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sabato 10 maggio 2008

Racconto - Inchiostro

Mio nonno lavorava dalla mattina alla sera su grandi macchine di inchiostro e parole. Le parole erano composte da singole lettere in rilievo sporche di nero che mio nonno metteva insieme secondo il gusto e il piacere dei clienti. Possedeva una tipografia e io giocavo con lui alle lettere sporche di inchiostro nero che si imprimevano sulla carta colorata di giallo che avrebbe annunciato tutti gli eventi del paese e dei paesi vicini. Le lettere erano talvolta di corpo tanto piccolo che mio nonno era costretto ad allontanarsi e a fare smorfie per capire qual era la lettera che teneva in mano, o addirittura a inforcare gli occhiali per non sbagliare, ché poi magari i clienti gli avrebbero fatto ristampare tutto. Spesso lo vedevo sbuffare perché non riusciva trovare il carattere giusto o perché, dopo aver steso tutti i blocchetti metallici a comporre le frasi commissionate, si accorgeva di un piccolo errore. Io mettevo i punti e virgola sull'indice della mano destra e riuscivo a distinguerli benissimo dalle semplici virgole, meravigliato che mio nonno non fosse in grado di fare altrettanto. Oppure erano tanto grandi, le lettere, che facevo fatica a tenerle in mano. Erano F schematiche che dovevo reggere con entrambi le mani, oppure S sinuose delle quali mi divertivo a seguire il profilo con l'indice. Poi tiravo fuori dai cassetti qualche foglio bianco e vi disegnavo sopra con la penna nera R roboanti, Z battagliere e G arzigogolate. Talvolta andavo in ufficio, una zona dello stanzone separata da un parete di compensato, a battere sui tasti di una macchina da scrivere parole in libertà. Nel lavoro di tipografo tutte le lettere erano importanti, nessun carattere doveva essere trascurato, il trattino corpo 6 aveva lo stesso valore di una M corpo 72. O così pensavo io. Invece mio nonno si sarebbe disperato se avesse letto sui grandi manifesti attaccati ovunque nel paese PALIO DEI CIUCHI scritto, per dire, PALIO DEI CIUCMI. Poteva capitare. Una volta stampò un manifesto di una gara ciclistica nel quale erano descritti i passaggi dei corridori e l'ora presunta di passaggio: piazza Garibaldi ore 11.00, via Matteotti ore 11.07, piazza Giovanni XXIII ore 11.05. Così gli avevano detto e così lui stampò. Prima le 11 e 7, poi le 11 e 5. Rimasi stupefatto da questa decisione: era un errore e lui doveva correggerlo. Ogni volta che andavo a passare i pomeriggi in tipografia volevo rovistare negli enormi cassetti nei quali erano riposti blocchetti metallici di tutti i tipi e dimensioni, divisi in scompartimenti dalle pareti di legno. Una volta tirati fuori e osservati, rigirati, toccati, dopo essermi macchiato a dovere le mani, dovevo riporli attentamente ognuno al proprio posto. A forza di giocare con i caratteri mobili avevo imparato a leggere intere frasi al contrario, capacità indispensabile per un buon tipografo.

Mia nonna aveva una cartolibreria nel centro del paese: vendeva carta, buste, penne, quaderni, libri. I libri non li comprava mai nessuno, non so se era perché in paese non leggeva nessuno o perché se li andavano a comprare in città. Io credo che fosse perché non leggeva nessuno. Io li leggevo a puntate, ogni volta che andavo in negozio leggevo qualche pagina, poi, quando tornavo la volta successiva, riprendevo la lettura. Solo che spesso, non potendo tenere un segnalibro, non ricordavo a che punto ero arrivato e ricominciavo a caso; talvolta mi accorgevo di aver già letto quelle pagine, altre volte, probabilmente, avevo ne avevo saltate parecchie. Oppure il libro mi aveva stancato e ne cominciavo un altro, magari ne leggevo tre o quattro contemporaneamente, saltavo dall'uno all'altro, a seconda delle giornate, del tempo, della voglia di letture da bambini o più seriose. In realtà, molto più spesso andavo all'edicola a comprare la Gazzetta dello sport e leggevo quella. I giornali erano enormi per un bambino delle elementari così io andavo dietro il banco, riparato dalla vista dei clienti, mettevo il giornale in terra, nel poco spazio rimasto libero tra gli scatoloni e la merce in vendita, mi stendevo sulla rosea e la studiavo riga per riga, sognando, come tutti i miei amici, di diventare un grande campione di tennis o di calcio. Nel periodo estivo, poco prima e all'inizio dell'anno scolastico, le letture lasciavano il posto al lavoro. Ero il piccolo commesso di mia nonna durante la stagione dei libri scolastici, l'unica in cui i compaesani sembravano davvero intenzionati a leggere qualcosa. In quel periodo tutti i libri che mi passavano sotto mano erano solo autore – titolo – casa editrice, e non ne sfogliavo mai uno perché nei pochi metri quadrati della cartolibreria, e anche fuori, si affollavano decine di studenti, ma più spesso di mamme, schiamazzanti e pretenziose, tutte improvvisamente timorose che i propri figli non imparassero abbastanza (i libri dovevano esser già arrivati per il primo giorno di scuola, altrimenti erano proteste e arrabbiature). Protestavano sempre, di solito perché i libri erano rincarati davvero troppo: non si poteva spendere così tanto per mandare a scuola un figlio! Poi, per fortuna, i soldi ce li avevano, perché spendevano il doppio di quanto erano costati i libri comprando zaini e agende colorate.

Così da bambino sguazzavo tra le lettere e le buste, tra i fogli e le penne, tra i libri e i quaderni, e ogni tanto mi arrivava qualcosa di questo mare di inchiostro e carta, qualcosa penetrava nella mia mente, mi rimaneva anche nelle giornate d'estate tra i campi e le strade, a ridere e giocare, a correre e litigare, a fare a botte e far la pace, tutta questa materia della quale erano composte le mie giornate s'incuneava lentamente nel mio corpo e non me ne accorgevo, non pensavo che potesse non essere così, odoravo di inchiostro e di carta stampata e le mie mani erano sporche di nero, sempre macchiati i miei polpastrelli, e giocavo e leggevo, e mi impregnavo dell'odore dei manifesti stampati di nero su carta gialla luminosa.

silviodulivo

martedì 15 aprile 2008

Racconto - Il bagno

La prima volta che entra in bagno Anna è sola. Sente dall’altra parte del muro un rumore. Lo sente perché in quel momento non c’è nessuno con lei, né altre detenute né guardie. Ascolta piccoli rumori nei bagni confinanti. Clac, la tavoletta del vaso che si alza, o si abbassa; pssh pssh, la pipì della vicina di gabinetto; trun trun, glo glo, glo glo, l’altra tira lo sciacquone, l’acqua scende; zzh, zzh, la cerniera torna su (questo rumore lo ha immaginato, non è possibile sentirlo attraverso una parete); tac, apre la porta; stum stum stum st… cammina. Ora c’è silenzio. Anna esce, incrocerò la vicina di bagno, pensa. No, non c’è nessuno, eppure avrebbe dovuto essere ancora qui. Pochi giorni dopo, è ancora sola in bagno e sente gli stessi rumori. Non vede nessuno, non sono le vicine di bagno. Ci sono altri bagni? Chiede la sera alla compagna di stanza. No, ma i bagni comuni confinano con quelli della sezione maschile. L’unico muro di confine tra uomini e donne è quello dei bagni. Anna non dorme. Aspetta il momento nel quale tornerà in bagno, non capita spesso durante la giornata, di solito le detenute usano il vaso della cella. Immagina lo sconosciuto frequentatore del bagno confinante. Alla prima occasione è dentro, anche se non deve pisciare. Sta ferma e ascolta, ma i rumori vengono dai bagni delle donne e coprono quelli degli uomini. Ora c’è silenzio, ma di là dal muro non si sente nessun rumore. Il giorno dopo Anna non può andare, non sempre è consentito. Talvolta si va insieme ad altre detenute, a volte ci sono le guardie. Bastano pochi rumori per coprire i suoni che Anna vuole ascoltare. Anna non ha fretta, ma i giorni buoni sono davvero rari. Di notte apre gli occhi e pensa agli uomini di là dal muro. Di giorno apre gli orecchi e cerca di percepire più suoni possibile. Entra in bagno e non fa niente, se non ascoltare. Trattiene la pipì più a lungo che può, non vuol sprecare i pochi minuti a disposizione per urinare. La farò in cella, pensa Anna. Oggi c’è silenzio nel bagno della sezione femminile. Stum stum stum. Eccolo! pensa Anna trattenendo il fiato per non disturbare l’ascolto. Tac, cla, psh, cloc, trun, glo, zh, tac, trun, glo, stum. Ha ascoltato tutto. Ha visto l’uomo di là, se lo è immaginato. Il giorno dopo è ancora lì, il giorno dopo ancora di nuovo lì, trattiene il fiato, appoggia l’orecchio al muro, prolunga la permanenza in bagno, ma non vuole esagerare, non vuole che qualcuno venga a sapere di queste visite. In due settimane ha sentito tre volte il rumore dell’uomo. In sei settimane otto. In due mesi quindici. E’ sempre lo stesso uomo, così è convinta lei. Non si sentono mai due uomini parlare in bagno, è poco frequentato. Alla tredicesima settimana Anna muove la mano, è indecisa, sta per sbattere il pugno contro la parete. Lo appoggia soltanto. Il giorno seguente trova di nuovo l’uomo, ormai ha imparato quali sono gli orari nei quali è più facile trovarlo. Così crede. Anna batte piano il pugno sulla parete, ascolta, strizza gli occhi, non succede nulla. Tre giorni dopo (di nuovo lui, pensa Anna) batte più forte, ripetutamente, accenna anche a un sussurro. Silenzio. Ormai ha capito, pensa Anna la notte stessa mentre non dorme, sarò più decisa. Dopo quattro giorni si ritrovano dalla parte opposta della stessa parete. Anna batte il pugno e sussurra, ehi! ps! ss! Tossicchia. Il giorno dopo: ps! ehi! oh! Dario ha sentito. Ascolta, non sa che cosa pensare. Esce, guarda nel bagno accanto. Si pone in ascolto, non respira. Rinuncia, va via. Il giorno dopo ancora: bum, ps! ehi! Guarda in alto, come se cercasse un buco attraverso il quale parlare, ben sapendo che non c’è. Tossicchia. Di là qualcuno tossicchia. E’ rumore di donna, pensa Dario. Ps! ehi! (anche lui). Il giorno dopo non si trovano, il giorno successivo ancora Dario si libera alla stessa ora. Vado in bagno, dice al collega. Apre la porta, la chiude, ascolta. Ps! ehi! eeehi! Iuuuù! Piano però, si vergogna. Fischietta, canticchia. Anche Anna fischietta, di là dal muro. Ciao, prova Dario. La donna civettuola lancia il sasso, poi aspetta che l’uomo si faccia avanti. Oppure è l’uomo che ci ha provato. Non si sa chi è partito prima, lui o lei? Ne discuteranno a lungo, se la cosa andrà avanti. Se non fosse per il muro. Ciao! Ciao! Mi senti? Poi arrivano dei rumori, qualcuno parla, è una voce di donna che deve essere entrata nel bagno di là. Il giorno dopo lei non può andare all’appuntamento, quello successivo lui non è di turno. Si ritrovano di nuovo. Ehi! Ps! Ciao! Si arriva al dunque rapidi, hanno meno timore i due. La settimana dopo: come ti chiami? Io sono Anna. E tu? Non te lo posso dire. Anna pensa, pensa, pensa. Sogna. Perché non lo può dire? Il giorno dopo. Dai, su, dimmelo, ti prego (senza neanche ciao, ne ps, né ehi: hanno poco tempo). Dario. Sono quattro mesi che Dario e Anna si frequentano. Fosse per lei andrebbe lì tutti i giorni, ma lui è una guardia e non tutti i giorni è al lavoro. Si salutano, parlano sempre a bassa voce, una manciata di secondi. Anna non fa l’amore da tre anni, da quando è dentro. Non chiede a Dario se è sposato o fidanzato: ha paura della risposta. Oggi le chiede di avvicinarsi al muro, di appoggiarsi contro di esso. Ci sei? Anch’io. Ti sto baciando. Zitta, non si parla mentre si bacia. Anna sorride. Dario ama Anna, Anna ama Dario. Sei bella. E’ un’affermazione, nessun uomo ha mai chiesto a una donna se è bella o no. Forse i ciechi? Si chiede Dario. Lui non ne ha mai conosciuti. Hai occhi bellissimi, le sussurra ad alta voce lei. Sono otto mesi che ci conosciamo. Cinque, corregge lui. Otto: io ti ascoltavo ben prima che ci parlassimo. E’ ora di fare l’amore, suggerisce lui. E come facciamo? Domanda lei, incredula. Ci siamo baciati tante volte, possiamo anche fare l’amore. Domani, oggi non abbiamo tempo, è ora di andare, ribatte Anna. Il giorno dopo, senza preamboli (non c’è tempo; il tempo è contro di loro; lo spazio forse no, lo spazio che li separa ha favorito il loro incontro, forse non si sarebbero amati se non avessero dovuto rimanere separati), lui spoglia lei, lei spoglia lui, con le parole sussurrate guidano le reciproche svestizioni. Indugiano a lungo come non hanno mai fatto, preferiscono correre il rischio di esser smascherati. Lui ha la mano sinistra appoggiata contro la parete, guarda lei attraverso di essa, si agita furioso il pisello. Anche lei si masturba: appoggia tutto il suo corpo nudo contro la parete, vuol farsi penetrare da dietro. Si descrivono a vicenda le proprie posizioni, mugolano a voce alta, non hanno più paura. Lo sperma di Dario finisce sul pavimento del bagno della sezione maschile, appoggiata alla parete del bagno della sezione femminile Anna urla. Il giorno dopo. Dario vuol conoscere Anna, posso venire a trovarti tutti i giorni, dice lui. No, non sarebbe più la stessa cosa. Dario vive fuori, per Anna c’è solo Dario di là dalla parete del bagno e la notte per non dormire. Dario insiste: forse ci piaceremo anche vedendoci. E poi? io sono sempre dentro, tu sarai sempre controllore, io sempre controllata, si altera Anna. Facciamo l’amore, facciamo l’amore davvero, prova Dario. E dove, vuoi venire in cella? Non capisci un cazzo (lei). Anna, è la prima volta che litighiamo (lui). Doveva succedere prima o poi, Dario, siamo una coppia, una coppia di là dal muro, ricorda Anna. Ora, è tardi, ci vediamo domani (Dario). Domani, sì, forse.

giovedì 3 gennaio 2008

Racconto - La mia tavola in un giorno di festa

Il giorno del mio compleanno, del prossimo voglio dire, verso mezzanotte, tutti lì a guardarmi attoniti, voglio saltare a piè pari sulla tavola, una tavola un po’ deboluccia, forse preziosa, certo instabile, voglio saltarci sopra e ballarci come so fare io, cioè in maniera sensuale e ironica, abile e divertente, al ritmo di salsa e cha cha cha, all’inizio, per scaldare i miei muscoli e l’ambiente, passando poi al flamenco, per testare la reale solidità del tavolo, ma sarà un passaggio rapido, così mi son messo d’accordo col mio amico che smanetterà le musiche, forse anche un breve lento con una delle mie giovani amiche, per concludere con una scatenatissima musica balcanica, che mi prende la pancia e me la fa vibrare tutta. Poi mi farò dare la torta, preparata con le mie mani sapienti, la terrò con una mano sola, impaurirò un po’ gli amici che mi vedranno piroettare, e concluderò atterrando in ginocchio, dopo un rapidissimo giro di valzer, spengendo le candeline e invitando con un gesto tutti i miei amici al tanti auguri.

Tutti gli anni è così. Invito sempre i miei amici per il mio compleanno e li stupisco con qualche effetto mirabolante, qualche trovata divertente, qualche piccola sorpresa. L’anno scorso, una cosa semplice, in una stanza semivuota, ho steso in terra decine di grandi fogli di carta, quelli usati per le lavagne a fogli mobili, altre decine fissati alle pareti, solo il soffitto era libero, ho fatto entrare gli invitati a piedi scalzi e ho chiesto loro di sbizzarrire la fantasia. Dopo i primi momenti di titubanza, alcuni hanno cominciato a far qualcosa, gli altri guardavano, poi sono venute fuori le idee, e le discussioni su quel che stavano facendo, gli scherni giocosi e gli apprezzamenti, gli oh! di meraviglia, e alla fine tutti si sono stesi in terra o attaccati alle pareti, e hanno liberato la fantasia. Chi ha scritto una poesia, chi un augurio piccolo piccolo, chi ha fatto un bel disegno, chi una semplice firma, chi ha preso le tempere e si è messo a pasticciare con le mani. Un’opera d’arte collettiva, che ho fotografato in lungo e largo, e un pomeriggio insolito in cui tutti sono tornati a casa convinti di essere un po’ diversi rispetto a quando erano arrivati.

E potrei andare avanti così, eh. Compleanni, carnevali, ferragosti: mi piace radunare un bel gruppo di persone, amici o amiche, amici degli amici, single incalliti, gay, coppie con o senza bambini, divorziati in cerca della nuova anima gemella. Li metto tutti insieme, non sto a guardare se uno va d’accordo con l’altro, se questo si fa vedere solo di rado, se l’altro viene solo per qualche interesse particolare. Io chiamo, loro, se vogliono, rispondono. Non faccio sempre il protagonista, non sempre. A volte me ne sto lì assorto su una sedia, rido e sorrido agli altri, ascolto silenzioso, sbrigo quel che c’è da fare, metto un po’ di musica. Poi a una certa ora, buoni e cattivi, tristi e felici, tutti a letto, io per primo, ci sono già, mentre gli altri guidano verso casa, sotto le coperte già sogno la prossima festa.

sabato 15 dicembre 2007

Racconto - Natale ti amo natale ti odio

Entro in auto in via Gioberti, è tutta luminarie, lampadine, luci, lucine, insegne, addobbi, festoni, ghirlande, coccarde, palle, palline, mi si contrae l’intestino, i muscoli della pancia, devo comprare i regali, non posso sfuggire, pacchi, pacchetti, fiocchi, provo ad avventurarmi nella strada, meglio sarebbe dire, sono costretto dalla folla a entrarvi, perché, fosse per me, scapperei subito, è piena di gente, ci sono tante persone che conosco, gente mai vista, parenti, vecchi compagni di classe, vecchie amanti, amanti vecchie, amici, amiche, conoscenti, il fratellone, le zie, nonno Gino, gente famosa, scrittori, saramago, irvinewelsh, attori, gassmann, tomcruise, a quelli che mi stanno accanto dico, o vorrei dire, ma guarda, guarda un po’, tutte queste persone famose, in questa via, proprio qui, ma la gente, conosciuta o sconosciuta, non mi sta a sentire, è indifferente alle mie parole, al mio dolore, io glielo dico, sto soffrendo, non riesco ad uscire di qui, provo a scappare nella prima via laterale, il flusso mi respinge dentro, ora sono in auto, ma guido da dietro, sì, sono sul sedile posteriore e cerco di guidare, non arrivo al freno, all’acceleratore, la manopola del cambio è lunghissima, si piega tutta, mi rimane in mano, l’auto è incontrollabile, salgo sui marciapiedi, sbatto contro i pali, vorrei suonare il clacson, proseguo, mi ritrovo a piedi, mi guardo i piedi, ho dimenticato le scarpe, sono in ciabatte, tutti mi guarderanno ora, mi scherniranno, bisogna che vada via, torni indietro, che vergogna, ho un appuntamento, sono in ritardo, ho perso l’autobus, sono più delle nove, farò tardi a scuola, c’è l’esame, non ho studiato, ripeterò l’anno, dove sono gli appunti, non ho fatto la versione, devo copiarla, mai una volta che sia pronto, eppure pensavo di aver finito la scuola, invece no, eccomi nel corridoio, la maestra delle elementari, Matteo delle superiori, i miei colleghi di lavoro, tutti tranquilli, io preoccupato, quanta gente in questa strada, sembra di essere a Certaldo, dove sono i giocolieri, i trampolieri, gli sputafuoco, devo farmi largo, largo!, largo!, largo! urlo ma l’urlo rimane in gola, non riesco a sputar fuori niente, la lingua è incancrenita, i muscoli non si muovono, voglio correre, correre, correre, ma non ce la faccio, è pieno di cani, cani puzzolenti dei punkabbestia, perché li hanno fatti entrare questi schifosi, e a me non volevano far entrare con la mia cagnolina, vogliono mordermi, mi sono dietro, provo a correre, non ce la faccio, non riesco a tirar su le gambe, a sollevarle da terra, loro sono velocissimi, stanno per agguantarmi, dovrei saltare il cancello, come quella volta, qualcuno mi guarda, perché non mi aiutano, non hanno paura anche loro?, scivolo, sono in terra, oddio, mi sbraneranno, ancora non sono arrivati, nonostante siano così veloci, forza, mi tiro su con una mano, che fatica, però vado su tutto, sì, tutto, mi sollevo tutto da terra, sono sospeso in aria, staccato dal marciapiede, tra le gambe della gente, ora ce n’è poca, ma io mi alzo sempre di più, che sensazione, volo, distendo le braccia e volo, sono sopra di loro, continuano a guardarmi indifferenti, ma chi sa volare?, dovrebbero ammirarmi, vedo tutti dall’alto in basso, sotto di me i campi, gli ulivi, via la gente, via le luci, sorrido, è tutto buio, solo le stelle, rido felice, urlo al vento.

lunedì 10 dicembre 2007

Racconto - Carni

Si muovono sempre in coppia, decenni e decenni sempre insieme, le stesse persone, le stesse parole, gli stessi gesti, le stesse domande. Non si rincorrono, non urlano, non tremano, non si picchiano, forse lo hanno fatto quando erano giovani, quando i muscoli erano efficienti, gli ormoni galoppavano senza sosta dentro il loro corpo e i pensieri dentro la loro mente, se per qualche attimo sono riusciti a fuggire alle corde dell’oppressione, o della salvezza, alle camicie di forza della mancanza di umanità, o di alternative, ai lucchetti dell’indifferenza, o della disperazione, ora non più, i muscoli sono flaccidi, i pensieri inscatolati, gli ormoni azzerati, forse anche loro un tempo su è giù lungo questi corridoi a imprecare, insultare, picchiare, forse anche loro qualche volta seduti accanto carezzandosi le ferite, non posso chiederglielo, ora che camminano lungo il viale d’alberi senza foglie, con un cappotto troppo piccolo per ripararli dal vento che entra nei loro pigiami, non posso fare domande, non hanno più risposte, se mai le hanno avute, quello che vorrei sapere è se anche loro, chissà, eh, chissà se anche loro, come me, li vedono, li sentono, magari li toccano, o ne sentono l’odore, ah! se potessi sentirne l’odore, sfiorarne per un attimo la pelle, forse non mi basta vederli e sentirli per comprendere due morti che continuano a vivere in mezzo ai vivi, non mi basta ascoltare le loro voci, guardare le loro mani, forse ho bisogno di fiutare il loro sudore, ho bisogno di toccare le loro carni, chissà se questi due uomini che ora camminano lenti a braccetto trascinandosi dietro l’un l’altro riescono a vederli, sentirli, annusarli, toccarli, vorrei chieder loro: li conoscete, sono stati vostri vicini, amici, compagni, sapevate già il loro destino, e il vostro, ma no no no, come possono saperlo, se neanche i morti conoscono il loro, figuriamoci, però, però, però il coraggio vorrei trovarlo, quando nessuno dei miei colleghi ascolta le nostre conversazioni, quando siamo soli noi tre in attesa di una bevanda calda che riscaldi il corpo infreddolito da muri ammuffiti e pavimenti umidi, quando mi parlano come se fossi davvero in grado di parlare loro, io no, io non posso penetrare le loro parole, i loro visi, i loro pensieri, non posso scoprire il loro passato, posso solo vederli mentre camminano insieme, vagano insieme in queste stanze che non sono più le stesse, ma loro sembrano non vederlo, continuano a vedere infermieri e medici, uno dei due, quello che sempre precede l’altro, e lo trascina, e lo comanda, mi si avvicina e si lamenta del mal di schiena e di come non lo hanno curato bene e le punture, le punture, gliele hanno date, sì, le punture, sì, ma non hanno alleviato, come sempre, il suo dolore, ci sono solo pochi giorni di felicità nei loro anni, ed è quando abbandonano le stanze ammuffite, i corridoi lunghi, le grate di ferro, i viali alberati, e tornano a casa, tornano bambini forse, forse solo da bambini hanno goduto della libertà di costruirsi il presente, e di vivere la vita con i propri muscoli, i propri ormoni, i propri pensieri, prima che fossero annichiliti dai pensieri di altri, i pensieri di gente che ha deciso per loro, ha segnato la loro strada, ma presto tornano qui, questi vecchietti dagli occhi talvolta ancora vivi, benché sarebbe stato meglio per loro se non avessero visto i loro occhi, ascoltato le loro orecchie, sentito le loro carni, sempre insieme perché non possono fare a meno l’uno dell’altro, e quando morirà uno morirà l’altro e forse anche loro, vorrei che non fosse così, vorrei che potessero fuggire almeno da morti, forse anche loro da quel momento si ritroveranno qui a dire le stesse cose, a fare le stesse cose, a pensare le stesse cose, non sapranno niente del loro futuro e il loro futuro sarà questo presente, senza pelle e senza carne, senza tatto e senza odore, ma sempre qui, sempre chiusi, sempre incatenati, sempre uguali, uguali, uguali.

sabato 17 novembre 2007

Racconto - Un amore

Entro nell’ufficio di Giulio. Batte sulla tastiera, sorride. Cerco di sbirciare. Provo a prendere tempo, per spiare non visto. Lui alza la testa, mi saluta sottovoce. Arrossisco, forse. Chiedo. Risponde gentile. Mi fa cenno di sedere, dalla parte opposta della scrivania. Mi si tendono i muscoli del collo, mi tocco i capelli di scatto, più volte. Accavallo le gambe, metto il gomito sulla coscia, avvicino la mano alla bocca. Simulo tranquillità. Lui spalanca gli occhi, sorride, parla fluido. Non si dilunga, risponde in breve. Ci salutiamo così: accenno una stretta di mano, ma è un movimento minimo. Lui forse non se ne accorge, alza la mano e fa “ciao” come ai bambini. Ciao.

Lo vedo pochi minuti dopo in corridoio. Cammina diretto al bagno. Osservo l’andatura, guardo se le gambe camminano sulla stessa linea, se le natiche sono strette, se tiene il braccio lungo il fianco e la mano leggermente aperta verso l’esterno. Ascolto le parole dei colleghi. Cerco di carpire qualcosa: non parlano di lui. Lo vedo uscire di nuovo. Fingo distrazione. Mi giro a guardare, non c’è più. Mi rammarico per non averlo guardato ancora.

Scarico la posta, vedo il suo nome. Sento calore nel petto, forte. La pancia si contrae. Aspetto, prima di aprire la mail. La guardo tutta, distolgo lo sguardo per prendere fiato. Torno sulla lettera, la leggo d’un fiato. Dice, spiega, chiede. Aspetto a rispondere, indugio. Rileggo. Penso, rispondo. Leggo quello che ho scritto, controllo. Ancora una volta. Ancora un’altra. Scrivo l’indirizzo, scrivo l’oggetto. Rileggo. Invio.

Squilla il telefono. Pronto. Sì, certo, d’accordo. A dopo, ciao.

Entra, sorride, parlo. Parlo, parlo, parlo. Rido, molto. Anche lui. Un caffè, sì, grazie. Usciamo, camminiamo nel corridoio. Offro io. Beviamo. Parliamo, vicini. Gli sfioro il braccio, mi tocca l’altro. Ci guardiamo, per un attimo in silenzio. Rientriamo in ufficio. Proseguiamo nel lavoro, soli. Si fa tardi, è il momento del saluto. Mi alzo, giro attorno alla scrivania. Non parla quasi più, io mi fermo. Prolungo il silenzio, lo guardo. Allungo la mano sul suo viso, lo carezzo. Abbassa lo sguardo, piega appena la testa, rimane fermo. Con la mano lo prendo per la nuca, avvicino il mio corpo al suo, lui resta ancora fermo, appoggio le labbra sulla sua guancia, lui gira leggermente la testa verso la mia bocca. Appoggio con forza la mia bocca sulla sua. Ci incrociamo la lingua, metto una gamba in mezzo alle sue, allungo il braccio sinistro sul suo fianco, alzo subito la sua maglia, metto la mano sulla pelle della sua schiena. Ale, no. Prende fiato, non glielo permetto. Lo stringo, lo bacio. Sì. Mi prende lui per la testa. Mi alza la maglia, mi struscia la mano sulla pancia. Mi alzo. Mi tira giù a sedere. Si inginocchia. Appoggia la testa tra le gambe, gli passo la mano sui capelli. Mi sgancia la cinghia, mi agito, tira giù i pantaloni, deciso. Me li sfilo. Mi spoglio, anche lui. Siamo nudi, ci abbracciamo, in piedi. Mi stringe alla scrivania, passa le mani sul mio fianco, si aggancia alle natiche. Scende. Lo prende, lo tiene con la mano, lo guarda. Mi stringe, succhia. Veloce, lento, veloce. Lecca. Mi guarda, lo guarda. Forte, più forte. Vengo, lecca, chiude gli occhi.

Silenzio. Ci rivestiamo, lo accarezzo, mi bacia sulla guancia. Ci abbracciamo, ci lasciamo. Cammino nel corridoio verso l’uscita. Mi chiedo se mi sta ancora guardando. Arrivo alla porta, mi giro, lui fa “ciao” con la mano. Rido, felice. Ciao, Giulio.

sabato 3 novembre 2007

Racconto - L'acaro

Cammino tranquillo per i fatti miei, in quanto acaro io non ho mai disturbato nessuno, me ne sono sempre andato per i fatti miei e non ho mai dato noia a nessuno, nessuno che si sia mai venuto a lamentare del comportamento di un acaro, avete mai sentito qualcuno protestare per il comportamento di un acaro? No, al massimo per quello di una zanzara che succhia il sangue alla gente, un minuscolo essere vivente anche lei che però succhia il sangue a tutti e li infastidisce e li fa venir voglia di grattarsi ed è capace di far impazzire la gente con tutto quel suo succhiare e succhiare e succhiare; perfino una formica, una formica da sé no, ma le formiche tutte insieme sì, ho sentito molta gente che si lamentava per il comportamento delle formiche che camminano dappertutto, camminano tutte insieme, invadono le case delle persone, delle noiosissime persone che si lamentano di tutto e di tutti, avete mai sentito lamentarsi formiche, zanzare, acari del comportamento delle persone? No, invece loro sempre a lamentarsi. Comunque, ora non mi interessa, quello che volevo dire è un’altra cosa, che le persone si lamentano delle formiche, delle zanzare e dei più minuscoli esserini, ma mai degli acari. E dunque in quanto acaro e in quanto essere di cui nessuno si lamenta mai me ne cammino tranquillo tranquillo e chi ti incontro in mezzo alla mia strada? Una bolla. Doveva essere una di quelle bolle di sapone fatte da quelle persone ancora piccoline, le fanno per divertimento senza sapere quali sconvolgimenti possono creare nel nostro mondo di esserini. Ora, questa bolla, che poverina non era neanche colpa sua se era diventata bolla, io non ho niente contro le bolle in sé e per sé, ora questa bolla mi sbarrava la strada, e io ho invece qualcosa contro le bolle che mi sbarrano la strada. Io ho da fare, non posso esser sbarrato nel mio cammino da una bolla, la bolla è troppo larga per aggirarla, è troppo alta per scavalcarla, mi costringe a tornare indietro, a fare un giro lungo lungo, non vale la pena neanche fare questo giro tanto è lungo, quindi io, nel caso in cui mi trovi una bolla di fronte, io mi fermo e aspetto. In quanto acaro sono abituato a questi imprevisti, perciò sono molto paziente, molto molto paziente. Insomma, quando ti vedo questa bolla mi siedo e aspetto. E che cosa aspetto? Non c’è bisogno che lo dica, aspetto che scoppi! Le bolle crescono crescono crescono, crescono a vista d’occhio, fanno tanto le gradasse, ma prima o poi scoppiano. Le bolle sono nate per questo: per crescere, fare le gradasse e scoppiare. Io lo so e aspetto. Solo che questa bolla non vuol scoppiare. Oh! La mia vita è breve, io non posso aspettare mica una vita che una bolla scoppi per poter andare dove mi pare. Insomma, io sono più forte della bolla però mi tocca aspettare. Mi stendo per terra, mi metto di lato, chiudo gli occhi e dormo: prima o poi questa bolla scoppierà.

giovedì 1 novembre 2007

Racconto - Il funerale

E’ un giorno di festa. Ridiamo, balliamo, cantiamo, sentiamo la musica che non suona nell’aria, noi la ascoltiamo anche se non suona, andiamo al suo ritmo, al ritmo della morte, il ritmo della morte è una campana che rintocca a lungo con grandi pause, per noi il ritmo della morte è uno sfrenato girotondo di bambini, siamo felici della morte, della morte di un nostro compagno che non sarà più tra noi, a pochi metri dalla bara noi godiamo della morte di un nostro compagno che non sarà più tra noi. Uno di noi è felice perché non lo sentirà russare nella notte, uno ha già preso le chiavi dell’armadietto e ha spostato un po’ della sua roba dentro quello del vicino di letto che ora è morto, uno sa che non lo vedrà più scaccolarsi mentre mangia, molti sono felici solo perché tutti gli altri gioiscono, anche io sono felice, io so che questa morte ha cambiato i nostri giorni dal ritmo sempre uguale. Sento una grande curiosità nel vedere quello che accadrà, ho visto alcune persone nuove, alcune persone che non avevamo mai visto, non sono vestite con i camici, oggi sono tutti vestiti eleganti come a una festa, gli infermieri ci lasciano in pace, non ci dicono che cosa fare, sono impegnati a comporsi in una grave serietà, non possono mostrare, loro, la soddisfazione di aver perso un disturbatore della quiete, quest’uomo era un rompipalle che non si stancava mai di importunare qualsiasi persona entrasse nel suo campo visivo, ogni persona che vedeva, malato medico infermiere suora visitatore, ogni persona lui la importunava, quest’uomo era fastidioso per tutti, a tutti si rivolgeva con lunghi giri di parole, ogni persona a cui lui si rivolgeva era irritata dalla sua pedanteria, i suoi discorsi erano solo richieste impossibili da esaudire, non ho mai visto un uomo o una donna che non fosse disgustato da quest’uomo pedante, quest’uomo dalle parole gentili e fastidiose, le sue domande erano rivestite da un forma molto curata di gentilezza, la sua educazione era esageratamente importuna per ognuno a cui lui si fosse rivolto, nessuno ha mai sorriso quando lui si è avvicinato con le sue domande moleste, tutti hanno cercato di liquidarlo nel più breve tempo possibile, tutti contorcevano la faccia in smorfie contorte per cercare di trattenere il disgusto verso quest’uomo, nessuno ha mai sorriso con lui, nessuno ha mai sorriso di lui. Ora noi sorridiamo alla sua morte, la morte di un uomo che chiedeva sempre, scusi, dopo aver interrotto il flusso dei miei pensieri e delle mie parole, l’uomo fastidioso mi disturbava con una lunghissima introduzione a quello che avrebbe poi detto, mi scusi signore, scusi se la disturbo, scusi sa signore, mi dispiace disturbarla, la sua era un’introduzione molto lunga e sempre fastidiosa a una domanda, mi permetto di disturbarla, signore, da quando ho conosciuto quest’uomo ho imparato ad apprezzare la maleducazione, le vorrei fare una domanda, se lei permette, ha ragione, sa, stava facendo altre cose, infatti mi dispiace molto interromperla proprio in questo momento, la sua domanda avrebbe potuto esser molto breve ma lui la distendeva in una domanda molto lunga, non avrebbe mica per caso, scusi se glielo chiedo, eh, signore, non potrebbe mica portarmi per caso un bicchiere d’acqua, sa, è molto caldo, e a me, scusi se l’ho interrotta, a me con questo caldo mi si è seccata la gola, ho sempre odiato le domande lunghe, soprattutto le domande di quest’uomo fastidioso che ora non ci disturberà più, se l’è portato via la morte, alla fine è venuta la morte liberatrice a portarsi via l’uomo fastidioso. È stata una morte utile, la morte cambia le cose, scombussola tutto, e noi dai cambiamenti possiamo trovare vie di fuga, vie di fuga dai pensieri sempre uguali, io sogno morti numerosi, immagino molte morti dentro questo ospedale, immagino che dovrò combattere con un virus che ucciderà tutti, tutti si sentono male, anche io, ma io sono forte, mentre tutti cadono ai miei piedi, pazienti infermieri medici, io sopravvivo a tutti. Forse se fossi stato colpito da grandi tragedie prima di entrare in questa città avrei combattuto con grande forza e tenacia, avrei combattuto queste sciagure, tutti avrebbero compreso le grandi difficoltà nelle quali mi imbattevo, sarei uscito dalla testa piena di pensieri dolorosi e avrei lottato nella vita reale, avrei combattuto per scopi comprensibili a tutti, ora festeggio questa perdita piacevole di un uomo che è andato via di qui, lui non tornerà più, ora staremo meglio, lui è morto noi siamo vivi. Ricordo bene il funerale di mio nonno da bambino, quando chiusero la bara dentro la terra e la ricoprirono, solo allora sentii che non avrei potuto più aiutarlo a sostenersi, ero il suo secondo bastone in aggiunta a quello che aveva sempre lui, fu allora che singhiozzai forte come non avevo mai fatto nella vita di bambino, quando la bara fu calata nella buca già pronta, un uomo che non conoscevo prese una vanga e si mise a buttar la terra sulla bara di mio nonno, solo allora capii, capii che non avrei più potuto sostenere mio nonno, capii che non avrei più potuto esser buono con mio nonno, esser buono con tutti, non avrei più aiutato nessuno a sostenere il proprio dolore, da quel momento finì la mia vita di bambino, la mia vita di bambino buono, non ero più in grado di sostenere nessuno, preso dal mio dolore non avrei potuto pensare a quello degli altri, il dolore di quest’uomo fastidioso e pedante e gentile e rompipalle non è mai stato nei miei pensieri, non ho mai sentito il suo dolore, ho solo sentito il fastidio delle sue frasi, il fastidio delle sue richieste, il fastidio della sua vita nella mia mente. Forse anche quest’uomo aveva un nipote, un nipote bambino, ma oggi non si è visto, nessun nipote si è presentato a singhiozzare per suo nonno. Al funerale è venuta solo una donna molto anziana che piangeva qualche lacrima, nessuno saprà mai da che cosa sono venute quelle lacrime e quanto dureranno, noi non sapremo chi era questa donna dalle poche lacrime. Avrei voluto vedere frotte di persone piangere disperate, ma non c’era nessuno, c’eravamo solo noi, poco in più là, festeggiavamo ognuno per sé, ognuno festeggiava per un proprio valido motivo la perdita definitiva di un fastidio, finalmente una novità che alleggerisce i nostri pensieri, che cambia il ritmo sempre uguale delle giornate sempre le stesse, alla fine anche noi possiamo godere di giorni piacevoli, di giorni di festa, il funerale del nostro compagno è stata una festa, abbiamo riso, abbiamo ballato, abbiamo cantato una musica piacevole, la musica della morte, la musica del nostro compagno fastidioso morto.

mercoledì 17 ottobre 2007

Racconto - Amore contro

Batte forte la pioggia questa sera, picchia sulla mia macchina con i tergicristalli a velocità massima, pulisco il vetro con la mano mentre salgo su per la collina, verso il bosco, la casa colonica sulla sinistra, gli ulivi dappertutto, la strada sale rapida, ancora poche curve, sono in anticipo, come al solito, guarderò l’orologio appena fermo, maledetta la mia ansia di non arrivare in tempo, sempre ad aspettare, gli altri non lo fanno mai per me, respirerò profondamente per togliermi questo brivido, piove sì ma non fa freddo, perché mi trema il corpo allora, avrò il tempo di placare questo respiro di gola, potrò massaggiarmi le guance, gonfiare la pancia, inspirare profondamente, espirare, emettere una voce prima bassa e poi sempre più acuta e sempre più forte, per riuscire a snodare la gola, movimenti di braccia, collo, gambe, difficili in questo metro quadrato ma necessari per cacciar lontano il tremolio della mia carne, pochi attimi e avrò tempo sufficiente per far tutto questo, mentre l’acqua mi aiuta a nascondere la mia figura, poche persone per strada, i più sono a casa immagino, davanti al camino, a tavola con i propri figli e le proprie mogli, non si avventurano come me fin quassù, e comunque penso che se qualcuno che mi conosce mi incrocerà non capirà chi sono, e perché sono qui, spengerò il motore dell’auto e in pochi attimi i vetri saranno appannati dal mio fiato, inaccessibile l’abitacolo alla vista, irraggiungibile all’orecchio, in questa notte di pioggia senza pausa, meglio di così non poteva andare, e allora, se le condizioni sono le migliori che potevo avere perché ancora questo tremito, nessuno mi vedrà, nessuno saprà, come fin dalla prima volta, non commettere atti impuri, ho peccato col pensiero, se lo desideri è come se lo avessi già fatto, fantasie di adolescente, chissà come sarà quando la prima volta, finalmente con una donna, aveva i seni cadenti, la pelle vizza, l’andatura lenta per la fatica di tirarsi dietro il corpo, il sorriso bambino, il desiderio costante di me, sottomessa alle mie voglie, non è per te, non è alla tua altezza, troppo vecchia, troppo brutta, troppo bagascia, è ora di cambiare, sei un uomo dunque ti è concesso ma ora basta, quella no perché, l’altra no perché, mai nessuna all’altezza, mai nessuna come, lo dico per il tuo bene, lei mi amava e io no, e non gliel’ho mai fatto credere pensando che le avrei poi procurato meno dolore, ma non è servito a nulla, questo non ha attenuato la mia colpa, non ha diminuito il mio rimorso, tutto quello che ha fatto lei per me, in cambio di pochi gesti di tenerezza e lunghe ore di sesso, urla nella notte, senza riguardo agli orecchi dei vicini, lo sperma sulla sua pancia per non lasciare ricordi di una storia a scadenza, e poi mi pulisco, lavo via a fondo per spazzar via tutto e ricominciare a sporcare, sempre più sporco, ogni giorno che passa sempre più diverso da quello che ero, ogni giorno un nuovo peccato, una nuova colpa, diversa e ripetuta, ma ecco l’ultima curva, mi infilo nella strada sterrata, nessuno passerà di qui stanotte, nessuno cercherà di entrare dove ora fermo la macchina, spengo il motore, guardo l’orologio, quindici minuti di anticipo, maledetta la mia fretta, devo ancora fare tutti gli esercizi che mi ero proposto di fare, ho tutto il tempo, abbasso lo schienale, è poco per allungare i muscoli fermi dalla tensione della guida difficile sulla strada bagnata, quante volte su questi due sedili, mai come stasera, tutto quello che credevo non avrei mai fatto poi l’ho fatto, quella volta con lei madre e un marito a casa che l’aspetta, non commettere adulterio, non desiderare la donna d’altri, chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore, io l’ho fatto e l’ho raccontato nella stanza della comprensione, nella stanza del non-giudizio, dove si può dire tutto, dove bisogna dire tutto, l’ho detto con un filo di voce, con le lacrime agli occhi, sudando come se ne fossi pentito, già desideroso di rifarlo, senza più lavarmi perché so che non mi pulirò mai, in auto in albergo in spiaggia, senz’altro scopo di liberarmi di questo peso, vedo i fari di un’auto pochi metri sotto a me e subito sento una piccola scossa alla pancia che non se ne va quando l’auto prosegue, sento uno squillo breve, prendo il telefono, un messaggio ricevuto, sono in ritardo qualche minuto, quanti mi hanno scritto queste poche parole o non l’hanno neanche fatto, si dà per certo che sia io ad arrivare per primo, l’attesa più lunga serve per aumentare il desiderio o per farlo sbollire, mi dà più tempo per prepararmi o mi crea altra inquietudine, sento un po’ di rabbia, cerco di pensare che è meglio che mi goda il tempo che passeremo insieme piuttosto che arrabbiarmi per i minuti sprecati, ne abbiamo già pochi, perché ritardare, avessi almeno portato un libro potrei leggerlo per ingannare l’attesa, dunque tiro fuori il cellulare, guardo i messaggi vecchi, ne cancello alcuni, registro chiamate, chiamate senza risposta, cancello, tolgo anche alcune chiamate ricevute, non si sa mai, qualcuno potrebbe scoprire qualcosa, guardo fuori per capire se sta arrivando, come se guardando arrivasse prima quel momento, apro il cruscotto, sistemo, tiro fuori il libretto di istruzioni, sfoglio, richiudo, guardo fuori, respiro, penso, è vero, le sarò riconoscente per sempre, mi ha liberato dall’adolescenza, mi ha fatto diventare uomo, e io non sono riuscito a non farla soffrire, ho chiuso le mani per non accarezzarla, ho teso i muscoli per non affondare nella sua pelle, le ho dato il mio corpo solo per godere, credendo che la mia potenza sarebbe stata per sempre, che il campo di battaglia sarebbe stato per il mio membro solo terreno di vittorie, che non sarebbe mai arrivata la paura e con essa come al solito la sconfitta, chissà che questa paura che sento ora non mi paralizzi anche stavolta, per questo riprendo la respirazione, accendo di nuovo il motore per scaldare la macchina, forse questo mi aiuterà, ancora qualche minuto e saprò chi sono, se è stata solo immaginazione, autoconvincimento, se quello che ero prima non esisterà più, o se quello che verrà ora si sostituirà al vecchio me stesso, o vi si affiancherà, non è possibile dai, io ho sentito, ho goduto, non è stata fantasia finora, ricordo benissimo tutte le volte che ho vissuto, di quella volta tra le fabbriche chiuse, in una strada senza sfondo, altre macchine non lontane, altri corpi che si intrecciano chissà se per mancanza di un letto su cui stare o per urgenza di soddisfare un desiderio, la gioia di sentirmi come gli altri, nudi loro nudi noi, la vedevo dimenarsi per le mie dita dentro di lei, e mi chiedevo come era possibile, insomma lo fa per farmi contento o perché le piace, perché proprio con me e non con qualsiasi altro, e questa era il pensiero, per non parlare dell’anima, quella poi mi seguiva e mi segue ancora, superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia, avarizia, ma soprattutto lussuria, lussuria, lussuria, non commettere atti impuri, e sei fortunato ad esser nato uomo, altrimenti: zoccola puttana eccetera eccetera, e dunque anche lei che continua a mugolare qui vicino a me, che ci troverà poi, anche lei lo è, e dunque io, sono un ragazzo perbene, lo dicono tutti, ora non più, buon segno, dunque io che sono con lei non dovrei esserci, io, non capisco, sono confuso, so solo che l’uccello sta lì piccolo e molle e per stasera, come tante altre in futuro, non crescerà e non si indurirà, per favore almeno stasera, vorrei che almeno stasera tra queste colline, altrimenti non capirò, voglio capire tutto ora, subito, penso questo mentre continuo a guardare l’orologio, a scrutare la strada di sotto, a scaldare l’abitacolo, passano i minuti ma io sono solo, perché sono qui, perché questa nuova avventura, perché non un libro il divano la televisione, perché, sto davvero cercando sperimentando capendo, o voglio solo andare contro, combattere, distruggere, chi potrà mai dirlo, l’unica verità è che sono qui invece che là, che non fuggo nonostante il terrore soffochi il desiderio, vorrà pur dire qualcosa, vero desiderio o abitudine a mantenere le promesse accada quel che accada, non capisco mai, non so quale sia la causa quale l’effetto, perché, se proprio vuoi rompere e distruggere e uscire dalla strada ordinaria, perché non con lei che attende solo che tu le dica: andiamo, solo un gesto una parola, perché tante domande, perché tanti perché, in questa notte di pioggia, ora è forte forte forte, e sorrido per questo, dopo tanto tempo, ed è bello star qui ad aspettare, e in fondo prima o poi doveva accadere, non vedo l’ora, speriamo che sia come talvolta l’ho immaginato, e in fondo la realtà può essere più piacevole della fantasia, avevo sognato solo donne belle alte bionde giovani perfette, avevo cacciato via i pensieri di me sopra lei sotto lei dentro lei, alla fine mi ha preteso, io le dicevo no no no, ero donna io uomo lei, da questo punto di vista, le ho ceduto quella sera, pensando che chissà che succederà, e invece ho scoperto che anche la bruttezza può dare piacere, il gusto dell’atto fisico in sé e per sé, senza pensiero, senza ragionamento, senza un dopo, quel momento e quell’atto, hic et nunc, e non ho potuto fare a meno di lei, per notti e notti, e giorni e mesi e anni, non ho mai desiderato altro che quest’esercizio fisico e vocale, lei me lo concedeva tutti i giorni e più volte, e io dimenticavo tutto, e le paure, e le regole, e i principi, e la morale, e c’era il mio pene turgido a dimostrarlo, e pensavo che sarebbe durato per sempre, un dato ormai appreso, come un bambino che ha imparato a parlare e non lo dimenticherà più, io invece sì, ho dimenticato tutto, ero presuntuoso e sono stato punito, ora lotto contro questo pensiero, se penso questa cosa essa accadrà, non però quando più lo vorrei, come ora, spero di veder spuntare i fari là sotto ma questi non si materializzano, lo so anch’io, sono razionale, non scaramantico, purtroppo, mi aiuterebbe molto, bisogna che venga, vieni vieni vieni, idea, forse dovrei mandare un messaggio, per ingannare l’attesa, però l’attesa diventerebbe più lunga, in questa notte di pioggia in cui anche i più imprudenti, impegnati ad attraversare pozze d’acqua lunghe e profonde e a combattere la pioggia con l’arma del tergicristallo, neanche i più imprudenti leggono i messaggi guidando, dunque non scrivo ma comincio a spazientirmi, vorrei battere con i pugni chi mi fa aspettare così tanto, tiro su la testa perché senza che me l’aspettassi ho i fari di un’auto che illuminano il mio specchietto, devo essermi distratto guardando il telefonino, che bello, non ho più voglia di picchiare nessuno, via l’ansia dell’attesa, via l’incombenza del tempo, l’auto ha già spento i suoi fari, l’ombra che aspettavo è già quasi al mio sportello, mi allungo per aprirlo, vieni, oh, finalmente, madonna che pioggia, e per fortuna che ora è diminuita, ti sporco la macchina, non importa quel conta è che siamo insieme, guarda, è stata un’attesa infinita, per pochi minuti, beh, ero arrivato prima, ma non è questo, è che avevo voglia di vederti, anch’io, sistemati dai, i vestiti sono bagnati, i capelli anche, e perciò allungo le mani dentro i suoi capelli, e massaggio la testa, c’è silenzio ora, mi piace questo silenzio, con le chiacchiere non combino mai nulla, ho bisogno dell’incertezza del chi parla che facciamo che cosa significa questo vuoto, ho bisogno di questo perché agisca, come quella volta che dopo anni e anni di chiacchiere e momenti di vicinanza e di contatto e di occasioni rimaste tali, quella volta mi sono trovato discosto da lei e c’era silenzio e non c’era nulla di significativo che fosse accaduto, eppure eravamo stati spesso da soli stesi su un letto stretti come fossimo due amanti, o l’una in braccio all’altro, ma non c’era mai stato silenzio, io credo, o non c’eravamo mai guardati silenziosi come quella sera d’estate, in questa stessa macchina, le feci solo una carezza, chissà quante carezze le avevo fatto da quando ci conoscevamo, ma già lei e io avevamo capito che era diverso, infatti lo fu, facemmo l’amore grazie a quel silenzio prolungato, e ora mi viene in mente quella sera mentre gratto la sua testa con le mie mani che si divertono a penetrare nei suoi capelli folti e un po’ bagnati a causa della pioggia che ora ricomincia, senti com’è forte, hai avuto fortuna ad arrivare proprio mentre diminuiva, e ora, e ora, e ora, che facciamo, come funziona, quali sono i passaggi, eppure dovrebbe esser facile, non è la prima volta, ma questa è speciale, questa è diversa, aspetto le sue mosse, meglio che non mi sbilanci, se ne sta lì, continua a sistemarsi, a guardarsi nello specchietto, non tocco più i suoi capelli, ho le mani nelle mani, finalmente si ferma, posso allungare il braccio per accarezzare il suo viso, una carezza prolungata, fissando i suoi occhi, ora vieni, a te la prossima mossa, è un momento importante, è il momento dell’incertezza, che cosa accadrà, peccato gravemente contrario alla castità, non ho tempo di pensare, non ho tempo di sentire il mio fremito, di abbassare la mano per ascoltarmi la pancia, siamo vicini, la mia bocca e la sua, non ce la faccio più a resistere, a resistere al desiderio o all’incertezza o alla paura, qualunque cosa sia, il fuoco è quasi alla finestra e se devo buttarmi di sotto tanto vale che lo faccia ora, prendo il suo viso con tutte e due le mani, metto la sua bocca contro la mia e bacio e bacio e bacio, senza fiato, secondi e secondi e secondi senza pensiero finché non mi stacco per prender fiato e per vedere se è vero, per sentire che è cresciuto, là sotto è cresciuto, c’è solo quello, la voglia, il desiderio, posso superare l’ostacolo, scavalcare la leva del cambio, sono di là, il sedile è gia abbassato, siamo abbracciati, siamo nudi, non mi faccio domande, non c’è tempo in questa frenesia di movimenti, strusciamenti, toccamenti, prende il mio pene, vorrei anch’io, cerco di capire come dovrei spostarmi, e alla fine anch’io lo prendo, per la prima volta, non ho più paura, posso muoverlo per far piacere a lui, checca finocchio frocio, non mi disturba sentire tutto il suo corpo su di me, la sua pelle ruvida, lo bacio e penso, penso a come sono distante, al tempo che è passato, perché tanta strada per arrivare fin qui, perché tanti sogni soffocati, tanti pensieri cacciati via, tanti momenti perduti in una vita così breve, forse già lo amo, non ho niente contro di loro ma se prova ad avvicinarsi, forse dicono così perché hanno paura, hanno paura di scoprire come me, come me stasera, quelli che sono davvero, ora capisco, ho nascosto a me stesso tutta questa roba per tanto tempo, ma in questa notte di pioggia ho ripreso il mio corpo e la mia anima.

lunedì 8 ottobre 2007

Racconto - Apro gli occhi

Apro gli occhi, sono sveglio. Cerco di capire dove sono, guardo verso la finestra alla mia sinistra, ma la finestra non c’è. Non sono a casa mia, non è la mia camera. Guardo in alto, vedo la rete della branda sopra di me. Mi volto: decine di brande a castello. Il muro è grigio, il soffitto è grigio, il pavimento di cemento è grigio. Pochi attimi. Sei e trenta: sveglia. Urla, urla a squarciagola, bòtte, bòtte dappertutto, manate alle ante degli armadietti, calci alle brande. Sveglia! Sveglia! Sveglia! Venti minuti: salta giù dal letto, apri l’armadietto, prendi le tue cose, corri in bagno, piscia, làvati, fatti la barba, torna alla branda, metti la mimetica, i calzini, gli anfibi, la cerata, disfa il letto, fai il cubo. Un ragazzetto, grossomodo la mia età, venti centimetri meno, si avvicina, lo butta in aria: rifallo. Si accorge di un altro, un tipo alto, biondo e molto lento che cincischia con le scarpe. Gli corre incontro. Urla, insulti, bestemmie. Do un’occhiata alla scena, poi riprendo. Fai il cubo, controlla i vestiti, corri, corri, corri, giù dalle scale, tutti in fila. Muoversi cazzo, muoversi rincoglioniti. Sotto i portici fa freddo, nel piazzale c’è la nebbia. Sono con i miei amici fraterni, amici da lungo tempo, due settimane ormai. Soffro come loro, piango come loro, svengo come loro. Vai in fila per la colazione, tieni la gavetta in mano. Un po’ di latte, una piccola pasta confezionata. Mangia rapido, rimettiti in fila, torna nelle camerate. Urla, insulti, bestemmie.

Qualche minuto di attesa. Prendo la mia borsetta: il dentifricio, lo spazzolino, il sapone da barba, il rasoio. Vado al cesso, ma non devo pisciare. Appoggio le mie cose in terra. Sento ancora le urla fuori. Chiudo la porta. Mi fermo un attimo, guardo in alto, chiudo gli occhi, respiro profondamente. Mi chino, prendo il rasoio, mi rialzo, slaccio il bottone della manica sinistra. Guardo il polso, appoggio il rasoio sopra, incido piano, da sinistra verso destra. Non tremo, posso continuare. Ruoto la lametta, parto dalla base del polso, squarcio la vena incidendo dal basso verso l’alto, più a fondo possibile. Il sangue sgorga, abbondante. Bravo, Valerio. Ancora un momento, inspiro, espiro. Alzo la testa, stringo il rasoio, lo appoggio sulla parte sinistra del collo, taglio velocemente da sinistra verso destra, più che posso. Lascio cadere il braccio, apro la mano, sento cadere il rasoio. Scivolo pian piano a terra. Semisteso, attendo. Ancora urla fuori, ora sento che si allontanano. Il sangue sgorga, sgorga, sgorga. Si spande sulla cerata, poi sui pantaloni. Ora è in terra. Silenzio, sono solo. Penso a chi sta fuori, in fila, in marcia. Un-due, un-due, march! Urla, insulti, bestemmie. Attendo. Forse non sono stato abbastanza bravo, dovevo andare più a fondo. Ma ora non ce la faccio a riprendere la lametta. Comincio a sentire torpore, perdo le forze, mi si annebbia la mente. Quanto dura? Speriamo di non soffrire, vorrei svenire. Sento qualche passo nel corridoio, adesso qualcuno è entrato nel bagno. Forse sta controllando, dovrei tenere la maniglia. Non ce la faccio, è troppo lontana. Ecco, se ne va. Quanto sangue, non dovrebbe mancare molto. Mamma, non piangere, scusa. Non ce la facevo più. Ho tentato in tutti i modi, ma è un peso troppo grande per me. Scusa, sorellona Scusate tutti, se vi ho dato questo dolore. Provo ad ascoltare fuori, non percepisco niente. Spero che finisca presto. Dovrei svenire, comincio a perdere i sensi. Ancora gli anfibi nel corridoio, forse entrano. Rumori. Sono qui. Forse è troppo tardi. Eccolo. Apre la porta, vedo solo le gambe. Silenzio. Scalpiccio di anfibi. Che cazzo fa? Venitemi a prendere, sto morendo. Urla, urla forti nel corridoio. Oh! Oh! Un gran casino. Provo ad alzare la testa, ce la faccio ancora. Incrocio gli occhi col mio caporale, non ho la forza di pensare a quello che vogliono dire i suoi occhi, i miei occhi. Mi ha urlato in viso fino a pochi minuti fa. Mi lascio andare giù, disteso del tutto. Mi trascinano di schiena. Sento ancora urla e imprecazioni. Sono fuori del cesso, mi tirano ancora. Mi mettono a sedere in terra, dev’esserci il caporale dietro me. Signore, mi tenga lei. Guardo le strisce di sangue lunghe un paio di metri. Cazzo, non pensavo di restare nel mezzo. O di qui o di là. Non voglio soffrire, quanto ci mettono? Ancora urla. Perché non svengo? Resisto un altro po’. Ancora rumore di anfibi, più forte. Non riesco a tirar su la testa, ma alzo gli occhi e vedo un tipo in mimetica, la fascia con la croce rossa al braccio e una valigetta in mano. Mollo tutto, mi faccio tenere dal caporale. Come ti chiami? Non rispondo, non ce la farei neanche, che importa ormai? Arriva il dottore. Ce la faccio a vedere che mi stanno fasciando tutto, bloccano il sangue, forse non ce l’ho fatta. Mi stendono in terra, mi spostano, mi sballottano. Sono stanco, voglio dormire.

mercoledì 3 ottobre 2007

Racconto - Una madre, un bambino

Una madre, un bambino

Piango da quando sono qui, sarà per questo, avrò detto qualcosa di sbagliato, una delle tante cose che tutti sanno e io no, ho parlato senza conoscere quello che tutti conoscono, come fai a non saperlo, sei proprio piccolo, perché tutti sembrano sapere tutto e a me non dicono niente, o forse hanno scoperto qualcosa che ho fatto, forse la pipì addosso, erano poche gocce, le devono aver viste, qualcosa è passato sopra i pantaloni, ma no, è perché ho pianto, perché piango sempre, perché non voglio star qui, voglio tornare a casa, mio fratello mi ha lasciato solo davanti a questo portone, non arrivo alla maniglia per aprire, sono troppo piccolo, che cosa posso fare, provo a passare di dietro, attraverso il grande giardino, dove giochiamo o piangiamo o facciamo a botte, non c’è nessuno, è vuoto, mi hanno abbandonato nel vuoto, senza calore, senza abbracci, senza un corpo che mi accolga e mi contenga e plachi la mia paura di restare solo, torno al portone di ingresso, salgo tutti gli scalini alti alti, mi siedo, piango, che mi succederà, tornerà la mamma, la suora ha sentito, mi ha aperto, finalmente sono entrato nel posto che più odio, un rifugio temporaneo, un sollievo momentaneo, ma tutti hanno udito, tutti hanno visto, piango ogni giorno, ogni giorno mi portano qui e qui mi abbandonano, io non voglio, e queste bambine, ora ho capito, mi prendono in giro perché piango, perché sono piccolo, tutte intorno a me, saranno dieci, un milione, mille, tutte col dito puntato, tutte che ridono, in cerchio attorno a me, ho il muro alle spalle, non posso fuggire, non potrò mai fuggire, anche da grande, mi irrideranno scherniranno sbeffeggeranno, non potrò avvicinarle, non potrò mai toccarle, chieder loro nulla, per anni e anni e anni non parlerò con loro, non chiederò neanche una penna in prestito, una domanda qualsiasi, una frase come dico tutti i giorni, semplice semplice, anche se sarò innamorato di loro, anche se passerò tutto il giorno con lei, che mi piace tanto, mattina e pomeriggio, anni e anni e non dirle mai niente, non ho la forza neanche di piangere, eppure tutto il giorno non ho fatto altro, ora centomila bambine mi si stringono intorno in cerchio, un cerchio che non posso oltrepassare, quando finirà questa persecuzione, quando verrà la suora a spezzare il cerchio, forse le ha mandate lei, sono tutte contro di me perché lo ha voluto lei, non finirà mai, anche da grande sarà così, non mi state addosso, andate via andate via andate via, mi fate paura, che vi ho fatto di male, che mi succederà, sarà sempre così, il dito puntato contro, l’indice che si muove, il sorriso cattivo, io rosso, non potrò mai possederle, io le voglio ma loro si prendono gioco di me, voglio una madre che mi prenda, che non mi abbandoni ogni giorno per non tornare mai più, dopo ore e ore e ore passate dentro questo cerchio, alla fine qualcosa è successo, non posso ricordare che cosa, sarebbe troppo doloroso, però mi hanno liberato, dopo un infinito tempo di abbandono, qualcuno mi ha riportato a riva, è sera, la tavola è ancora apparecchiata, siamo tutti sazi, mi stendo sopra il corpo di mia madre per prendere tutto il calore del suo ventre e del suo seno, sognando di poter restare così per tutta la sera e tutta la notte e tutto il giorno e tutta la sera e tutta la notte e tutto il giorno.

Cerco mia madre nella carne dura di un donnone dall’età sconosciuta, dai modi burberi, sorda a tutte le mie parole, a ogni mio sguardo, guardami, non vedi, sono stato abbandonato in un mondo troppo vuoto per me, non mi basta un corpo da penetrare, ho bisogno di uno sguardo tenero, di una mano grande che lisci i miei capelli bambini, di un posto morbido dove poggiare la mia testa distrutta dai pensieri del giorno, la mia mente bisognosa di riposo dalla fatica quotidiana del vivere la paura. Le pareti della sua stanza sono grigie, i suoni della sua bocca sono volgari, il suo sorriso è giallo. Fuggo via. Cerco mia madre in una donna dagli occhi lucidi, il sorriso all’insù, il portamento eretto, le parole gentili, i discorsi garbati, i principi buoni, i modi corretti, le chiedo in forma ufficiale, lettera, dichiarazione, firma, busta, indirizzo, timbro, cassetta, le chiedo di farmi dimenticare e ricordare l’abbraccio di mia madre e il calore del suo corpo, le chiedo di sostituirsi a lei, le lascio sulla carta anche le gocce di lacrime uscite dei miei occhi perché capisca meglio la forza del mio desiderio, al mattino la vedo inginocchiarsi e abbassare lo sguardo, il viso verso terra in segno di sottomissione, la fronte corrugata a mostrare l’intensità del suo sentimento, la vedo così in ginocchio di fronte alla croce di Cristo, alla sera la vedo inginocchiarsi e abbassare lo sguardo sul mio pene in cerca di liberazione dalla paura di restare solo, mi sfinisco a chiedermi perché tante anime in uno stesso corpo, chi è questa donna che ora, chiusi in un appartamento silenzioso di una città silenziosa, non vuole più darmi il piacere della carne, io chiedo solo questo, non voglio né tenerezza né pace né promesse né amore, voglio solo un pezzo di corpo con il quale ottenere piacere fisico, siamo fatti di corpo, solo di corpo, ora dunque fermati e lasciami soddisfare il mio appetito, non urlare, potrebbero sentirci, è troppo tardi per dire no. Cerco mia madre nel seno florido di una ragazza di cui non capisco la lingua, e mi chiedo quanti milioni di parole devo ascoltare, senza che neanche una riesca a colmare il vuoto di quel giardino, e neanche due occhi nei miei occhi per dirmi: vieni, ecco, puoi stenderti su di me, so di che cosa hai bisogno, lei che non può parlarmi l’ha capito, forse perché non potendolo fare con la voce mi ha parlato con gli occhi e con il corpo, gli unici che possono davvero dirmi qualcosa, la bocca no, quella non può farlo, per una notte mi accoglie senza una parola sopra il suo ventre e il suo seno e la sua carne sempre abbondante come tutte le carni che emanano calore. Ma è solo una notte. Cerco mia madre in una donna che ha bisogno di un figlio e mi tira dentro il suo corpo gelido e mi tiene stretto per non farmi fuggire e vuole che io la tenga stretta stretta, non vuole sesso, per carità, dice lei, troppa la sua età, poca la mia, dice lei, potrei essere tua madre, dice lei, che cosa dice, che cosa vuole, mi chiedo io, si parla per parlare a se stessi o agli altri, e me lo chiede a gran voce, questo abbraccio, davanti a tutti, non sa che non si può chiedere un abbraccio, si può solo aspettare che ce lo diano, e anch’io non lo sapevo questo, chiedevo chiedevo chiedevo, mi prostravo ai piedi delle donne in cerca del loro abbraccio, solo quando ho smesso di chiedere ho potuto ricevere, lei invece continua a chiedere perché non ha ancora trovato suo figlio, lo cerca in me e io in lei cerco mia madre, ma non può continuare, l’abbraccio di una madre a suo figlio è per sempre, prima o poi questo abbraccio, con questa donna, si dissolverà, diventerà solo ricordo vuoto. Cerco mia madre in una donna che mi prende e mi lascia, mi prende e mi lascia, mi stringe forte e non vuole esser stretta, una donna dal corpo scisso a metà che cerca le mie parti intime, le sfiora e le fugge, mi teme, teme le mie mani quanto la mia mente, ha paura che la denudi della sua corazza di certezze e razionalità, forse non sa se mi vuole, certo non capisce se la voglio, ma io, io chi è che non voglio, sempre in cerca di quel corpo e di quel calore, ogni donna è occasione buona per aiutarmi a ricordare, posso prendere ogni corpo e usarlo per il mio gioco di bambino, posso lasciarlo senza accorgermi di averlo fatto. Cerco mia madre anche in una piccola figura di donna che mi ascolta ogni giorno diluviare le parole come non ho mai fatto da quando sono nato, credendo così anch’io di poter soffocare il desiderio parlando parlando parlando, senza mai chiedere quello di cui ho bisogno, ogni giorno a dire: lo farò domani, ogni giorno a pensare: in futuro verrà il momento buono, ogni momento a credere che quello dopo sarà migliore, così la tengo per le gambe o per le spalle o per i fianchi o per qualsiasi altra parte del corpo come se fosse mia, ma nonostante tutte queste parole e questa intimità non smetto mai di parlare, non prendo mai le distanze per dire: ecco, siamo qui, io e te, uniamoci, perché, è vero, bisogna prendere le distanze per saltare negli altri, e io continuo a rimandare il momento della rincorsa, e quello del salto, e mica solo con lei, no, mica solo con lei, con un’infinità di donne, forse per paura che il salto sia vano o doloroso o senza senso, così le sto addosso come se le fossi già dentro, ma addosso è diverso da dentro, ed è andata a finire che vicino vicino è diventato lontano, ora lei non c’è più, l’ho rivista solo stasera in una signora che aveva una qualche parvenza di lei, forse le narici larghe, le guance gonfie, la gambe carnose. Cerco mia madre chiuso in migliaia di pagine di carta, la cerco in posti lontani centinaia di chilometri, in persone che non sanno chi sono, che non dicono mamma per chiamare la propria madre, la cerco il più lontano possibile, perché vicino vuol dire sofferenza, dolore, sconforto, fuggo dal passato, voglio lasciarlo a terra quando mi alzo in volo per sognare, ma il passato mi segue anche lì, non riesco a farlo sfracellare scaricandolo dall’alto, quando si sogna la realtà dovrebbe sospendersi e invece no, anche lì suore, bambine, pianti. Fino a che, stanco di peregrinare in cerca di, stanco di lottare per, stanco stanco stanco, mi fermo, e tutto quello che si avvicina lo allontano per non illudermi e poi esser deluso. Una donna alta e bella e formosa e interessante e, mi si avvicina e mi dice, e mi chiede, e mi propone, e si propone, e io, e io, e io lì a pensare, la bocca ferma, gli occhi fermi, le mani ferme, perché tutta questa fatica immensa, perché ogni volta ricominciare, perché provare ancora, non servirà a niente, non voglio il tuo grande seno, le tue labbra carnose, le tue gambe perfette, voglio chiudermi nella camera di quando ero bambino, stendere i muscoli flaccidi, dormire senza sosta alla ricerca del nulla. Ma il nulla, neanche quello mi viene incontro, dunque mi alzo sonnambulando in un mondo di svegli, e ora non ricordo più che cosa stavo cercando, non ricordo perché mi sono alzato, so solo che devo mangiare, bere, dormire, respirare, null’altro, niente più di quello che mi faccia sopravvivere, ora non penso più, mangio, bevo, dormo, respiro, non ho tempo di farmi domande né penso a quando me le facevo, non ansimo alla ricerca di quello che ormai ho dimenticato. Mi sono illuso di trovare mia madre in tutte le donne con le quali ho parlato, ho camminato a fianco, ho condiviso la mia nudità, o anche solo immaginato di farlo, ma ho dovuto vagare nel tempo e nello spazio, vagare vagare vagare, per poterlo trovare in un’altra donna, per colmare il vuoto di un giardino senza madre, ho dovuto salire centinaia di scale altissime, sedermi a piangere per ore e ore e ore, farmi aprire decine di porte da donne senza un ventre caldo, ho dovuto odiare questa donna per essermi sfuggita per un tempo senza fine, perché ha tentato di fuggire dal mio abbraccio irrespirabile, ho dovuto penetrare pareti e pareti e pareti con il mio urlo poderoso, sbattere oggetti con la violenza dei pazzi, deturpare il mio volto con le rughe della sofferenza, i miei capelli con il colore della vecchiaia, sconquassare tutti gli affetti di me bambino pur di ritrovarlo, pur di riempire il vuoto di un abbraccio caldo di una madre e di suo figlio.

venerdì 28 settembre 2007

Racconto - Fantasmi

Passano in questi corridoi, forse quando vogliono, forse sono sempre qui, e nessuno li vede, o magari li vedono, ma non lo dicono, nessuno comunque che me l’abbia mai detto, tutti si vergognerebbero, forse se lo sono detto solo all’orecchio, a bassa voce per non farsi sentire, dopo aver a lungo riflettuto, lo dico o non lo dico, mi prenderanno per pazzo, o per pazza, forse l’hanno bisbigliato a letto al proprio marito, o alla propria moglie, quando le luci sono spente, e si può credere a tutto, o quasi, la coscienza ha alzato le proprie barriere e si fanno entrare quelle cose che stanno lì e ci girano intorno, e vengono tenute fuori, nella sala d’attesa, il marito l’ha detto alla propria moglie, dopo un po’ di incertezza, a mezza voce, non troppo convinto, quasi che il fatto di averlo detto più piano ne cambiasse il senso, gli desse meno forza, e potesse dire, sì l’ho detto, ma forse non ci siamo capiti bene, non mi sono spiegato, una via d’uscita nel caso in cui l’interlocutore reagisca nel modo che si teme, come quando borbottavamo qualcosa al professore che ci interrogava, in modo che capisse e non capisse, e che se l’avevamo detta grossa, potevamo dire: no, non ha capito, e comunque non tutti i compagni hanno sentito e non c’è stata una risata generale, e dunque alla fine qualcuno avrà detto qualcosa, un collega all’altro collega, un impiegato alla propria compagna di vita, il segreto credo che sia uscito da queste mura, sempre che sia un segreto, e che non sia vero che tutti ne parlano fuorché quando io sono presente. Comunque sia: io li ho visti. Sono due e non uno solo. Passano in questi corridoi e io credo che loro preferiscano sempre camminare, o correre, lungo questi trenta metri, anzi più, invece di chiudersi nelle stanze, che pure sono grandi e potrebbero accoglierli. Nel corridoio almeno c’è molta luce, non ci sono tende a chiuderne l’entrata, solo le inferriate, ma a quelle non ci fanno più caso, li hanno accompagnati in vita e li accompagnano ora in post-vita, o morte, o reincarnazione, o espiazione dei delitti, neanche loro sanno che cos’è, e questo è proprio quello che più li ha fatti arrabbiare, e se potessimo intervistarli direbbero: una vita intera ad aspettare quello che viene dopo e alla fine non sappiamo che cosa sia il dopo, nessuno ce l’ha detto, nessuno ci ha detto se siamo stati condannati o perdonati, se abbiamo fatto bene o male, ci siamo trovati di nuovo qui, nello stesso posto, a fare di nuovo le stesse cose, senza sapere niente del nostro futuro, senza un caronte che ci traghettasse verso un luogo sconosciuto, senza un sanpietro che ci dicesse: prego, questo è il paradiso, oppure no qui no, voi non potete entrare, vi aspetta l’inferno per sempre, due secoli di purgatorio, invece no, sempre qui, lungo questi corridoi a passeggiare, e la grande domanda della vita è rimasta per noi senza risposta, e siamo nel mezzo tra la vita e la non vita, oppure come definirla, non sappiamo neanche noi, se tornassimo indietro come nessuno ha mai fatto non potremmo rivelare nessuna verità. Comunque, che li veda solo io o che lo sappiano tutti, li ho visti correre urlando nel corridoio, insultandosi a vicenda, aggredendosi l’un l’altro, picchiandosi a morte, si potrebbe dire, ma per loro non si può più, perché per loro la morte c’è già stata, e quando li ho visti la prima volta ce n’era uno che pareva il cattivo, e non avrei saputo dire se era il medico o il paziente, e che correva dietro all’altro che sembrava impaurito, come se stesse per morire di nuovo, e io piangevo quasi per quello che scappava, ma poi li ho seguiti, con una scusa sono salito al piano di sopra dove c’è un altro corridoio lungo lungo, e ho visto che quello che prima inseguiva, il cattivo, il medico immaginavo io, quello che prende il cervello e lo sconquassa con le pasticche e l’elettricità e a volte col ferro, era lui che fuggiva terrorizzato, e l’altro minaccioso dietro, e così per ore e ore senza sosta, prima l’uno e poi l’altro, e quando s’acchiappavano giù botte col bastone, e calci, e sputi, e risa di scherno, e quello che era vittima urlava urlava urlava, e si teneva la testa che gli tremava tutta, e scalciava da terra, e non chiedeva neanche più pietà, tanto era inutile, tanto sapeva che l’altro non si sarebbe fermato, avrebbe continuato continuato continuato perché così era da sempre, e quello che era carnefice non si fermava a dire: poi sarò io la vittima, se mi fermo ora forse dopo lui. Poco dopo però magari li vedevo seduti in un angolo appartato l’uno accanto all’altro, che si carezzavano a vicenda, ma non che si chiedessero scusa, no, perché tanto poi sapevano che avrebbero ricominciato, come durante anche dopo la vita, si lenivano le ferite così, scherzando senza più odiarsi, prendendosi in giro, da buoni amici, credimi, avrebbero detto se solo si fossero almeno una volta guardati negli occhi, ti ho procurato dolore ma l’ho fatto per il tuo bene, lo sai no, è mio dovere, se dipendesse da me io. A volte poi li vedo fare la lotta, di solito nei bagni sporchi di gente che è passata di lì e ha lasciato traccia di sé, e non capisco se fanno sul serio o per scherzo, e vorrei dividerli, e chieder loro, no no, non chiedere qualcosa, ma dire e gridare: ma insomma guardate l’uno negli occhi dell’altro, forse sarete diversi. Invece no, non si guardano mai e non si fermano mai, solo certe volte uno dei due si mette in piedi di fronte alla porta d’uscita con gli occhi fissi sul viale alberato, che non capisci se guarda qualcuno o qualcosa, o vede la sua vita di là dalla porta, e sembra quasi che abbia intenzione di aprirla e andar via, per un attimo solo, poi sbatte le palpebre, smuove le spalle, fa uno o due movimenti con la testa per sgranchirsi il collo, si gira a centottantagradi e torna nel corridoio, dove l’aspetta il compagno per ricominciare a correre, urlare, tremare, picchiare.