse proprio in città è cominciata la tresca, e l’invito a venire qui a trascorrere le vacanze ne è stato la conseguenza: un pensiero questo che concorre a farmi sentire uno scomodo intruso, non senza provocare una certo inquieto prurito. Urge una scelta. Per il clima e l’inazione, tre giorni di astinenza cominciano a pesare. Posso considerare mia moglie un semplice strumento di piacere e utilizzarla malgrado tutto, ma temo che ciò venga a detrimento dei nostri rapporti futuri, quelli fuori del letto cioè, ed ostacoli poi la serenità tranquilla, l’armonia pacifica, perlomeno esteriori, della nostra convivenza, che tanto hanno contribuito ai miei successi nell’attività lavorativa. Ma è davvero tempo d’illazioni? Sarà il calore irrespirabile dell’aria, sarà il vinsanto che è calato nel fiasco come evaporando, ma questa pergola è simile a barca che affonda e sarà presto sommersa dai flutti. E allora perché tanti scrupoli? In fondo tutta la vita non è che un breve tragitto sur una barca che sta per affondare, e cercare un contatto concreto con la realtà intorno, vaghe onde spumeggianti e subito dissolte, è solo sciocca velleità. Sono io a scrivere queste cose? Meglio è che posi la penna e mi alzi. Il tabacco non brucia più nella pipa diventata troppo umida e forse anche la digestione è ormai conclusa. (continua)

mercoledì 28 maggio 2008

La poltroncina del trans - terza e ultima parte (anonimo)

Nessuno avrebbe scambiato per una donna l’uomo del portone. Nemmeno per una donna brutta. Era un uomo mascherato, uno scherzo serio, tragico, immobile che aspettava. Durante il giorno, nel quartiere, non avevo mai incontrato nessuno che potesse assomigliare a lui. La notte mi affacciavo alla finestra e mi sporgevo un po’ per intravedere i contorni mossi delle stoffe illuminate dalla luce dell’androne, guardavo il silenzio della strada deserta dove entrava solo chi stava tornando casa o chi cercava un riparo per pisciare. Una sera, accanto alla porta dell’officina, l’uomo stava seduto su una sedia bassa completamente ricoperta dalla gonna lunga, con le gambe accavallate stringeva in grembo una borsetta e aveva in mano una sigaretta accesa. La sedia occupava quasi tutta la larghezza del marciapiede, io gli passai davanti spostandomi nella strada, lo guardai con la coda dell’occhio e mi sembrò che la bocca fosse più distesa. La mattina dopo, nel portone aperto, intravidi accanto alle biciclette, una poltroncina bassa e rossa. Entrai, facevo finta di aggiustarmi le calze e intanto guardavo da vicino la poltroncina. Aveva la seduta ovale allungata su zampe sottili di ferro tenute fra loro da ferri incrociati. Lo schienale ovale era sorretto da due ferri saldati alla base e uniti dal solito incrocio, il rivestimento era in finta pelle. Sembrava un trono a cui erano state segate le gambe. Avevo visto due poltrone simili in un negozio che vendeva mobili e oggetti anni sessanta, due gemelline rosse molto costose, sotto ad una abat-jour da terra con cappello plissettato. Uno sfizio caro che non potevo permettermi. Lui aveva lasciato la poltroncina nell’ingresso, sicuro che non l’avrebbe presa nessuno. E cominciai a pensare a come fare per portarla via. Mi dispiaceva che lui passasse le sue serate in piedi, ma avrei potuto sostituire la sedia o offrirgli dei soldi, o magari chiedergliela e aspettare la risposta. Spesso però le persone si attaccano alle cose proprio quando gli altri gliele chiedono. Non volevo portarla via di giorno, qualcuno sicuramente mi avrebbe visto. Per alcune settimane, la notte passai davanti a lui seduto nella stessa posizione con la gonna che scendeva a ricoprire la sedia. Sempre immobile fumava, la stessa rosa tra i capelli, dondolava un piede e buttava fuori il fumo facendo gli anelli. Un giovedì mattina alle quattro, stavo tornando a casa dopo una festa, lui non era davanti al portone, sbirciai nell’androne e intravidi la sagoma della poltroncina. Non passava nessuno, tutte le finestre sulla strada erano buie, guardai a destra e a sinistra e vidi, vicino al cassonetto della spazzatura in fondo alla strada, una sedia. Andai a prenderla. Sembrava stabile sulle zampe di metallo cromato, mi sedetti sulla base di formica, mi appoggiai allo schienale e mi sembrò veramente comoda. Era un po’ meno elegante della poltroncina, ma poteva andare. La sollevai facilmente, cercai in borsa un fazzoletto di carta, la spolverai e andai verso il portone. Entrai, appoggiai la sedia accanto a una pianta secca e uscii con la poltroncina. Mi avviai veloce verso la mia porta, cercai la chiave, aprii e cominciai a salire le scale facendo attenzione a non sbattere nel muro. Entrai e subito in bagno la infilai nella doccia, misi un po’ di bagnoschiuma su una spugna e la insaponai. Poi la risciacquai, la asciugai e la misi in camera mia vicino al letto al posto di un orrendo comodino. La mattina dopo quando scesi per prendere la bicicletta, mi accorsi che aveva una gomma bucata. Con le mani sul manubrio, a piedi, andai dal meccanico e lui non rispose al mio buongiorno, continuò a sbuffare con la faccia vicina ai pedali di una bicicletta che pendeva dal soffitto mentre armeggiava intorno alla catena. - Fino a domani non posso metterci le mani – mi disse e io rimasi un attimo soprappensiero, con la bicicletta in mano, incerta se lasciarla o cercare subito un’altra officina. Lui con la pinza a mezz’aria mi guardò, strizzò gli occhi, li sbatté un paio di volte e mi disse di mettere la bicicletta in fondo al negozio. E fu un attimo. Incrociai quello sguardo, mi sembrò che il parrucchino fosse leggermente storto, guardai il naso adunco, la bocca tirata e vidi la faccia notturna del travestito. Era il luogo che mi suggestionava? Decisi di lasciare la bicicletta e chiesi per favore di ripararla al più presto - Se ho detto domattina, è domattina –rispose– alle undici. Uscii cercando di visualizzare insieme la faccia del meccanico e quella del travestito. Impossibile che fossero la stessa persona. Quando tornai a casa alle una, sul pianerottolo incontrai la signora anziana che abitava a pianterreno. - Conosce gli inquilini del palazzo più avanti, quello con il gatto rosso alla finestra? – domandai. - E chi li conosce quelli, vanno e vengono, cambiano di continuo, c’è un via vai di neri, di gialli, di donne, di uomini, di metà e metà. - Ma lei sa se in un appartamento abita il meccanico di biciclette? - E chi lo sa? Lo chieda a quelli del gatto, stanno lì da tanti anni e anche loro hanno la loro croce. A chi si riferiva con “anche”? A se stessa? A me? Al mondo? Mi sembrava che volesse raccontare qualcosa ed io ero curiosa. - Che croce scusi? - Sarebbe lunga, ho la pentola sul fuoco, magari un’altra volta. Provi a suonare il campanello e se rispondono - perché non sempre rispondono - gli chieda del meccanico. La ringraziai ed entrai in casa. La poltroncina vicino al letto non mi piaceva. Decisi di metterla in mezzo alla stanza, davanti alla televisione. La seduta ovale con gli estremi un po’ rialzati, chiedeva a chi la guardava di accomodarsi e lo schienale, con la stessa forma, accoglieva le spalle come uno scialle premuroso. Sembrava formata da due tavole da surf rosse arrotondate e incavate, montate su un intreccio di ferri neri. La sera rimasi a casa, invitai Carmen e Giuditta a cena e tutte e due si sedettero sulla poltroncina, dissero che era comoda ma strana, che sembrava più un oggetto da guardare che da usare, che una vecchia zia di una delle due, ne aveva buttata proprio una uguale, che occupava un po’ troppo spazio nel monolocale già pieno di tutto. Pensai al loro appartamento in affitto, zeppo di mobili scuri e pesanti lasciati dalla proprietaria, ai centrini che dovevano rimanere al loro posto, ai fiori finti polverosi che nessuno doveva spostare. A mezzanotte mi affacciai alla finestra e intravidi lo svolazzo della gonna lungo lo stipite del portone. Lui era là, in piedi e aspettava. Mi sentii in colpa, sarei voluta scendere con la poltroncina, avrei voluto offrirgliela come un dono, come se non gli fosse mai appartenuta. Rimasi invece incollata alla finestra per molto tempo, osservando i suoi impercettibili cambiamenti di posizione, la borsetta che sporgeva, il puntino di fuoco della sigaretta. Forse la sedia non era stata di suo gradimento. Poi un uomo si fermò davanti a lui, mi sembrò di sentire un rumore di parole, vidi la fiammella di un accendino e sparirono all’interno. La mattina andai presto all’università e alle undici non ritirai la bicicletta. Avevo fatto un piano per sapere dove abitasse il meccanico. Passai davanti all’officina alle una, la saracinesca era abbassata, davanti al negozio non c’era nessuno. Il gatto rosso non era sul davanzale e la finestra era socchiusa. Entrai nell’androne e seguii l’odore di cavolo bollito fino alla porta dell’appartamento a pianterreno. Suonai. Una sedia venne trascinata sul pavimento, qualcosa di metallico cadde, una voce rauca di uomo gridò – Apri! Una voce di donna chiese - Chi è?- La porta rimase chiusa. - Non mi conosce signora, abito appena due portoni più avanti, sto al sette – risposi. - E cosa vuoi? – la voce sembrava stanca. - Se mi apre glielo dico, le giuro che non vendo nulla. La donna aprì e mi apparve un viso flaccido con due occhi rotondi ipertiroidei sotto un ciuffo di capelli grigi spettinati. Fumava. – Mi scusi, sa qual è il cognome del meccanico sul campanello, dovrei ritirare subito la bicicletta, il negozio è chiuso, scusi il disturbo ma… - Qui non ci sono meccanici, quello delle biciclette non sta qui. - E in questa zona viene solo per lavorare? - Ma che cazzo di domande mi fai? Cosa ne so io del meccanico! E mi sbatté la porta in faccia. Ecco ora sapevo. Il travestito che sostava gran parte della notte sul marciapiede non era il meccanico che di giorno riparava le biciclette. Entrai in casa turbata. Avevo davvero creduto che il meccanico si travestisse di notte e “battesse” tranquillamente sulla porta di casa? E abitando da un'altra parte, la notte sarebbe potuto tornare su quel portone? E i rari clienti dove li portava? Nell’androne? La mia mente ricamava troppo spesso su tessuti che per loro natura dovevano rimanere sobri, senza fronzoli. Aveva ragione mio padre, la fantasia mi distoglieva dalle cose importanti. Faceva caldo, aprii la finestra, la strada era deserta, arrivavano rumori di posate sbattute sui piatti, un cozzare di pentole dentro a un lavandino, qualcuno stava gridando al telefono, dall’ appartamento di sopra usciva la voce di Julio Iglesias, “pensami tanto, tanto intensamente…” la canzone che ascoltava spesso mia nonna. Il mio libro di tossicologia analitica era chiuso sulla scrivana, io mi sedetti sulla poltroncina e accesi la televisione. Più tardi sarei andata a trovare la signora del piano di sotto, le avrei portato una scatola di cioccolatini e mi avrebbe raccontato con calma, la storia dei padroni del gatto rosso e della loro croce.

lunedì 26 maggio 2008

La poltroncina del trans - seconda parte (anonimo)

La mia bicicletta era vecchia e quando aveva bisogno di una riparazione, la portavo in una officina a due passi da casa anche se il meccanico era scorbutico e mi sembrava di dargli fastidio. Se la gomma era bucata, scuoteva il capo, sbuffava, diceva che i freni non funzionavano, il sellino era da cambiare, la catena stava per rompersi, insomma trovava sempre un pretesto per farmi spendere qualcosa in più. L’uomo sembrava una gruccia dentro una tuta blu sformata, era alto e magro, il naso un po’ adunco, avrà avuto quaranta anni e portava un parrucchino così parrucchino che pareva un copricapo di carnevale. L’officina era piena di biciclette da riparare, alcune sistemate e rimesse a nuovo esponevano sul manubrio il cartello “vendesi” e lui me ne offriva una ogni volta che gli portavo la mia. Il meccanico aveva un tic, ogni tanto stringeva gli occhi e li riapriva, come qualcuno che si sveglia da un brutto sogno. Quando uscivo dovevo passare per forza davanti all’officina dove il solito gruppetto di sfaccendati sbraitava su calci d’angolo e rigori, biciclette e giri d’Italia, maglie rosa e maglie gialle. Al mio passaggio il volume delle voci si abbassava e le parole sembravano avere solo la coda o l’ inizio, un “che cu”, un “ona” o un “ciu” o un “ti fa”, un “lo”. Accanto all’officina, che non aveva nemmeno un’insegna, c’era una porta sgangherata aperta su un androne dove si intravedevano biciclette appoggiate al muro e qualche vaso di piante rinsecchite. Sui campanelli, qualche nome italiano inciso nell’ottone e nomi stranieri scritti a penna su striscioline di carta attaccate con nastro adesivo. Sul davanzale di una finestra a pianterreno, un gatto rosso stava spesso dietro le sbarre. Se l’officina era chiusa e non c’era il solito capannello, mi fermavo a giocare con il gatto che infilava il muso fra i riccioli di ferro battuto e allungava le zampe sfoderando le unghie. Alle finestre dei piani superiori, i panni stesi sventolavano in barba a un’ordinanza comunale che prescriveva di non ingombrare le facciate del centro storico. La notte, nel vano del portone aperto, vedevo spesso un uomo in piedi, alto, vestito da donna, il viso smunto, il naso adunco, le labbra sottili dipinte, una rosa rossa fra i capelli neri e lunghi, le scarpe con il tacco. Stava immobile guardando dritto, sembrava che niente lo potesse distrarre dal suo essere li ad aspettare. La prima volta che lo avevo visto, stavo camminando imbacuccata in un cappuccio perché tirava vento, guardavo in basso e improvvisamente me lo ero trovato sulla destra quasi a sfiorarlo. Avevo sobbalzato e mi era sfuggito un - Oh! Mi scusi - e lui era rimasto immobile, strizzandomi un occhio e accennando un sorriso. Ero passata oltre un po’ sorpresa da quel gesto ammiccante e, arrivata al mio portone, cercando la chiave, mi ero voltata verso di lui per accertarmi che esistesse davvero. Al mercato, la mattina, incontravo spesso uomini con la bocca e il naso “rifatti”, la pelle del viso tirata sotto lo strato di fondotinta rosa, le scarpe basse, i capelli raccolti in un codino, cicalavano con i fruttivendoli, gesticolavano, strattonavano il cagnolino al guinzaglio, camminavano ondeggiando e lanciando occhiate a destra e a sinistra. La notte, passando in bicicletta sui viali, cercavo di riconoscere qualcuno di loro nelle creature alte e bionde che in minigonna rossa e tacchi altissimi facevano segni agli automobilisti indecisi. Con il buio sembravano donne truccate troppo, vestite di paillettes ad una festa senza invitati.

sabato 24 maggio 2008

La poltroncina del trans (prima parte) - Anonimo

Mio padre non era contento che io abitassi in una casa con tanti studenti. Fossimo state tutte ragazze, probabilmente non avrebbe avuto niente da ridire, ma quando mi telefonava e rispondeva Giulio, sembrava che la prendesse come un’offesa personale. In effetti eravamo un po’ in troppi in quell’appartamento. Emma ufficialmente aveva una camera singola, in realtà ci dormiva anche Francesco, il suo ragazzo. Poi c’erano Giuditta e Carmen, dormivano nella stessa camera, forse anche nello stesso letto, tornavano a casa dei rispettivi genitori il fine settimana con le borse piene di panni sporchi e ritornavano il lunedì mattina belle fresche e profumate, cariche di sughi e torte salate per tutta la settimana. Poi c’era Giulio, l’unico maschio, quello che rimaneva a casa il fine settimana perché la sua famiglia abitava in Sardegna, dormiva in una specie di sgabuzzino che prendeva luce dal salotto e non era quel tipo di ragazzo che correva dietro alle donne. E poi c’ero io, che dormivo in salotto e dovevo svegliarmi presto la mattina perché gli altri passavano per andare in cucina a fare colazione. Avevo spiegato a mio padre che, in quanto a Giulio, poteva stare tranquillo, ma era successo il finimondo perché secondo lui erano proprio “quei tipi lì” che facevano circolare gli uomini per casa. Quando avevo trovato questa sistemazione, mi era sembrata vantaggiosa per due motivi: primo pagavo poco, secondo, sarei stata costretta ad alzarmi presto e quindi studiare o andare all’università. In realtà nelle case dove circolano tanti studenti, spesso la voglia di studiare va via. Nel mio caso la voglia di studiare non c’era mai stata. Mio padre aveva tanto insistito perché io mi iscrivessi a Farmacia, sarei subentrata a lui nella sua attività una volta laureata e tutto sarebbe rimasto in famiglia. Io non riuscivo ad appassionarmi alla materia, per preparare un esame ci mettevo tanto tempo, ero iscritta al terzo anno e dovevo ancora dare esami del primo. Era anche difficile raccontare bugie a mio padre perché conosceva benissimo i meccanismi della facoltà, aveva buone relazioni con molti professori e controllava periodicamente il mio libretto. Perché non mi ribellavo? Non lo so. Ciondolavo tutto il giorno in cerca di ispirazione, mi appassionavo ad ascoltare le storie d’amore degli altri, trovavo un gusto incredibile a leggere articoli di cronaca nera, andavo spesso a mangiare alla mensa, gironzolavo fra gallerie d’arte e mostre fotografiche, bivaccavo nel giardino della Facoltà e tutto finiva lì. La mia famiglia abitava in un piccolo paese a cento chilometri di distanza e sarebbe stato impensabile per me stare con loro e prendere il treno la mattina per andare all’università. Mio padre almeno una volta al mese, veniva in città per sbrigare i suoi affari, di solito mi telefonava e ci vedevamo in centro per un caffè e per fare due chiacchiere. Sempre le stesse e sempre sullo stesso argomento: i miei esami. Non amava venire a casa perché – diceva – gli veniva il nervoso a vedere tutta quella gente. Poi un giorno arrivò, senza preannunciarsi, stavamo festeggiando un bel trenta e lode di Giulio, il pranzo si era dilungato al tardo pomeriggio con alcool, musica, qualche canna, un po’ di gente buttata sui letti. Una settimana dopo salutai quella casa, quel quartiere e i miei amici. Mi trasferii con tutte le mie carabattole in un monolocale che un conoscente di mio padre aveva appena comprato ad un’asta e glielo aveva affittato a un prezzo di favore. Mio padre era fatto così, si preoccupava delle apparenze, delle lauree messe in cornice, della rispettabilità della famiglia di questo e di quello, ma non voleva mai spendere troppi soldi. Gli sembrò una gran fortuna prendere in affitto il monolocale e quando venne ad aiutarmi per il trasloco, non si accorse nemmeno in che razza di quartiere mi stava infilando. Inveiva solo contro il sindaco e i centri storici chiusi al traffico e senza parcheggi. Il monolocale si trovava al primo piano di una palazzina scalcinata del centro storico, il portone era l’ultimo di una strada tozza e buia a sfondo chiuso.

mercoledì 14 maggio 2008

Indovinello dell'Homo Vulgaris

Silvius Tullius Oleaceo fu una delle più importanti figure di tutta l’antichità pesciatina. Fu filosofo, scrittore latino e uomo politico nell’ultimo periodo della Repubblica della Forfora, nel primo secolo ante era volgare. Del suo pensiero filosofico non ci sono giunti che pochi frammenti ma, in compenso, confusi. Probabilmente a causa del lungo black-out, durato quasi un secolo, che si è abbattuto intorno alla sua opera dopo la tragica morte dell’ultimo degli studiosi che se ne stava occupando, Franz Joseph Krankl, trovato morto spiaccicato, a Vienna, ai piedi dello Steffel. Fu lì trovato, dagli spazzini che si apprestavano al lavoro, all’alba del 28 aprile 1913: nella sua bocca fu rinvenuto un biglietto appallottolato con su scritto “Ich habe nicht eine stock verstanden” (che in italiano vuol dire: “non ci ho capito una mazza !”). Quel tragico accadimento scosse profondamente la comunità accademica internazionale, soprattutto perché richiamò alla mente altre recenti morti avvenute in circostanze analoghe. Si cominciò a parlare di “sindrome dell’Ulivo”, e sul filosofo-scrittore pesciatino cadde l’oblìo. Oggi, un rinnovato interesse sembra accendersi in seguito al ritrovamento di un suo scritto finora sconosciuto, “Memorie di un vespasiano”, che nuova luce potrebbe gettare sulla vita e l’opera di quest’autore. Tuttavia, se della sua vita sappiamo ancora poco, molto sappiamo invece della sua fine. Tutto cominciò (quando si dice “l’inizio della fine”!) allorché Silvius Tullio Oleaceo prese la decisione di aprire, a Pescia, una sua scuola di Retorica. Invano i suoi genitori (brave persone e onesti lavoratori!) cercarono di dissuaderlo dall’idea, di spiegargli che la pensione è importante, che molto meglio sarebbe stato un posto nella Pubblica Amministrazione… pochi sesterzi, ma sicuri! Molti Retori avevano fatto una brutta fine, la cosa sfociava sempre in politica e, quindi, in un mare di guai. Ma non ci furono ragioni né sentimenti, Silvius era ostinatamente deciso nel suo intento: prese in affitto un capannone nella dismessa zona industriale e cominciò ad arredarlo per accogliervi i suoi futuri discepoli. Né valsero a scoraggiarlo i moti d’ilarità e derisione che sguaiatamente scoppiarono all’interno dell’Ordine dei Retori. Fra questi, il più infido di tutti, non a caso soprannominato l’Homo Vulgaris, arrivò persino a sganasciarsi dalle risate, pancia a terra battendo, come un forsennato, pugni e piedi sul selciato proprio di fronte alla futura scuola del filosofo. Chi era mai questo Silvius che aveva l’ardire, la faccia tosta e l’incoscienza di sfidare cotàli maestri? E con quel nome, poi…! Più in grado di evocare immagini di vita pastorale, piuttosto che la fine Arte dell’Oratoria, del “docere et probare”, “delectare” e “movere”! Critiche e derisioni che avrebbero demoralizzato, fino a tramortire, gli spiriti più corazzati. Ma non il giovane ed ingenuo Silvius, che soleva rispondere con un semplice: “Io tiro innanzi”. Sappiamo che egli non ebbe mai mire o ambizioni politiche personali, ma un preciso e chiaro progetto politico-civile che denominò, con la modestia che lo contraddistingueva, semplicemente “L’Ulivo”. Al centro del progetto c’era la creazione dell’ “Homo Novus”, colui che avrebbe liberato il popolo dalla Tirannia del Potere. Per la verità non sono mai giunte fino a noi, testimonianze attendibili circa il reale desiderio del popolo di essere liberato dalla tirannia, ma non per questo il progetto dell’“Ulivo” deve sembrarci men che meritevole. Chiamò alla sua Scuola la meglio gioventù di tutta la Val di Forfora, e per questo la intitolò “Viva Juventus”. Il progetto piacque e fu subito un boom di iscrizioni, la qual cosa smorzò in poco tempo gli sghignazzi sulla bocca dei suoi detrattori, primo fra tutti l’Homo Vulgaris. Essi erano un tantino preoccupati del successo della nuova Scuola, ma soprattutto invidiosi della trovata di Silvius di voler liberare il popolo: a loro non era mai passata nemmeno per l’anticamera del cervello. In realtà, ma questo i suoi nemici non lo sapevano, le cose alla “Viva Juventus” non andavano proprio a gonfie vele: la “meglio gioventù” si rivelò presto de coccio e per l’Homo Novus si sarebbe dovuto attendere chissà quanto. Non c’era tempo, la Repubblica era al collasso e nell’imminente Età Imperiale la Retorica non sarebbe più servita. Fu così che maturò in Silvius l’idea di aprire la sua Scuola anche alle fanciulle. Fu la sua fine. I suoi nemici non aspettavano che l’occasione propizia per poterlo distruggere e lui gliela offrì su un piatto d’argento: a pensarci bene, come politico era una schiappa! Solo una fanciulla, Viola Tullia Terenzia, aderì all’apertura di Silvius, ma tanto bastò: il fatto costituiva una gravissima violazione delle convenzioni sociali e un sovvertimento dell’ordine pubblico, che avrebbe presto portato alla dissoluzione della Repubblica! Questo, in sintesi, fu l’atto d’accusa che l’Ordine dei Retori mosse contro Silvius, presso il Pretore Caio Faber Massimo. L’atto d’accusa fu, oltretutto, aggravato dal fatto che la ragazza, Viola, portasse anche sfiga: numerose e circostanziate furono le prove addotte all’uòpo. Di certo ne portò a Silvius: Caio Faber Massimo era considerato uomo di ferrea intransigenza ma non ottuso e, pare, fosse orientato ad indulgere sulla questione e scagionare Silvius dalle accuse che gli muovevano i Retori. Fu a questo punto che Silvius commise un secondo errore, quello che gli sarebbe stato fatale, e chiese che fosse ascoltata la testimonianza della ragazza. Fu un disastro. Caio Faber Massimo recedette dai suoi propositi e ordinò la chiusura immediata della Scuola, oltre al pagamento di una sanzione di duemila sesterzi. Figurarsi se lo scrittore era uomo da piegare la testa! Decise di barricarsi nella sua Scuola insieme ai suoi discepoli e tenervi l’ultima Orazione (che l’Homo Vulgaris si affrettò a definire “funebre”) nell’attesa dell’arrivo dei soldati. I soldati arrivarono, “con i pennacchi e con le armi”, e presero d’assedio la “Viva Juventus”. Furono tutti arrestati. Silvius Tullius Oleaceo fu giustiziato, per decapitazione, la mattina successiva. I suoi studenti, compresa Viola, furono obbligati ad assistere al supplizio. Una leggenda narra che Viola si apprestò a raccogliere, in un’ampolla, il sangue del filosofo che grondava dalla giugulare, poi si diresse verso la Forfora per disperderne fra i flutti: le acque si tinsero di rosso per quaranta giorni. Il tragico epilogo accrebbe ancor di più la fama della ragazza di portare sfiga, per questo non riuscì mai a trovar marito e nemmeno potette farsi suora, perché i conventi erano ancora di là da venire. “La storia si ripete sempre due volte, la prima come tragedia e la seconda come farsa” (Karl Marx) Qui è stata esposta la tragedia, trovare la farsa.

martedì 22 aprile 2008

La quercia - un'epifania di Homo Faber

Per ore ed ogni giorno rimaneva immoto, devotamente, ai piedi della quercia (siccome ad una quercia si conviene, secolare) nell’attesa del segnacolo che, secondo tradizione declinata per la scala di innumeri generazioni della quale era egli il gradino postremo, avrebbe squarciato lo spesso telone precludente la visione ineffabile, da cui il dissolvimento di sé individuo nel tutto e per sempre dell’afflato universale. Ma quando dall’albero cadde, prossima alla sua mano destra, una ghianda, pensò che non fosse quello cibo per lui.

venerdì 29 febbraio 2008

Il monolocale (racconto di gruppo)

Una donna scrive l'incipit, gli altri lettori del blog sono invitati a proseguire la storia. Ne viene fuori ...
Riassunto Firenze, 2008. Un serial killer uccide dal primo maggio al 30 ottobre 2008 venti ragazze americane, studentesse universitarie. Le donne sono tutte strangolate, non ci sono segni di violenza sessuale sui loro corpi, nessun segno che faccia pensare a un lotta tra killer e vittima, nessuna traccia dell’assassino. Molti di questi omicidi avvengono a due passi dalla Questura, nei pressi di via san Gallo, perciò il Mostro 2, così com’è definito dai giornali nazionali e internazionali (per distinguerlo dal Mostro di Firenze che uccise otto coppiette negli anni Settanta e Ottanta) viene chiamato dai fiorentini “Lallo, il mostro di San Gallo”. La vita della città è sconvolta: i turisti non vengono più e molte attività economiche entrano in crisi, la popolazione è terorizzata, ma vi sono anche alcuni inaspettati cambiamenti positivi. Sul letto della ventesima vittima il killer lascia un dattiloscritto, un romanzo, o presunto tale, dal titolo Il Monolocale. La polizia scientifica indaga sul materiale cartaceo e la Procura incarica il professor Giovanni Dal Moro di studiare, dall’analisi del testo, gli aspetti psicologici dell’omicida. Il professore è titolare della cattedra di Criminologia nella facoltà di Psicologia dell’università locale con lui collabora un tirocinante, Lapo Cecchi, aspirante psicologo dai trascorsi accademici mediocri, che nel frattempo lavora al banco del pesce dell’Ipercoop di Lastra a Signa. Mentre il professore, come è stato fin dall’inizio della storia, passa il tempo a farsi intervistare in tv, Lapo sgobba al suo posto e suggerisce interpretazioni psicologiche del killer al suo prof, il quale poi le ricicla sui media. Anche l’analisi del testo "Il monolocale” tocca a Lapo. Il testo però appare spesso incomprensibile, talvolta il killer/autore si contraddice, sembra quasi non capire quello che ha scritto lui stesso poche righe sopra, cambia continuamente registro stilistico. Parte della realtà è trascritta nel romanzo (la serie di omicidi delle americane, alcuni personaggi, ecc.) ma alcune cose sembrano essere inventate. Il romanzo e la realtà sembrano proseguire parallelamente incrociandosi talvolta e divergendo in altre occasioni. Nel romanzo potrebbe trovarsi la chiave per scoprire l’omicida. Forse il killer ha lasciato delle tracce per i propri inseguitori, forse li vuole condurre a sé, forse li vuole sviare. Mentre legge per l’ennesima volta il romanzo Lapo scopre dalla televisione che è stato commesso il ventunesimo omicidio. Insieme al cadavere della vittima viene trovato di nuovo il romanzo “Il monolocale”. Il dattiloscritto ha lo stesso incipit e molti dei personaggi sono gli stessi. Ma il racconto prende strade diverse…
IL MONOLOCALE Abitavo con un’amica in un monolocale un po’ fuori dal centro, al secondo piano di un palazzo grigio senza ascensore con le scale spalmate di odore di cavolo al ragù e aspettavo che uscissero le graduatorie dell’università per l’assegnazione dei posti letto alla casa dello studente. Se aprivo la finestra e allungavo una mano, mi sembrava quasi di toccare il semaforo sospeso sul traffico e nei giorni di pioggia, mi divertivo a guardare le striature rosse verdi e gialle che si rincorrevano sull’asfalto lucido e bagnato. Avevo conosciuto la mia amica rispondendo ad un annuncio appeso sulla bacheca della mensa “Cerco ragazza per dividere affitto e spese di monolocale carino, telefonare ore pasti”. Aveva risposto una ragazza con la voce un po’ stridula e avevamo fissato un appuntamento sulle scale del Duomo per il giorno dopo alle tre.
Il giorno dopo alle tre io ero sulle scale del Duomo a scrutare tutti i volti delle persone sedute o in piedi o sdraiate, in fila sotto il sole per entrare in chiesa, a mangiare gelati di mezzo chilo e otto gusti, a bivaccare in attesa della prossima chiesa, del prossimo museo, della prossima tappa, della prossimo grand-tour d’Europa in due settimane mille euro tutto compreso. Io c’ero ma lei non c’era. Alle tre e dieci guardavo ancora tutti i volti sulle scale di piazza del Duomo, tutti con gli occhi persi nel vuoto e sorridenti solo appena scattava la foto, tutti dai volti sconosciuti e forestieri. Nessuno che scrutasse attorno a sé per cercare sconosciuti. Alle tre e un quarto avevo provato a girellare qua e là tenendo d’occhio le scale e il telefonino, e cominciando a dubitare dell’opportunità della scelta delle scale del Duomo come luogo di ritrovo. Alle tre e venti avevo cominciato ad alterarmi. Alle tre e venticinque avevo cominciato ad arrabbiarmi. Alle tre e ventisette a imprecare a bassa voce, ma non tanto bassa, perché qualcuno si era girato ad osservarmi stupito. Alle tre e trenta avevo fatto il giro del battistero per cercare di sbollire la rabbia.
Mi chiedevo perchè non le avessi proposto un segno di riconoscimento qualsiasi, un giornale o il colore di una giacca, le mie scarpe da ginnastica gialle e rosse, un fiore in mano, insomma qualcosa che non mi facesse sentire una cretina schiacciata dalla folla.Intanto una ragazza in bicicletta cercava di aprirsi un passaggio scampanellando e smanaccando, passò vicino a me e io sentii che quella era la persona che avrei dovuto incontrare. Sgomitai e mi infilai in mezzo a un gruppetto di donne giapponesi con l'ombrellino, passai oltre e arrivai dietro a lei, ferma ad aspettare che qualcuno si spostasse. Appoggiai una mano sul suo braccio e lei si voltò.
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Prospera è la cavalla che ho comprato molti anni fa per il mio calessino per turisti, si chiama Prospera per le sue forme prosperose; bassa e cicciottella, da giovane sognava di fare la cavalla da corsa, di cimentarsi coi purosangue dai più illustri natali.. lei era nata per le corse! (Pensava). In realtà non credo nemmeno che fosse nata dall’accoppiamento di due cavalli, forse un cavallo e una bufala, fatto sta che aveva dovuto presto rinunciare ai suoi sogni: addio Arc de Triomphe, addio sogni di gloria, l’unica platea era quella dei turisti di Piazza del Duomo. Per la verità gli affari non vanno più bene come una volta e i turisti si avvicinano solo per farsi fotografare accanto alla Prospera, io li ripago di egual scortesia facendo solo finta di scattare, o inquadrando altro, o solo la cavalla… li accontento solo quando mi capita qualche faccia particolare, di quelle che faresti fatica a distinguere dalla cavalla. E’ in questo modo che io e Prospera passiamo le nostre giornate, stazionando la nostra inutilità in quel fazzoletto assolato fra il Duomo e il Battistero. Mai uomini e cavalli potrebbero trovarsi in una situazione altrettanto mortificante perchè tutto ciò che è inutile è mortificante. “Certo che ce n’è di gente brutta a questo mondo!”, pensava quel pomeriggio Prospera osservando i turisti. Naturalmente il suo riferimento estetico era rappresentato dalle linee di Ribaud, il suo idolo. Ma anche osservando quella massa informe e flaccida di culi, cosce e grasso debordante dal punto di vista degli Umani, il giudizio non cambiava. “Guarda quel bischero”, sembrava volesse dirmi richiamando la mia attenzione, col solito roteare della testa, su un uomo che se ne stava ritto, immobile, sulla scalinata del Duomo. “Ha perso il branco e se ne sta lì, immobile ad aspettare che ripassi a prenderlo, che bischero!” A me non sembrava un turista, e nemmeno che avesse una faccia da bischero più clamorosa di tante altre, però il suo comportamento attirò, in breve tempo, l’attenzione di tutti i vetturini e i cavalli. Per quello che c’era da fare…!Diventava sempre più nervoso e cominciò a muoversi, dpprima a piccoli passi a destra e a sinistra, poi su e giù per la scalinata… poi fece quattro volte il giro del Battistero, sempre lanciando lo sguardo oltre quell’orda di culi, cosce e grasso debordante, e fu allora che riuscii ad osservarlo da vicino: il rosso e il verde su quella faccia, effettivamente da bischero, lasciavano pronosticare un’imminente attacco di bile e intanto saliva il tono delle sue imprecazioni. Lo vedemmo uscire dalla nostra visuale proprio mentre guardò per l’ennesima volta il telefono: “Si, aspetta che lo chiami Varenne!”, commentò Prospera.“Sorry, do it run?”…. ”Yes, si vous plais”.
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Tutto questo andava raccontando il vetturino mentre ci scorrazzava in giro per il centro di Firenze. Matilde era riuscita a scroccare un'escursione a cavallo da uno sconosciuto cocchiere e così noi avevamo abbandonato, legata a un palo, la bicicletta della mia nuova amica e ci eravamo catapultati sulla carrozza. Solo che ci illudevamo di fare amicizia guardando dall'alto i turisti grondanti di sudore, senza aver previsto di esserci imbattute in un vetturino chiacchierone che pensava di ricavare qualcosa di buono per il passaggio concesso a due belle e giovani ragazze. Alla fine però Matilde era riuscito a zittire l'anziano uomo seppellendomi sotto una valanga di parole su chi era e che cosa faceva, tanto che il poveruomo, vista la mala parata e svanita l'illusione di soddisfare i propri pensieri libidinosi, si era deciso a far tornare Prospera, e noi tre, al punto di partenza.
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Matilde volle lasciare una mancia al vetturino “per la sua simpatia”, disse. Io l’avrei lasciata a Prospera per il suo silenzio. In realtà il vetturino non era né vecchio né libidinoso, aveva solo voglia di chiacchierare con qualcuno che non avesse zoccoli ferrati. Il fatto era che Matilde non mi aveva fatto una buona impressione, questione di pelle, chiacchierava troppo e non lasciava spazio, e questo mi aveva mal disposta. Parlava per elencazione, i suoi studi..i suoi progetti per l’avvenire..i suoi viaggi..e le cose che non sopportava. Fra le tante cose che non sopportava ricordo particolarmente l’odore, o la puzza come diceva lei, di cavolo, cioè proprio quello che avrebbe avvertito appena entrata nell’androne del palazzo. Avevamo intanto liberata la sua bicicletta dalla stretta morsa del palo a cui l’aveva lasciata in custodia e ci avviavamo verso casa quando incontrammo Viola, una mia collega di studio: “Lei è Viola, l’unica cosa che non sopporto io” , avrei voluto presentarla così.
Senonché rimasi basita dalla presenza accanto a lei di un uomo che, si vedeva benissimo, la stava importunando. Faceva dei discorsi noiosi su cose che non interessavano a Viola e neanche a noi. Alla fine l'uomo, disturbato dalla nostra presenza, si allontanò. Ci trovammo subito tutte e tre concordi nell'affermare che l'uomo era davvero volgare. Decidemmo che il tizio importuno si chiamava Homo Vulgaris. Salutammo Viola e proseguimmo verso casa.
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Era infine giunto il momento di fare i conti con me stessa, con il passato che stancamente mi trascinavo dietro, con ciò che il futuro mi stava apparecchiando. Matilde, Matilde, mi dicevo, come tenero sarà il tuo collo! Per quanto tempo, mi dicevo anche, avrei resistito alla tentazione? Come avrei potuto evitare di cedere al selvaggio impulso che in una notte di luna, come in altre trascorse occasioni era accaduto, mi avrebbe trascinata a varcare la porta che si apre sul bordo dell’abisso? Già quel torrente di parole, quella cateratta di frasi inutili e senza senso come nemmeno nel blog di Silvio si trovano, esasperava la mia brama, affrettava il momento in cui le mie dita si sarebbero strette sulla sua gola per farla per sempre tacere. E sapevo anche che se una speranza di salvezza c’era, per quanto incerta ed improbabile, solo da Viola poteva venire.
Quanto più mi lasciavo guidare da Matilde verso quella che sarebbe presto divenuto la mia nuova casa tanto più realizzavo con un sentimento di terrore, e insieme desiderio, che la mia nuova amica mi avrebbe condotta proprio lì, al numero 8 di via Spampani, proprio al secondo piano di un condominio grigio senza ascensore con le scale spalmate di odore di cavolo al ragù, proprio in quell'appartamento, l'appartamento nel quale avevo compiuto il mio primo delitto.
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Non molto lontano, in linea d’aria, si affaccia la finestra del commissario Vincenzo Maninalto,un bel quarantenne che se la rideva della vita perché fortunato in tutto, soprattutto con le donne e nella carriera di poliziotto. Le donne le stendeva tutte, così come i furfanti. Scapolone incallito, ama solo sua madre Violante con la quale vive e nella quale cerca riparo dal matrimonio. La mamma e la Fiorentina sono gli unici punti di riferimento della sua vita, il resto sono solo crociere in mare aperto ma dal sicuro ritorno in porto. Insomma, della vita se la ride. Da un paio d’anni, però, ha un tarlo dentro che gli ha mandato in malora una buona parte del suo spirito: un delitto rimasto irrisolto, una vecchia paralitica strangolata nel suo letto, in via Spampani, 8.
Si trattò di uno dei delitti più efferati di cui si fosse mai occupato: la donna fu trovata in perfetto stato di conservazione, i pregiati abiti di sartoria nuovi di zecca, il volto ingentilito da una cipria rosa e da un rossetto vivace che le imprimeva un eterno sorriso sardonico. Pietromasi, il medico legale di turno in quell'estate afosa, stabilì che poteva essere morta da almeno sei mesi. Per gli accertamenti sulla causa del decesso dovette trascorrere tutto agosto.
Il commissario Maninalto stava pensando alla sua ultima fidanzata, se così si poteva definire, una giovane studentessa padovana, Viola Mignottin, che da qualche anno frequentava, inutilmente, l'Università di Firenze...quando ancora una volta i suoi pensieri ripresero ad attorcigliarsi intorno al caso di via Spampani. Il cadavere della donna era fresco come una rosa alla prima rugiada, eppure gli accertamenti medico-legali stabilirono che la donna era morta già da sei mesi.
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Lapo Cecchi, giovane psicologo appena laureato all'Università di Firenze, chiuse il libro e iniziò a singhiozzare. "No, cazzo, non ce la farò mai" borbottò lasciando cadere il dattiloscritto in terra. Si buttò sul letto e scoppiò in un pianto disperato. Era già la quarta notte che passava in bianco, leggendo e rileggendo la copia del romanzo, se così si poteva definire, “Il monolocale”. Non ne aveva cavato un ragno da un buco, per usare una espressione abusata che probabilmente non sarebbe risultata stonata nel testo che andava analizzando da giorni, imprecando ad ogni piè sospinto contro l’autore. Per mezzora di seguito lasciò correre le lacrime e i singhiozzi con la faccia contro il cuscino per la rabbia accumulata in tutte le settimane nelle quali aveva sperato di mettere a segno il colpo della sua vita, di raggiungere il successo insperato, per poi disilludersi una volta che aveva toccato con mano la realtà. Esaurite le lacrime e la rabbia, Lapo trascinò il suo metro e ottanta di muscoli in cucina, guardò triste il frigorifero pieno di schifezze gastronomiche, tirò fuori la busta del latte, ne versò qualche decilitro in un pentolino semisporco e accese il gas. Mentre il latte scaldava e la colazione notturna alla fine fu pronta, Lapo pensava alla concatenazione di eventi che lo aveva portato al punto nel quale si trovava. A venticinque anni gli era venuta l’idea di iscriversi a Psicologia. Anni di body building e di allenamenti in palestra non erano bastati a farlo diventare l’uomo sicuro di sé che aveva sognato di diventare fin dai primi momenti nei quali gli ormoni avevano cominciato a infestare il suo corpo. Anni difficili nei quali la conquista del sesso femminile era diventata per lui un’ossessione. Sempre timido di fronte alle compagne di classe e alle amiche era stato sistematicamente respinto nei rari tentativi di approccio all’altro sesso. Lo sviluppo muscolare era parso a Lapo, all’inizio, il modo ideale per affrancarsi dalla timidezza. Più avanti era arrivata anche la prima ragazza, Giorgia, un bel pezzo di figliola dal carattere allegro e socievole. Ma Lapo aveva capito che, al di là dei muscoli, quello che ci voleva era un sano sviluppo emotivo. Così gli era venuto in mente che la strada migliore sarebbe stata quella di diventare psicologo, perché poi anche gli altri, i suoi futuri pazienti, avrebbero potuto beneficiare del riscatto e della guarigione di un ex timido. Giorgia era rimasta entusiasta dell’iniziativa di Lapo e l’aveva sostenuta con grande fervore, anche contro i genitori di lui, i quali consigliavano al proprio figliuolo di continuare la carriera di venditore al banco del pesce fresco dell’Ipercoop di Lastra a Signa. Ma a Giorgia forse stava un po’ stretto il ruolo di fidanzata di un impiegato di supermercato, così, dopo un anno di domeniche pomeriggio trascorse, Lapo, non lei, sui libri, lo aveva mollato e s’era messa con il figlio del direttore dello stesso supermercato, un omino attempato dai capelli grigi, il diploma di dirigente di comunità comprato in un istituto privato e il BMW Z4 in garage. Lapo, dopo un periodo di sbandamento durato un paio d’anni, impantanatosi in materie come Fondamenti anatomofisiologici dell’attività psichica e Statistica psicometrica, che prima di iscriversi non aveva neanche notato nel piano di studi, s’era messo di buzzo buono a studiare, forse, inconsciamente, per dimostrare alla ex le doti delle quali ancora si erano viste poche tracce. Alla fine, con un po’ di tempo e caparbietà, era riuscito a strappare un 89 alla commissione di laurea presentando una tesi sconclusionata in Criminologia. Il relatore era stato Giovanni Dal Moro, un professore relativamente giovane che sembrava interessato, più che ad approfondire la propria materia di insegnamento, a raccattare qualcosa dall’orda di ragazzine che bazzicavano la facoltà di Psicologia. In ogni caso il nostro Lapo l’aveva sfangata e, appena laureato, aveva iniziato il periodo di tirocinio necessario per realizzare il proprio sogno: diventare psicologo. Il Dal Moro aveva accettato la sua richiesta di entrare a far parte per sei mesi del proprio staff, ovvero a portargli la borsa, e fu quasi un miracolo, visto che si diceva nei corridoi della facoltà che i suo unici due criteri di scelta erano la voluminosità delle tette e la rotondità del sedere. Fin qui, pensò Lapo mentre consumava il suo latte con biscotti, la storia era stata una ordinaria storia di uno studente sficato e di un professore incapace che sopravvivevano alla quotidianità dell’esistenza come meglio potevano. Ciò che aveva cambiato il destino dei due era stata una stupefacente serie di delitti che aveva sconvolto Firenze nella primavera-estate del duemilaotto. Venti studentesse americane, a Firenze per frequentare alcune delle numerose Università presenti in città, erano state strangolate perlopiù nel proprio appartamento da un serial killer a cui era stato subito affibbiato, senza grande sforzo di fantasia, il soprannome di Mostro di Firenze 2, per distinguerlo dall’altro Mostro di Firenze, che aveva fatto fuori otto coppiette negli anni Settanta e Ottanta nei dintorni della città. Il Mostro 2 si era dimostrato subito più efficace e rapido del predecessore. Dal primo maggio al trenta ottobre di quell’anno aveva strangolato le sue venti vittime, tutte ricche e carine, che almeno ebbero la fortuna di incappare in una morte rapida: il serial killer non ebbe mai bisogno di lottare per sopraffarle e le indagini dimostrarono che i corpi non avevano addosso alcun segno di violenza sessuale. Nei sei mesi nei quali si erano compiuti i delitti il professor Dal Moro si era dato una sistematina al look, già abbastanza appariscente, facendosi crescere un piccolo pizzo sul mento, cambiando la montatura degli occhiali e impomatandosi sovente di gel i capelli piuttosto lunghi. Dopo di che si era buttato in un tour de force quotidiano di comparsate televisive e radiofoniche, di interviste giornalistiche, di articoli per riviste patinate, nel quale spiegava l’inspiegabile della personalità, dei comportamenti e dei pensieri del nuovo mostro di Firenze. Per sostenere una tale mole di lavoro aveva dovuto farsi aiutare dal suo collaboratore, Lapo Cecchi, che, terminate le sue otto ore lavorative a servire pesce, si precipitava a casa a preparare materiale per il suo prof, ormai divenuto celebrità. Il nostro Lapo, inizialmente, aveva avuto molte remore a passare suggerimenti al docente, poiché non si sentiva in grado di maneggiare in modo adeguato la materia. Poi si era fiondato in biblioteca a reperire testi che potessero aiutarlo, infine, stremato dalla fatica del doppio lavoro, aveva cominciato a cercare su internet quello che gli serviva, all’inizio con una certa pignoleria nel valutare l’attendibilità delle fonti, poi semplicemente copiaincollando dai primi risultati che gli apparivano digitando la parola scelta su google. Ora, però, la faccenda si era fatta seria perché il killer aveva lasciato nell’appartamento dell’ultima vittima un testo dattiloscritto, rilegato in copisteria, dal titolo “Il monolocale”. La Procura della Repubblica aveva dato incarico alla Polizia Scientifica di analizzare l’originale per ricavarne, dal materiale fisico, indizi utili alla soluzione del caso, e al professor Dal Moro aveva fatto avere copia del “romanzo” perché riferisse, attraverso l’analisi del contenuto, sulla personalità e le abitudini dell’omicida. Ci si era chiesti subito se l’assassino avesse deliberatamente lasciato sul letto della vittima il dattiloscritto e perché: perché nel suo inconscio voleva esser scoperto, per sfida alla polizia, eccetera. Queste risposte, e forse anche la soluzione del caso, erano nelle mani del professor Dal Moro. Il quale, recitando ormai la parte dell’esperto, non poté tirarsi indietro e accettò l’incarico, continuando senza sosta il suo tour mediatico e lasciando l’incombenza al povero Lapo. Ripercorrendo con il pensiero, tra un sorso di latte e un biscotto del Mulino Bianco, tutti gli eventi che lo avevano portato all’attuale situazione catastrofica, Lapo si era intanto ripreso dallo stato di annebbiamento psicologico nel quale si trovava. Tornò in camera, riprese di nuovo in mano la copia del libro e disse tra sé: “Dove ero arrivato? Ah, sì: Il cadavere della donna era fresco come una rosa alla prima rugiada, eppure gli accertamenti medico-legali stabilirono che la donna era morta già da sei mesi.”.
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Viola dunque aveva appena conosciuto la mia prossima coinquilina. Avevo subito colto nei suoi occhi un lampo... Era il lampo di uno sguardo che nasconde, dietro parole e modi perbene, verità oscure e segreti non confessabili.
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Nel suo ufficio al secondo piano della Questura il commissario Maninalto si reggeva il grosso capoccione fra le mani, con i gomiti piantati da più di un’ora sul piano della sua scrivania... l’afa lo aveva costretto a liberarsi prima della giacca, poi della cravatta e infine della camicia: era rimasto a torso nudo, un’informe soufflé che si squagliava in tanti rivoli. Non era il Mostro 2 che lo preoccupava, innanzitutto perché di studentesse americane vive, a Firenze, non ce n’erano più e poi perché non voleva occuparsene, non voleva pensarci, sperava in un epilogo come quello di tre anni prima. Quando ripensava all’ultima caso di serial killer gli saliva la febbre a quaranta. Era successo tre anni prima, nel mese di luglio, uno dopo l’altro sette trans con la gola tagliata. Gli investigatori brancolavano nel buio, come si dice in questi casi, e fu così che aveva deciso di tendere una trappola al malandrino. Detto fatto, in quattro e quattr’otto un’accurata depilazione alle gambe, minigonna vertiginosa (aveva delle gambe niente male), reggiseno superimbottito, parrucca bionda a caschetto, trucco esagerato e lucido brown sulle labbra: sembrava la Carrà dei tempi migliori. Così aggiustato prese a battere ( nel senso vero ) in lungo e in largo, per più di un mese, i santuari della prostituzione a Firenze. La missione era topica e non ammetteva scappatoie, del resto glielo aveva insegnato Bordelli, il commissario suo vecchio maestro, che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Se era veramente un duro quello era il momento di dimostrarlo.. e lo era, lo era…altrochè se lo era! Per più di un mese non si tirò mai indietro, di clienti ne ebbe talmente che potette, alla fine, comprarsi la macchina nuova, ma del serial killer nemmeno l’ombra. Fortunatamente per lui , e che fosse uno fortunato l’avevamo già detto, il serial killer fu trovato impiccato, suicida, nella cella frigorifero di una macelleria all’Isolotto: nella tasca dei pantaloni recava un biglietto sul quale erano annotate circostanze talmente particolareggiate dei suoi crimini da non lasciare ombra di dubbio sul fatto che fosse proprio lui il serial killer dei trans. Questo permise a Maninalto di ritornare alla sua vita normale, sia pur con qualche comprensibile turbamento. Per dovere di cronaca va detto che nei mesi successivi le pagine degli annunci de “la Nazione” furono inondate di messaggi di anonimi alla disperata ricerca di una misteriosa Kataryna, poi col tempo anche le pagine degli annunci tornarono alla normalità. No, non era il pensiero del Mostro 2 che lo tormentava ma sempre l’omicidio di via Spampani. Fu un rumore sordo dal corridoio che lo fece sobbalzare e di nuovo a renderlo presente, ma non presentabile, a se stesso, e così gli occhi non poterono fare a meno di posarsi ancora sul rapporto, ormai zuppo del sudore che continuava a grondare a rivoli dalla sua fronte, che da qualche settimana giaceva sulla sua scrivania: era del medico legale, il suo amico dott. Strappacore, col quale condivideva siffatta macelleria. Il rapporto riguardava gli esami autoptici eseguiti sui cadaveri delle ragazze americane, quasi tutte… eccezion fatta per due di esse… avevano nello stomaco tracce di una particolare sostanza chimica usata generalmente nei processi di potabilizzazione dell’acqua. La sostanza non era stata la causa della morte ma poteva essere un indizio importante per le indagini. Finalmente Maninalto si decise, dopo averci pensato due settimane, a convocare in Questura l’ingegner Bagnato, direttore tecnico dell’acquedotto. Lo conosceva bene il Bagnato per una vecchia storia riguardante una contestazione sul pagamento di una bolletta dell’acqua. Ma ecco che, al momento di allungare il braccio verso il telefono, questo squillò : “Maninalto”…rispose, ”Ah..Ah..Ah… mani in alto a chi?”…una voce maschile camuffata, sorda e beffarda, dall’altra parte del filo, “prima prendimi!...ah..ah..ah… comunque in via dei Platani c’è lavoro per te, nel garage del numero sei… e porta il tuo amico Strappacore. Ah..ah..ah…” Riattaccò. Con uno scatto d’insospettabile dote atletica Maninalto si precipitò fuori dalla stanza afferrando al volo la giacca, camicia e cravatta rimasero dov’erano, di corsa giù per le scale e quando ancora non l’ebbe scese tutte gridò all’agente di guardia: “Una volante… presto!.. e tira giù dal letto Il dott. Strappacore, digli di venire subito in via dei Platani al numero sei”. Attraversarono a sirene spiegate la città deserta, a quell’ora della notte, e in pochi minuti giunsero sul luogo indicato. Via dei Platani era costeggiata da un lato da un’interminabile fila di tigli e dall’altro da villette a schiera. Quella del numero sei sembrava disabitata ma dalla fessura della bascula socchiusa del garage trapelava la luce accesa al suo interno. Si diresse si corsa, insieme ai due agenti, verso il garage e afferrò la bascula per sollevarla… In quell’esatto momento un uomo, un vetturino, entrava nella questura: era stravolto, il volto pallido e contratto, farfugliava... poi finalmente, dopo un attimo di pausa per raccogliere i pensieri, disse all’agente di guardia che doveva denunciare la scomparsa del suo cavallo. Una cavalla, per l’esattezza. Era tutto quello che aveva per guadagnarsi il pane… era rovinato! Quando la bascula raggiunse il fine corsa l’immagine che si compose al loro sguardo fu quella di un cavallo morto, disteso sul fianco sinistro e la testa verso il fondo del garage. Nel garage c’erano due scaffali ricolmi di oggetti di vita familiare accantonati nel tempo. Mentre Maninalto e i due agenti rovistavano gli scaffali arrivò, col fiatone, il dottor Strappacore che subito si diresse verso il corpo esamine del cavallo. Pochi secondi ed emise il suo verdetto: “morte per strangolamento, niente impronte digitali… l’assassino, anche questa volta ha usato i guanti”.
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Lapo Cecchi si concentrò per un’ora intera su questo brano del Monolocale. Sembrava scritto in un’unica tirata, forse l’assassino era stato preso dal sacro furore della scrittura in una notte di luna piena dopo uno degli ennesimi delitti. Era uno dei numerosi passaggi nel quale l’autore del romanzo, con ogni probabilità anche il serial killer, tirava in ballo se stesso, parlando delle studentesse americane uccise e del Mostro 2, come lo avevano definito prima i giornali locali, negli ultimi tempi moltiplicatisi a vista d’occhio, e poi quelli nazionali. E se il serial killer fosse stato un giornalista di uno delle innumerevoli testate giornalistiche fiorentine? Magari un redattore in odore di licenziamento che aveva prima ucciso una ragazza per poterne parlare nel proprio giornaletto, e che poi, avendo visto che la cosa funzionava, aveva continuato per sei mesi interi. O addirittura avrebbe potuto trattarsi di un complotto delle redazioni della Nazione, Tirreno, Corriere di Firenze, Corriere Fiorentino, Repubblica, Leggo, City, Il Firenze, Metro le quali, riunitesi in gran segreto una notte senza luna, mentre la città dormiva, aveva organizzato una sensazionale striscia di delitti la quale aveva fatto schizzare all’insù le vendite di tutti i giornali. I giornalisti poi, godendo di appoggi presso le forze dell’ordine e beneficiando di una rete di relazioni di alto livello, avrebbero potuto controllare ogni singolo dettaglio dei delitti per non far arrivare gli inquirenti alla verità. Questo era uno dei pensieri che passavano a Lapo per la testa mentre si intestardiva a cercare di capire la trama e i personaggi del romanzo “Il monolocale”, uno squinternato e pretenzioso romanzetto da quattro soldi che gli pareva scritto da un individuo dalla personalità multipla. Ogni poche righe il romanzo cambiava tono e registro, si introducevano di continuo nuovi personaggi, si passava dal noir alla commedia al grottesco, non c’era un filo logico, una sequenza, un nesso tra il prima e il dopo, e addirittura sembrava che l’autore non capisse quello che aveva detto poche righe sopra e che litigasse con il se stesso precedente. Un enigma. Comunque Lapo, erano ormai le quattro di mattina, decise di sezionare nei minimi dettagli il “pezzo unico”, uno dei pochi che sembrava filare dall’inizio alla fine. Cominciò a tracciare su alcuni fogli diagrammi, schemi, quadrati, tondi, frecce, linee. Scriveva, annotava, buttava giù tutto quello che veniva in un brainstorming individuale dal quale sperava di ricavare qualche minimo elemento utile per scoprire almeno qualche aspetto della personalità dell’autore. S’era deciso a intraprendere questa strada dopo che gli era venuto in mente l’esame di Criminologia sostenuto con il professor Dal Moro. Aveva sentito dire che il prof apprezzava i compiti schematizzati, così s’era messo a scrivere frasi smozzicate, cerchiandole di rosso o di blu, collegando questi cerchi a un altro quadrato nel quale aveva inserito una parola-chiave e così via. In questo modo aveva strappato al Dal Moro il primo e unico trenta della sua carriera accademica. Alla fine di questo lavoraccio, quello sul romanzo, il Cecchi, si avvicinavano ormai le prime luci dell’alba, si era lasciato cadere sul letto, ancora vestito: alle sei e mezzo sarebbe suonata la sveglia, lo aspettava il banco del pesce dell’Ipercoop. Prima però aveva tentato di proseguire la lettura, tuttavia il libro gli era caduto sulla faccia mentre leggeva la frase “morte per strangolamento, niente impronte digitali… l’assassino, anche questa volta ha usato i guanti”...
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La convivenza con Matilde si rivelò subito difficile, tutto a posto… per carità!... però non riuscivo ad entrare in sintonia con lei e continuavo a sentirmi un’ospite. In una di quelle mattine afose che ci ritrovammo insieme per la colazione, apprendemmo dal giornale del ritrovamento, durante la notte, del cadavere di un cavallo assassinato, dai particolari in cronaca capimmo subito che si trattava di Prospera. “Dio mio, ma com’è possibile?”..esclamai. “Chi poteva avercela con quella poveretta a tal punto? “ replicò Matilde.Il povero animale aveva sicuramente espresso giudizi poco lusinghieri sui turisti di Piazza del Duomo e aveva persino dato di bischero ad un ignoto coglione a cui era andata buca, ma da qui a strangolarla ne corre! “Forse il delitto è maturato nell’ambiente delle corse, magari delle scommesse clandestine” azzardò Matilde. “Ma se era un cavallo da passeggio!”.. obiettai. “Certo le corse le aveva sognate, ma se bastasse questo per uccidere un uomo… volevo dire un cavallo!” La faccenda mi stava agitando non poco quando improvvisamente Matilde… “Perché una di queste sere non inviti quella tua amica..come si chiama?...sì, Viola”. Il caffè non fece a tempo ad andarmi di traverso che sentii il rumore dell’esplosione di una grossa bolla d’acqua, era Spigolo… uno dei due pesci rossi che avevo portato con me in quell’appartamento… anche lui non poteva sopportare Viola. L’altro si chiamava Alice ma le bolle non le sapeva fare. Non le avevo mai detto che, innanzitutto, non era mia amica ma una semplice collega di Università che si dava tanta boria perché aveva numeri da super bomba sexi, da prendersi sulla scala dei multipli, le mie invece erano da sottomultipli e per calcolarle serviva la tabella dei logaritmi, e poi sempre a parlare delle sue avventure con gli uomini…. a sentirla sembrava che tutti si strofinassero in terra al suo solo passare. Non riusciva a completare una frase senza espressioni dialettali, “ mi son de Padova…” terminava sghignazzando come una cammella in amore. No, quella Mignottin proprio non la sopportavo.Ultimamente se la faceva con uno molto più grande di lei… un poliziotto, a quanto si diceva in giro. L’avevo visto qualche volta mentre l’aspettava all’uscita della Facoltà: un bell’uomo, avrei detto finché non l’avessi visto scendere dalla macchina. Però era già la seconda volta che Matilde me lo chiedeva.
Le gambe, le gambe! Le gambe del fidanzato di Viola erano davvero ridicole. Avrebbe potuto anche essere alto, il commissario Maninalto, ma con quelle gambe che si ritrovava non superava il metro e settanta. Ma soprattutto: gambe corte e arcuate, da fantino si sarebbe potuto dire, ma ben più arcuate della media dei fantini. Gambe grassocce e sbilenche che comunque non gli impedivano di avere un certo successo con le donne.
...e ne aveva avuto anche con gli uomini!
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La voce narrante senza nome e i suoi due pesci, Spigolo e Alice. La compagna di appartamento, Matilde. Prospera, la cavalla. Il proprietario di Prospera, il vetturino. Il bischero di Piazza Duomo. Il medico legale Pietromasi. Viola Mignottin, studentessa padovana. Homo Vulgaris. Il commissario Vincenzo Maninalto. Sua madre Violante. Il maestro del commissario, il pari grado Bordelli. La donna anziana uccisa. Silvio, il blogger. Kataryna, la ragazza scomparsa. L’ingegner Bagnato. Il dottor Strappacore.
Lapo mise in fila su un cartellone bianco di due metri per due, attaccato alla parete di camera con un nastro biadesivo, i nomi di tutti i personaggi che aveva incontrato finora leggendo “Il monolocale”. Chi erano tutti questi personaggi? Che cosa rappresentavano? Che legame avevano con i delitti di cui l’autore, o gli autori, si erano resi responsabili? L’aspirante psicologo aveva rinunciato a comprendere la trama del romanzo, malediceva la propria mediocre cultura letteraria e rimaneva nel dubbio che fosse lui, abituato a leggere Fabio Volo e Giorgio Faletti, a non capire certi meccanismi del racconto o piuttosto che fosse il presunto capolavoro ad essere in realtà, come fin dall’inizio aveva ritenuto, una “boiata pazzesca”, per usare il suo linguaggio fantozziano. Approfondiva lo studio dei personaggi perché presumeva che studiandone le caratteristiche psicologiche avrebbe, forse, magari! intuito qualcosa della struttura di personalità del mostro. Iniziò ad appuntare qualche parola sotto ogni nome: Viola Mignottin (ma esisteva davvero una donna con questo nome o era il frutto della fantasia dell’autore?), studentessa padovana fuoricorso, perbenista, ex fidanzata del commissario Maninalto, cela verità oscure e segreti non confessabili. Freccia. Commissario Maninalto, bel quarantenne, fortunato con le donne(e anche con gli uomini, sembra) e nel lavoro, scapolo, vive con la madre, tifoso della Fiorentina (la Viola…), unico cruccio un vecchio delitto. Freccia. La donna anziana uccisa, cadavere in perfetto stato di conservazione, via Spampani 8. Freccia. Matilde, studentessa… E così via. Dopo due ore e mezza di lettura della prima parte del romanzo, rilettura, frecce, cancellature, schizzi, linee, collegamenti, il Cecchi aveva riempito i due metri per due di cartellone e si fermò a guardarlo, a scrutarlo, a osservarlo a distanza, piegando ora la testa, poi avvicinandosi, poi ritoccandolo appena, e mentre faceva questo si vedeva protagonista di un film hollywoodiano nel quale l’eroe, distrutto dalla fatica, ha un lampo negli occhi, eureka! sembra dire con l’espressione facciale, ho trovato, sono un genio, ho rimesso insieme tutti i pezzi, ho avuto un insight, ho capito tutto. Per un quarto d’ora gli sembrò di essere come l’eroe di tanti film che aveva visto da ragazzino e che continuava a sorbirsi anche una volta cresciuto, ma l’insight, l’idea illuminante non arrivò mai. Si mise a sedere stravolto dalla fatica psichica che lo aveva impegnato così a lungo, prese il telecomando in mano e decise di mettere a riposo il cervello accendendo la televisione. “…ttima è stata trovata nel proprio appartamento del centro di Firenze, a pochi passi da piazza Santa Croce, priva di segni di violenza sessuale. Ancora una volta sembra che l’omicida non abbia lasciato tracce di sé e che il ventunesimo omicidio della serie sia stato compiuto con le stesse modalità dei delitti precedenti. Il Procuratore capo della Repubblica di Firenze ha dichiarato…”. Lapo lasciò andare le braccia lungo il corpo, le mani si aprirono da sole e il telecomando cadde in terra. Gli occhi sbarrati persi nelle immagini di repertorio del telegiornale speciale, le orecchie ormai chiuse, nemmeno curiose di ascoltare i dettagli del nuovo omicidio. Il tirocinante psicologo cominciò ad avvertire un certo malessere, malessere fisico, psichico anche, dopo tutto quel lavorìo mentale a cui non era avvezzo, ma soprattutto morale, sì, morale, cominciò a sentire che così non poteva andare avanti, non poteva continuare a giocare allo psicologo criminale, forse il professor Dal Moro, non lui, lui era di un’altra stoffa, non era abituato a mentire agli altri e neanche a se stesso, si mostrava così come era, con i suoi innumerevoli difetti e i pochi pregi, ma reali, lui non sopportava quel professore perennemente atteggiato a professionista dell’inconscio, tutto apparenza e niente sostanza, nel quale alla fine, se fosse continuato questo andazzo, avrebbe potuto prima o poi trasformarsi. Si alzò di scatto e si diresse senza indugio al cellulare poggiato sul tavolo. “Basta, ora convoco una conferenza stampa e dico tutta la verità” pensò “Il professor Giovanni Dal Moro è un emerito citrullo che non sa niente di teorie psicologiche e costrutti mentali, il novantacinque per cento delle bischerate che va dicendo in televisione gliele ho suggerite io, io, Lapo Cecchi, un mediocre tirocinante di psicologia incapace di enunciare un qualsiasi modello psicologico mai elaborato da Freud in poi e soprattutto incapace di comprendere alcunché di una qualsiasi mente criminale fosse anche un vandalo sorpreso a imbrattare i muri dell’università con uno spray rosso.” Sì, sì, Lapo voleva denunciare tutto per liberarsi di un peso, il peso di aver accettato le proposte demenziali del proprio relatore di tesi di laurea, ora tutor che gli avrebbe permesso, con le sue firme, di sostenere l’esame di stato per l’abilitazione all’esercizio della professione di psicologo. Voleva liberarsi dal peso di essere in qualche modo, anche minimamente, corresponsabile nella morte di una ragazza innocente. Ma mentre pensava questo e cercava il numero della Nazione sulle pagine bianche, al nostro Lapo erano balenati in testa altri pensieri, meno nobili e più prosaici, tuttavia molto concreti. Non era in grado di parlare per oltre un minuto ad un gruppo che superasse le cinque persone, poi la gola gli si attorcigliava, le corde vocali sembravano chetarsi e il viso diventava rosso nel tentativo di recuperare il fiato perso per l’emozione. E le telecamere? Ogni volta che se ne avvicinava una, magari durante il battesimo di un biscugino o la festa di compleanno di un amico, non riusciva mai a stare rilassato, il cervello gli si obnubilava e non era mai in grado di emettere una frase che avesse un qualche senso. Figuriamoci se era in grado di spifferare tutti i suoi segreti in diretta tv, davanti a operatori televisivi che avrebbero trasmesso la sua faccia terrorizzata in mezzo mondo. Se anche fosse riuscito a farsi capire, tra parole ciancicate, frasi smozzicate e balbettii imbarazzanti nessuno lo avrebbe preso sul serio, non sarebbe stato in grado di rispondere ad alcuna domanda chiarificatrice e si sarebbe coperto di ridicolo di fronte a tutti i suoi amici, parenti e conoscenti. No, no, meglio attendere e sperare nel colpo di fortuna. In fondo è quello che stavano facendo tutti coloro coinvolti in qualche modo nelle indagini: si mettevano delle idee in testa e volevano per forza trovare elementi che confermassero le loro ipotesi. Intanto però il mostro continuava a uccidere, seppure con una frequenza minore, e nessuno era ancora vicino alla soluzione del caso.
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Quando la nuova dottoranda in medicina legale passò la chiamata di Maninalto al professor Pietromasi, il medico legale credette di dover confermare l'appuntamento dallo Scheggi per il solito panino alla finocchiona prima della partita di Coppa. I due avevano sviluppato una sottile competizione sin dai tempi del liceo Michelangelo, quando in assemblea di istituto si fronteggiavano politicamente con toni altisonanti al solo scopo di rimediare una pomiciata (e magari qualcosina di più) con qualche figliola ben disposta. A distanza di anni, e spesso costretti a lavorare gomito a gomito, i due si tolleravano poco ma per abitudine consolidata rinnovavano insieme di anno in anno l'abbonamento in tribuna coperta per condividere l'unica passione che li univa: la Fiorentina.
- Papa Waigo stasera ce lo perdiamo. - disse il commissario - c'è un'altra vittima. Devi raggiungermi sul luogo del delitto per accertare in via preliminare le cause del decesso.
- Cazzo, ancora il serial killer delle americane?
- Sì. Ti aspetto. E portami un antiemetico. Attaccò rabbioso il telefono e neppure gli occhioni celesti della dottoranda riuscirono a placare il vorticoso giramento di coglioni che lo stava pervadendo.
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La vita di Lapo era cambiata. Aveva un unico pensiero fisso: il mostro. Dormiva poco, mangiava molto, spiluccando tutto ciò che capitava dal frigo. Le ore di lavoro erano solo un intermezzo fastidioso e necessario tra un’analisi e l’altra del romanzo e delle notizie di cronaca, tutte le altre attività, a parte lavarsi e fare la spesa, erano scomparse dalla sua vita.Anche la vita di Firenze era cambiata come non mai. Con i primi omicidi, e sempre più via via che la sequenza di delitti cresceva di numero, si registrò un calo netto dell’afflusso turistico. La Federalbergatori denunciava un quaranta per cento in meno di presenze in sei mesi, la Confcommercio chiedeva interventi straordinari del governo a sostegno dei negozianti, i ristoratori sostenevano che avrebbero presto chiuso tutti quanti, le numerose famiglie che cedevano parte della propria casa in affitto agli stranieri smisero perlopiù di farlo. Tutti limitavano le proprie uscite serali, anche se i delitti, a dire il vero, erano stati commessi tanto di giorno quanto di notte. Le donne non viaggiavano più sole, specialmente le straniere, ma anche le vecchie signore italiane. Le americane poi non si vedevano quasi più e alcune università per stranieri, visto il calo drammatico degli iscritti, una volta terminato il semestre di studi mandarono a casa molti impiegati. In compenso avevano fatto affari, oltre agli edicolanti, i venditori di lucchetti, serrature, porte blindate, spray antiscippo e addirittura mazze da baseball. Ci fu chi inventò e mise sul mercato uno speciale collare di ferro che avrebbe scoraggiato con matematica certezza lo strangolatore. I turisti non arrivavano più, ma un nugolo di giornalisti, fotografi, operatori televisivi e radiofonici si era stabilito in città. Accanto a loro non mancarono poliziotti, carabinieri, ispettori, guardie del corpo, addirittura detective privati professionisti o improvvisati. Tutti andavano a vedere, a curiosare e spesso a indagare. Pochi ormai venivano a Firenze per gli Uffizi, il Duomo e piazzale Michelangelo. Gli accompagnatori turistici preparati a parlare ore su Giotto, Brunelleschi e Arnolfo di Cambio dovettero reinventarsi esperti di tour criminologici, scorazzando per tutto il centro e la periferia i forestieri disinteressati a Dante e bramosi di conoscere i luoghi dei delitti. Fu istituito un numero verde per le segnalazioni sul caso. In Questura fu invece aperto uno sportello speciale per la folla di persone che si autodenunciava, dichiarando di aver commesso tutti gli omicidi.Si registrò poi una sensazionale e inattesa inversione di tendenza nei rapporti sociali. Molti cominciarono a guardare in cagnesco tutti i possibili sospettati, cioè sostanzialmente metà dei conoscenti e parenti poiché del mostro non si sapeva un accidenti di nulla. Ma questo era l’aspetto deteriore del fenomeno. La cosa più interessante fu che i fiorentini ricominciarono a parlarsi davvero. Ognuno voleva dire la sua e tutti ascoltavano tutti. Nei bar o nelle piazze, dal barbiere o davanti all’edicola era un turbinio di discussioni più o meno animate, di chiacchiere come quelle che si potevano ascoltare quando Firenze non era una città internazionale ma un paesone raccolto attorno a Palazzo Vecchio. E’ vero che la notte non usciva quasi nessuno, e i cinema, i teatri, i ristoranti, i pub erano vuoti, ma la gente si trovava a casa degli amici o dei parenti e parlava, parlava, parlava.I fiorentini poi non mancarono di mettere in campo nell’occasione il loro tradizionale umorismo, anche in un momento tragico per la città. Il serial killer, il Mostro 2, come lo definivano i giornali, lo spietato omicida, come lo definivano gli scrittori privi di originalità (era fiorito nel frattempo anche un intero filone di editoria criminologica: riviste, pamphlet e romanzi), per tutte le persone comuni di Firenze e dintorni era “Lallo, il mostro di San Gallo” (molti omicidi erano stati commessi nei pressi di via San Gallo, dove si trovava la sede della Questura, quasi fosse una sfida dell’assassino alla polizia). Gli uomini di una certa età facevano a gara per inventare barzellette su Lallo e in occasione delle partite della Fiorentina i tifosi si scatenavano a mostrare striscioni sull’argomento. “Oggi più di ieri / Lallo, Mutu e Bobo Vieri”, “Lallo, vieni, ti presento la mi’ moglie” (o la variante: “Lallo, la mi’ socera vive sola e parla inglese”), “Meglio un mostro in casa che un bianconero all’uscio”.Ma Lapo aveva poca voglia di scherzare. Si sentiva in una morsa di impegni e doveri morali ai quali non riusciva a sottrarsi. I momenti di entusiasmo, nei quali gli sembrava che la soluzione sarebbe presto arrivata, si erano fatti sempre più rari e il libro lo leggeva e rileggeva sì, ma non ci si capiva nulla.
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Matilde uscì lasciandomi finalmente sola. Da molto tempo la mia vita era cambiata, ma di ciò che fosse prima ancora non ho ricordo. Anche allora fui presa dall’improvviso ricordo di quella notte, quella notte in cui sono nata. Non riesco a pensare alla mia vita prima di allora, la mente è vuota, mi succede sempre più spesso. Quel giorno cominciai a sentirmi male, mi girava la testa, avevo freddo, poi improvvise vampate e gli occhi... gli occhi rossi come il fuoco. Improvvisamente quella visione, sempre la stessa: lui era bellissimo quando incontrai i suoi occhi, era immobile con uno strano sorriso che gli usciva dalle labbra stranamente rosse. Il volto bianco come la cera e quegli occhi inerti, indefinibili, come morti, che non sono più riuscita a togliermi dalla testa. Era comparso come dal nulla, come un brivido gelido. Non ricordavo più nulla, come se tutto intorno a me fosse sparito. Quando alzò lo sguardo mi sentii sprofondare come in un vortice nero. Ero paralizzata. Poi vidi la luce e mi ritrovai in camera mia, nel mio letto, senza sapere come.
Una buona scorta di antiemetico la teneva anche il dott. Strappacore, il medico legale aggiunto, per forza di cose, al vecchio Pietromasi il quale neanche lavorando giorno e notte riusciva più a tenersi in pari col lavoro. Il cadavere della ventunesima vittima giaceva lì immobile (e non poteva essere diversamente) sul tavolo dell’obitorio , già offriva la gola e il ventre al bisturi di Strappacore. Il medico indugiava nell’affondare la lama, sapeva che avrebbe prima dovuto vomitare.. come sempre... prima di iniziare. Quel lavoro l’aveva sognato fin da quando, da bambino, aiutava la mamma a pulire le alici. Ma non ci aveva ancora preso la mano, e neanche lo stomaco, dopo trent’anni! I cadaveri puzzano, e quando l’hai sentita una volta quella puzza ti rimane in gola e nella testa per tanto tempo, se poi continui a passare le giornate, e tante nottate, in compagnia di questi ex signori allora puoi solo cercare di aiutarti con degli antiemetici.I cadaveri si gonfiano, anche, per via di certe reazioni enzimatiche che producono gas metano, e in qualche caso particolare possono anche esplodere. Ma lì l’unico pericolo d’esplosione era legato al suo stomaco e infatti dovette presto correre a vomitare, una volta non aveva fatto a tempo ed aveva vomitato sulla faccia del bel giovanotto che se ne stava stecchito sdraiato in attesa di conoscere la causa della propria morte.
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Lapo concluse per l’ennesima volta la lettura del romanzo. Non disse niente e non pensò niente. Ormai era rassegnato a non capire. Il romanzo si concludeva così: Ma lì l’unico pericolo d’esplosione era legato al suo stomaco e infatti dovette presto correre a vomitare, una volta non aveva fatto a tempo ed aveva vomitato sulla faccia del bel giovanotto che se ne stava stecchito sdraiato in attesa di conoscere la causa della propria morte. Non aveva senso: lasciarlo così, troncato a mezzo, senza riprendere il filo della storia e senza portare il lettore a una conclusione. Se la storia frammentata e intrinsecamente contraddittoria aveva convinto Lapo che l’autore era affetto da disturbo di personalità multipla, il fatto che il romanzo terminasse come se fosse troncato a metà non disse niente all’aspirante psicologo. Lapo chiuse il libro e pochi secondi dopo il telefono squillò. Era il professore, che portava una notizia sensazionale. Accanto al corpo della ventunesima vittima era stata rinvenuta una nuova versione del Monolocale. Lapo non seppe se gioire o disperarsi. La sera successiva il Cecchi fu di nuovo al lavoro, il suo secondo lavoro, non quello di venditore di pesce all’Ipercoop di Lastra a Signa, ma quello gratuito di aspirante psicologo che ha intrapreso una lunga e difficile lotta a distanza con Lallo, il mostro di San Gallo. Lapo tirò giù le serrande di camera, si mise a sedere di fronte alla scrivania, accese la lampada poggiata sopra e aprì il libro con una forte ansia e un moderato ottimismo. Il titolo era lo stesso, e l’autore, il serial killer, aveva riportato in terza pagina un elenco dei personaggi già presenti nella prima versione, quasi a semplificare il compito del lettore, o forse quasi a prendersi gioco di lui: La voce narrante senza nome e i suoi due pesci, Spigolo e Alice. La compagna di appartamento, Matilde. Prospera, la cavalla. Il proprietario di Prospera, il vetturino. Il bischero di Piazza Duomo. Il medico legale Pietromasi. Viola Mignottin, studentessa padovana. Homo Vulgaris. Il commissario Vincenzo Maninalto. Sua madre Violante Il maestro del commissario, il pari grado Bordelli. La donna anziana uccisa. Silvio, il blogger. Kataryna, la ragazza scomparsa L’ingegner Bagnato. Il dottor Strappacuore, medico legale. Il professor Pietromasi, medico legale La dottoranda. L’incipit era lo stesso della versione precedente, ma questa volta il racconto prendeva strade diverse… Il Monolocale (seconda edizione) Abitavo con un’amica in un monolocale un po’ fuori dal centro, al secondo piano di un palazzo grigio senza ascensore con le scale spalmate di odore di cavolo al ragù e aspettavo che uscissero le graduatorie dell’università per l’assegnazione dei posti letto alla casa dello studente. Se aprivo la finestra e allungavo una mano, mi sembrava quasi di toccare il semaforo sospeso sul traffico e nei giorni di pioggia, mi divertivo a guardare le striature rosse verdi e gialle che si rincorrevano sull’asfalto lucido e bagnato. Avevo conosciuto la mia amica rispondendo ad un annuncio appeso sulla bacheca della mensa “Cerco ragazza per dividere affitto e spese di monolocale carino, telefonare ore pasti”. Aveva risposto una ragazza con la voce un po’ stridula e avevamo fissato un appuntamento sulle scale del Duomo per il giorno dopo alle tre.
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Il dott. Strappacore ruppe gli indugi e affondò, finalmente, il suo bisturi nei tessuti ormai rigidi del cadavere della ragazza. Con gran pena, perchè per quanto si sforzi, la Morte, di assomigliare sempre a se stessa, Essa non riesce mai a restituire la stessa immagine di sè. Come ogni buon medico legale che si rispetti, Strappacore non era solo abile nella tecnica del dissezionamento, onorando a dovere protocolli e codice deontologico, egli era anche un ottimo patologo e avrebbe potuto riconoscere immediatamente, dalle dimensioni o dal colore, qualsiasi sofferenza che avesse afflitto quegli organi. Niente. Tutto a posto. Sana come un pesce, avrebbe potuto suggerirgli la sua proverbiale vena sarcastica: in altre occasioni, forse, ma non in quella. Del resto le cause della morte erano ben evidenti in quel segno ormai bluastro intorno al collo ceruleo. Erano state mani grandi e forti come ganasce, i segni erano nitidi, netti, e avevano stretto la presa senza lasciarle possibilità di reazione, paralizzandola immediatamente. Si limitò, così, a raccogliere doviziosamente sezioni di tessuti e di organi per il laboratorio.Nella catena delle lavate di testa, che si innesca in faccende di ordine pubblico, il primo anello è rappresentato dal Ministro, che oltre ad essere pressato dalla stampa e dall'opinione pubblica era, in quel frangente, anche parecchio contrariato dalla caduta del governo di cui faceva parte, per miserevoli questioni da Basso Impero, si disse. A farne le spese fu il Prefetto il quale non aspettò due ore per pagare della stessa moneta il Questore, dott. Manganelli, e figuratevi se questi lasciò passare anche solo un quarto d'ora prima di convocare nel suo ufficio, al terzo piano, il Commissario Maninalto. La catena delle lavate di testa è montante come l'onda di piena, che si carica man mano di materia ed energia prima di scaricarsi nel punto finale. Provate ad immaginare quale tsunami stava per abbattersi sul capo del povero Commissario Maninalto, colpevole di non avere ancora messo fuori servizio Lallo, il Mostro 2.
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Non ne poteva più, il nostro Lapo. S’era perso nei meandri del romanzo e dimenticava sempre che il suo compito, che poi avrebbe dovuto essere del professor Dal Moro, era quello di ricavare un profilo di personalità dell’autore del romanzo e non, come stava facendo, comprendere la trama del libro o giudicarne la qualità dello stile. In realtà l’ex studentello non era il solo a comportarsi così. Tutti quelli che erano a qualunque titolo coinvolti nell’indagine, fosse anche trascrivere un atto relativo a uno degli omicidi, si sentivano in dovere di investigare alla ricerca della prova decisiva. Ognuno a Firenze, dal Procuratore capo della Repubblica, detentore dell’indagine, al giornalista di cronaca nera, al poliziotto di quartiere, fino al controllore dell’ATAF e al vigilino della Firenze Parcheggi, aveva dichiarato una guerra personale al Mostro, svolgeva le proprie indagini con i mezzi di cui disponeva e tenendole segrete a tutti gli altri, non chiudeva occhio per scervellarsi a riflettere su tutti gli elementi di cui era in possesso e spesso e volentieri metteva nei guai se stesso o magari contribuiva a complicare le indagini, che erano, come si dice in questi casi, a un punto morto. Un pensionato di 85 anni fu arrestato mentre tentava di aprire la porta dell’appartamento che era stato teatro del dodicesimo omicidio. Uno studente di Chimica fece andare a fuoco un laboratorio dell’università mentre cercava di produrre una sostanza con la quale, secondo lui, il mostro paralizzava le vittime. I Carabinieri indagarono a lungo, sospettando che fosse il serial killer, su un tizio che s’era messo alle calcagna di diverse ragazze straniere, pedinandole giorno e notte: avevano scoperto poi che l’uomo era persuaso che gli fosse stata affidata la missione di proteggere le povere ragazze indifese di Firenze. Per fortuna Lapo, che stupido non era e aveva almeno coscienza dei suoi limiti, non aveva preteso tanto da se stesso e alla fine aveva anche rinunciato a capire. Non ne poteva più di nottate senza chiuder occhio, di cene trangugiate con un giornale sotto gli occhi e la televisione accesa sul telegiornale. Non ne poteva più di non riuscire a pensare altro che al mostro. Non ne poteva più di non vedere più un film al cinema, farsi una corsa al parco o uscire con una ragazza. Era quasi un anno che non faceva l’amore. Un venerdì sera, di ritorno dal lavoro, prese tutto il materiale che aveva accumulato per la maggior parte nella propria camera, ma anche sparpagliato in tutta la casa, lo infilò in due scatoloni, aprì la botola della soffitta, tirò giù le scale pieghevoli e chiuse lassù, lontano dai suoi occhi, tutte le carte che erano diventate la sua ossessione. Poi prese l’aspirapolvere, gli stracci, l’acqua, i prodotti per pulire la casa, aprì tutte le finestra e iniziò le pulizie di Pasqua, anche se era solo novembre. Finito il lavoraccio, a cui non era abituato, si ficcò per una mezzora buona sotto la doccia, strofinando e ristrofinando ogni cellula della sua pelle, si asciugò, si fece la barba, incolta da non si sa quanti giorni, si accorciò le basette, si tagliò le unghie dei piedi e delle mani e si passò dappertutto il borotalco, una cui confezione aveva comprato in un momento di nostalgia dell’infanzia, ma che poi non aveva mai aperto. Infine prese il telefonino, si stese sul letto e compose il numero della donna che aveva desiderato a lungo, alla quale però non aveva mai avuto il coraggio di dichiararsi: Ileana Aldobrandi.