mercoledì 20 febbraio 2008

La porta - Un'epifania di Homo Faber

Quando fu davanti alla porta ebbe un attimo di esitazione, tanto quanto bastava acché l’impulso sfrenato che fino a là lo aveva condotto si esaurisse sgonfiandosi come vescica nel procrastinato mingere. La titubanza divenne incertezza, si dilatò il lasso dell’indugio, quasi ad abbracciare l’ampio spettro delle possibili conseguenze, il braccio restò teso immobile verso la maniglia sulla quale poggiava la mano, le dita esangui nella contrazione. L’insostenibilità stessa della postura vietava una proroga durevole, qual breve miccia non a lungo dilaziona il botto, epperò, ruotando il polso, spinse ed ebbe accesso. Né luce né tenebra v’invenne, siccome avea previsto, ma solo la patina del tempo, con la delusione sarcastica dello spettatore di un film dal finale scontato.
Homo Faber
Esercizi di stile
Carico come una molla, parte a palla e va diritto come un fuso fino alla porta. A quel punto: dubbio, incertezza. Proprio sul più bello perde tutta la sua sicurezza, si sgonfia come le palle quando uno piscia dopo averla tenuta un bel po’. Il dubbio, in quel preciso istante, diventa un GRANDE DUBBIO, dopo di che il GRANDE DUBBIO diventa un ENORME DUBBIO, come se gli fossero arrivate al cervello tutte le cazzo di cose che gli potevano accadere. Sicché il braccio gli si paralizza sulla maniglia e i diti gli diventano bianchi a forza di star lì fissi come un lampione. Ma non può mica rimanere fermo in quel modo troppo tempo, allora che fa? Abbassa la mano, spinge e entra. Tutto il contrario di quello che credeva: non vede la luce e neanche il buio, ma solo che è invecchiato senza neanche accorgersene, E così ci rimane di merda come quando vai al cinema e vedi il solito film americano che sai già come va a finire dopo dieci minuti. Homo Modernus (silviodulivo)
Uèn he uòs in front of the port, he ebb uàn moment of esitescion, abbastanz that la spint scompost that ebb bringato fin a over dèr him finish sgonfing com the vescic nel pisc prolungeited. La titubans bichéim incertez, il lass dell’indugg se extendet, almost ad abbraccér the big spettr of the conseguens possibols, the bracc fixed himself immobilizer in direccion of the manigl on the la qual pogged the man, the ditas without blùd in the contraccion. The stess ansostenibol of the postur verboten una durebol prolungascion, as sun as micc very little not a long dilescions the bum, and but, viring the pols, sping end accedèt. Not làit, not tenebras faund, as prevedèt, but only la patin of the tàim, with the sarcastic delusion of the spettator of a film with the finish scontated. Homo maccheronicus (silviodulivo)
“Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvo; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Giovanni 10,9). Una porta che ha a che fare sicuramente con l'Epifania è quella dell'Anno Giubilare, in realtà essa viene aperta la notte di Natale dell'anno precedente il Giubieo e richiusa nella giornata dell'Epifania di quello successivo.L'ultima mano dolente e contratta che ha toccato quella porta è stata quella di Giovanni Paolo II. Homo Vulgaris (anonimo)
Si diresse alla porta, ebbe un attimo di esitazione, aprì, rimase deluso.
Homo brevis (silviodulivo)
Quando fu davanti, di fronte, di rimpetto all’apertura praticata nel muro di un edificio per permettere l’entrata e l’uscita, più precisamente al serramento applicato a tale apertura, ebbe un attimo, un momento, un istante di esitazione, indecisione, perplessità, indugio, tanto quanto bastava, era sufficiente acché, affinché il moto istintivo che spinge un individuo ad agire in un determinato modo che fino a là lo aveva condotto, portato, guidato si esaurisse, si vuotasse completamente, finisse come sacca o ricettacolo in cui si raccoglie una secrezione nel rimandato, rinviato, ritardato, prolungato mingere, orinare. L’indecisione, irresolutezza, insicurezza divenne condizione di dubbio o di indecisione, fece crescere in volume o superficie il periodo, l’arco di tempo dell’indugio, pausa, attesa, quasi a stringere tra le braccia in segno di affetto o di amore lo spettro, il campo di azione ampio, che ha grande estensione, vasto, delle ipotetiche, possibili, eventuali cose che risultano logicamente da determinate premesse, uno dei due arti superiori del corpo umano restò, rimase teso, tirato, in tensione immobile, fermo, fisso, stabile verso, in direzione dell’elemento facilmente impugnabile, di materiale e di foggia qui non ben definiti, che si applica in questo caso a una porta, per poterla aprire, sollevare o trasportare, in questo caso aprire, sulla quale poggiava, posava, metteva l’estremità dell’arto superiore formata dal palmo, dal dorso e dalle cinque dita, con funzioni prensili e tattili le parti mobili con cui terminano le mani dell’uomo esangui, dissanguate, morenti, nella contrazione, spasmo. L’insopportabilità, intollerabilità, insostenibilità stessa, medesima della postura, posizione,vietava, proibiva una proroga, protrazione, posticipazione durevole, lunga, prolungata quale breve, corto dispositivo specialmente a forma di cordone, combustibile, atto a trasmettere l’accensione a polveri o a ordigni esplosivi non a lungo dilaziona, rimanda, rinvia il rumore forte, improvviso, causato specialmente da un colpo, uno sparo e simili, però, ruotando, girando, virando la regione anatomica dell’arto superiore dell’uomo in cui le ossa della mano si congiungono con quelle dell’avambraccio sottopose la porta a una pressione momentanea o prolungata per spostarla in una determinata direzione, in questo caso in avanti, ed ebbe accesso, entrò, accedé, entrò dentro. Né luce, chiarore, bagliore, né tenebra, oscurità, buio vi invenne, trovò, scoprì, come aveva previsto, pronosticato, preavvertito, ma solo la patina, lo strato superficiale della successione irreversibile degli istanti, dei minuti, delle ore, dei giorni, ecc. con la delusione, disinganno, amarezza ironica, sprezzante, sarcastica dello spettatore, astante, testimone di un film, pellicola, opera cinematografica dal finale scontato, prevedibile, immaginabile. Homo precisus (silviodulivo)
A-pri la po-or-ta, coniglio, a-pri la po-or-ta, a-pri la po-or-ta, coniglio, a-pri la po-or-ta. Homo tifosus (silviodulivo)
GASTRONOMICO-DOLCE Dinnanzi a quella porta dura e scura come cioccolato amaro, mi sentivo come uno strudel di frutta candita, avvolto nella pasta frolla burrosa eppure grondante di fluido sciropposo e miele d’acacia. Addentare o no quella tavoletta? I termini del quesito erano complessi quanto la scelta tra un bignè di crema chantilly e una fedora generosamente ricoperta di panna montata. Il braccio teso come un duro di menta insisteva sulla maniglia di panpepato e mandorle. Rivoli di succo d’amarena mi solcavano la schiena e una rara essenza di vaniglia del Madagascar si diffondeva nell’aria, mista a un vago sentore di cannella di Ceylon. Spinsi la porta, che sfrigolò come una frittella per San Giuseppe. Quel che vidi trasformò le mie gambe di torrone in tenero croccante di pinoli; la testa si fece di zucchero filato.
Florentina - Dulcis in fundo Homo Faber Postilla a “LA PORTA”
L’epifania, dal lat. tardo epiphāna, dal gr. epipháneia ‘(feste) dell’apparizione’, è la manifestazione della divinità in forma visibile; per antonomasia la manifestazione della divinità di Gesù ai Magi nel mito cristiano. La parola ha anche il significato più generico di ‘apparizione, manifestazione’ ed è in questo senso che la usa Joyce per designare dei particolari momenti, nella vita e nella narrazione, nei quali si ha, come per un velo che si squarcia, una percezione profonda ed essenziale della realtà e di ciò che dietro di essa si nasconde. Ho chiamato con il termine epifania, usandolo quindi in modo un po’ diverso da come lo usa Joyce, questo tipo di composizioni che per la loro brevità sono costituite quasi totalmente dal momento della “manifestazione”. Una possibile interpretazione dell’epifania LA PORTA, che in quanto costruita a posteriori e per quanto autorevole ne ammette ogni altra da parte del lettore, è la seguente: La porta preclude l’accesso all’interno, o l’evasione verso l’esterno, o il passaggio fra due locali, comunque sempre prelude ad un movimento spaziale che può essere assunto a metafora di uno qualsiasi dei cambiamenti di maggiore o minore importanza che si presentano nel corso dell’esistenza: un nuovo lavoro, una nuova città, delle nuove amicizie, un nuovo amore. Nel migliore dei casi questi cambiamenti sono intrapresi con grande entusiasmo, benché non sia improbabile che si venga colti durante il processo da un ripensamento, da un senso di timore e di incertezza che il nuovo non manca mai di suscitare. Se il timore è forte può soffocare il processo già sul nascere, o durante il percorso, ma può anche emergere quando ci si è già tanto inoltrati che seppure lo slancio venisse meno non sarebbe più possibile tornare indietro. In fondo molte decisioni non sono il frutto di una scelta razionale, non derivano dal soppesare con cura tutti i pro e i contro, ma sono diventate ineluttabili a seguito di comportamenti anteriori alla decisione stessa. Ecco quindi che si entra nel nuovo. La più grande delusione è scoprire che nuovo non è, che il tempo ha ottuso le sue caratteristiche (o ha forse ottuso le doti percettive di chi lo ravvisa?), tanto che non riluce né è particolarmente oscuro; in definitiva una via di mezzo amorfa fra il bene e il male, non molto differente da ciò che si è lasciato. Eppoi lo si sapeva. Le antiche conoscenze, le frequenti esperienze, cos’altro potevano indurre a prevedere? Resta, ad amara consolazione, l’orgoglio di una preservata lucidità e un certo sarcasmo verso coloro che in circostanze simili si sarebbero aspettati qualcosa di diverso e che forse, per la loro innocenza non scevra di ignoranza, meglio apprezzano quel brutto film che è la vita.

domenica 17 febbraio 2008

Dante

Grazie per essere venuto a cena da noi, l'altra sera, la tua compagnia e' sempre dinamica e mai scontata. Vorrei che tu pubblicassi sul tuo famosissimo blog (dove non dovrebbe esistere la censura) questo mio doveroso ringraziamento con foto allegata, perche' le tue chiacchierate frizzanti e pimpanti ci portano un arricchimento morale e una allegria che raramente troviamo in altre situazioni. In particolare il momento della foto e' stato quando Benigni decantava in tv la Divina Commedia: non hai perso una sillaba, si vede come un letterato assorbe ogni respiro, come una spugna assorbe l'acqua, della poesia. Grrrrande Silvio!
Daniele

venerdì 15 febbraio 2008

San Salvi/ 8

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.

Ancora appunti da D. Lippi, San salvi, Storia di un manicomio.

Nel primo periodo dell'apertura del manicomio le terapie sono basate su farmaci e idroterapia. Nella cura degli alcolisti viene data grande importanza ai bagni tiepidi, in caso di “viva agitazione” vengono prescritti oppio (via orale o iniezione) e morfina. Dopo l’accesso all'ospedale viene somministrata stricnina. La terapia farmacologica è a base di sedativi e cardiotonici, ma anche di iniezioni di insulina. Successivamente anche eroina e morfina. Frequente l'iniezione quotidiana di dosi progressivamente crescenti di insulina per provocare coma ipoglicemico profondo, interrotto con somministrazione di zucchero per via gastrica o di glucosio per via endovenosa.

L’elettroterapia (elettroshock) ha come indicazione elettiva la malinconia. Gli accessi convulsivi si attuano mediante il passaggio, attraverso il cranio, di una corrente elettrica di 100-130 volt, della durata di 2 decimi di secondo. L’apparecchio viene comprato negli anni '40 e più tardi viene acquistato un secondo apparecchio portatile per le cure a domicilio. La psicoterapia inizia negli anni '40, sempre in unione con altri interventi terapeutici. Negli anni '50 la cura dell’ansia prevede lo shock iperpiretico con zolfo endomuscolo o con vaccino in endovena. Le nevrosi continuano ad essere curate tradizionalmente: medicamenti sedativi a cocktail (luminar, bromuro, giusquiamo, passiflora)

Ergoterapia, ovvero cura della malattia con il lavoro (vedi foto). I malati vengono pagati con cibo supplementare o denaro o tabacco. I lavori sono commissionati dall’istituzione o dall’esterno. I lavori prevalenti sono: filatura della canapa, realizzazione materassi, lavorazione della paglia (donne); facchinaggio, muratura, falegnameria (uomini). L’infermiere è il responsabile dell’inserimento nel gruppo di lavoro e osservatore continuo degli atteggiamenti/reazioni/umore del malato. Lavorano i più puliti e tranquilli, in regime di open door e no restraint (senza contenzione del malato).

Nel 1905 venne aperta una “vaccheria” con 28 mucche e un’altra nel 1908. Nel 1911 la produzione di verdure degli ospiti di San salvi soddisfaceva il fabbisogno di San Salvi stesso e di Castel Pulci (l'altro manicomio di Firenze, poi chiuso; vi soggiornò a lungo Dino Campana).

Negli anni '60 si introducono le terapie attive, in particolare pittura e disegno. Il centro di attività espressive La Tinaia nasce ufficialmente nel 1975. L’arte viene praticata liberamente e quotidianamente da un gruppo di pazienti. Le opere riscuotono successo presso i collezionisti, musei e gallerie europee e americane.

San Salvi/ 7

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.

Ancora appunti da D. Lippi, San Salvi Storia di un manicomio. (Mi sembra il testo più completo, sono riuscito a "scipparlo" per una settimana ad alcune persone del quartiere che stanno facendo una ricerca sul manicomio; ne approfitto per riportare gli appunti presi)

L’archivistica manicomiale è stata spesso trascurata. Le fonti sono estremamente lacunose sia per i danni provocati dall’alluvione e dal passare del tempo sia, spesso, per l’incuria degli uomini. La parte disponibile per la consultazione (il libro è stato pubblicato nel 1996) consiste quasi esclusivamente nelle cartelle cliniche e nei registri di movimento dei malati in cui sono annotati gli esistenti al 1° gennaio di ogni anno, gli ammessi, i dimessi, i morti, divisi per sesso. Anche i dati dei registri sono in realtà incompleti e discontinui.

Sembra che le pratiche amministrative siano molto più di quelle sanitarie. Ci sono:

- 119 filze contenenti le cartelle cliniche dal 1867 al 1900 (quindi anche prima della creazione del Manicomio)

- Nulla dal 1900 al 1911

- 200 filze di cartelle cliniche periodo 1912-1935

- 355 filze del periodo '35-'62

- 134 filze del periodo '63-'71

- 71 filze del periodo '72-'78

- 88 registri di ammissione e dimissione 1850/1978

Vi è un doppio schedario di cartelle cliniche. Uno schedario alfabetico nominativo dei ricoverati (circa 10000 dal '15 al '61). Le situazioni archivistiche relative ai malati sono compromesse. Dal 1912 al 1960 il fascicolo individuale contiene i decreti del Tribunale, il certificato del medico, la modula informativa con le notizie personali e storiche e la cartella con le note segnalate nel Reparto di Osservazione, insieme al Diario Clinico.

Durante la Prima Guerra Mondiale la Clinica (situata in San Salvi ma separata dal manicomio) funzionò come reparto di Osservazione per i militari. Questo rende difficile alcuni confronti statistici perché spesso non si riesce a distinguere le due attività (cura e ricerca, ricoverati e sotto osservazione/in cura)

Qualche numero sui ricoveri :

  • Percentuale minima nel 1896, 384 ricoveri, 0.56% rispetto alla popolazione provinciale
  • Percentuale massima nel 1965, 1498 ricoveri, 1.39% rispetto alla popolazione provinciale

Molti sono i pazienti che entravano e uscivano più volte nello stesso anno. Dimissioni: 40% rispetto agli ingressi. Non sono riuscito a trovare nessun numero sui presenti in un dato momento.

Per quanto riguarda la documentazione fotografica la più interessante è quella dei Fratelli Alinari all’inizio del secolo. Poi la quantità di foto diminuisce drasticamente. La foto pubblicata è tratta dall'archivio Alinari.

San Salvi/ 6

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.

Appunti da D. Lippi, San Salvi, Storia di un manicomio.

Nell’archivio di San Salvi e nell'Archivio Storico della Provincia non ci sono né l’intero progetto della costruzione del manicomio né il piano dei lavori.

Villa Fabbri, l'unico edificio preesistente (splendido), prende il nome dal commendator Egisto Paolo Fabbri, acquirente dei locali Bonifazio (l’ex manicomio, ora questura). Al momento dell’acquisto era adibito a uso rurale. E' il Palazzo del Guarlone.

Il manicomio viene progettato da Roster sotto le direttive di un medico, Tamburini, che fu sempre impegnato nella discussione legata alla struttura dello spazio manicomiale nella sua funzione terapeutica. Il malato doveva essere inserito in una struttura artificiale, organizzata su principi scientifici che rispondessero a certe concezioni terapeutiche. Ogni elemento al suo interno doveva corrispondere a queste finalità e non poteva essere lasciato al caso. Assumevano valore terapeutico sia l’arredamento sia la struttura edilizia, sia l’organizzazione degli spazi e la distribuzione delle attività in una visione che sembra voler contrapporre alla malattia mentale, intesa come “disordine delle passioni”, l’ordine ed il rigore. Il manicomio si poneva in una prospettiva duplice proponendosi da una parte come strumento di cura, dall’altra come mezzo di difesa e tutela della società.

La pianta riprodotta sopra è quella del1891, anno dell'inaugurazione.

In quel periodo aveva riscosso grande successo l’Ospedale San Lazzaro di Reggio Emilia, costruito con la struttura a villaggio, che permetteva di lasciare ai degenti un minimo di libertà, riproducendo nel microcosmo del manicomio la realtà esterna. Scarso seguito ebbero invece le tecniche terapeutiche dell’open door e del no-restraint che Tamburini aveva sperimentato (ne palerò in seguito).

Furono costruiti: 2 padiglioni per i Tranquilli, 2 per i Semitranquilli, 2 per i Sudici ed Epilettici, 1 per gli Agitati e i Furiosi, 1 per gli Infermi e i Paralitici (dove lavoro io). Ogni padiglione era circondato da piazzali e passeggi; una rete di gallerie e logge collegava i padiglioni. Al di sopra, una serie di terrazze correva sopra le gallerie. Le gallerie sotterranee praticabili, collegate tra loro, fungevano da contenitori per le diramazioni dei condotti del vapore e dell’acqua potabile.

Già 14 anni dopo la costruzione, però, l’ospedale di concezione modernissima non riusciva ad affrontare le difficoltà di sovraffollamento, restauri, provvedimenti amministrativi.

Nel 1924 lo stabilimento di San Salvi prende il nome di Ospedale Psichiatrico Vincenzo Chiarugi. Vengono eseguiti lavori di ampliamento (il nuovo padiglione per alienati tubercolotici e il cinema). Il Reparto Minori, del '42, che fino ad allora non aveva usufruito di personale specializzato, ebbe l’appoggio di una maestra ortofrenica. Viene riaperta la Scuola professionale per gli infermieri. Nel 1958 sorge il laboratori di EEG (elettroencelografia). Nel '54 viene costruito il Padiglione Medico Pedagogico.

Sotto altre due piantine: una degli anni '60, l'altra del '95

sabato 9 febbraio 2008

Celine - Morte a credito

I grandi scrittori sono grandi persone? Louis Ferdinand Auguste Destouches, nome d'arte Celine, 1894-1961, percosso dal padre quando era bambino, invalido di guerra (la prima guerra mondiale), incontra sua moglie negli ambienti della prostituzione, soffre d'insonnia e di fischi continui agli orecchi, guarisce dalla malaria, fa il medico senza stipendio per i poveri che non possono pagarlo, diventa antisemita e scrive anche alcuni pamphlet contro gli ebrei (odiava un po' tutti: arabi, negri, cinesi, capitalisti, comunisti), appoggiando a suo modo la Germania hitleriana. E' difficile non parlare della sua vita pensando ai suoi romanzi: sono tutt'uno. Morte a credito parla di quando era bambino e adolescente; pur essendo stato scritto dopo l'altro suo romanzo, Viaggio al termine della notte, ne è una premessa. E' difficile innamorarsi di un libro senza innamorarsi dello scrittore-uomo. Da questo punto di vista Celine mi mette in grande difficoltà: preferisco vederlo come medico compassionevole e faccio fatica a immaginarlo come razzista, visto che metto i suoi due romanzi ai vertici delle mie letture.
"Morte a credito", pubblicato nel 1936, è il secondo romanzo di Céline, che nelle sue pagine ritorna alla propria infanzia e adolescenza. Cresciuto in un'atmosfera soffocante e carica d'odio, illuminata solo dalle presenze della nonna Caroline e dello zio Eduard, il giovane Ferdinand racconta le proprie esperienze familiari, turistiche, scolastiche, erotiche e di lavoro. (IBS)

mercoledì 6 febbraio 2008

Generazioni (di Assia Lazzerini)

Sono le 7:20 di mattina. È praticamente buio ancora e sono in stato comatoso.

Per la strada automobilisti incazzati si fermano ai semafori, mentre le luci notturne cominciano a spegnersi.

Attraverso la strada, quasi a costo della vita, e mi metto ad aspettare l’autobus.

Se sono da sola mi metto nell’angolo il più lontano possibile da tutti.

Buio.

Fiamma.

Buio.

Prima boccata. Le labbra sembrano accendersi a ritmo delle boccate.

La gente che passa mi guarda male.

In realtà li vedo solo i piedi perché ho il cappello tirato giù, ma capisco che mi fissano con un misto tra disprezzo e curiosità.

Sigaretta in mano, cappello nero con i teschi sugli occhi, cappuccio tirato su, giubbotto nero pantaloni scuri e scarpe nere.

Questo basta alla gente per etichettarmi: poco raccomandabile.

Mi specchio nei vetri di macchine e autobus, da lontano, quasi avessi paura di riconoscermi.

Brutta.

Una goccia colpisce il mio riflesso e in un attimo son liquefatta e trasportata via.

Mi tocco il naso per assicurarmi che sia ancora lì. Guardo in su e un gocciolone mi colpisce in pieno viso. Comincio a imprecare sottovoce e finalmente arriva il 6.

Dopo un paio di fermate sale una vecchietta.

Mi spiaccico contro la parete dell’autobus per farla passare.

E lei, pestando me e lo zaino, arriva davanti ad un gruppo di 4 sedili dove sono spalmati 4 o 5 miei amici.

La signora prima li guarda male e poi dice

“ Ragazzi, questo è il vostro ego, che tutte le mattine vi stravaccate sui sedili e che lasciate lo zaino ovunque. Siete davvero poco sopportabili.” Io, che fino a quel momento avevo Sean Paul sparato a tutta nell’orecchio, mi giro sentendo quella sega elettrica che taglia il berillio, la bella voce della vecchietta “ Poi queste signorine che ascoltano musica e fumano da mattina a sera. La musica poi tenuta a volume altissimo…” Fa un sospiro in ricordo dei bei tempi andati, e si guarda intorno.

Parlava con quella voce stridula, grattugiata nel limone che mi fa salire un nervoso assurdo, non so trattenermi “Oh signora, sa com‘è” dico con voce piena di pietà per questa povera signora a cui tocca sopportarci “Noi siamo il futuro del mondo, e ci tocca andare a scuola ma se si potesse evitare sarebbe meglio, insomma una tortura in meno… per noi ma anche per lei che potrebbe prendere l’autobus in pace senza zaini né musiche a tutto volume…” Faccio una piccola pausa teatrale “ E io la invidio sa? Lei che davvero non ha un benemerito cazzo da fare se non venire alle 7:30 la mattina a fa’ la predica a noi…” lo dico con tale naturalezza che la signora ci resta male, ma gli altri scoppiano a ridere.

Non faccio in tempo a smettere di sorridere che una signora di mezz’ età stavolta mi urta e fa “ Con questi zaini… E levateli di mezzo… questo mezzo distrutto di chi è?”

“ Mio” dico cercando di non perdere la calma.

“e allora levalo che non si passa!”

“ sa, signora c’è tanto posto in quest’autobus che quasi quasi ballo un po’ di can-can… si unisce a me signora?”

“ ma come ti permetti?” E facendomi insultare, scendo.

Guardo il cellulare, troppo presto per entrare.

Vedo il mio riflesso, mi volto immediatamente, ne ho quasi paura.

Arrivo al portone e accendo un’ altra sigaretta e non faccio in tempo a chiudere il pacchetto che l’Alessandra me n’ha già presa una.

L’accende, dà un tiro.

“Cazzo, dovrei smettere di fumare così tanto…” e dà una boccata.

Entriamo facendoci inghiottire da questo posto che sarà casa nostra per i prossimi 5 lunghi anni. O 6, come dice l’Alessandra.

sabato 2 febbraio 2008

San Salvi/ 5

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.
Qualche appunto da Silvio Pomanti, San Salvi, Anno zero.
I malati venivano fatti alzare alle sei e mezzo. "Ci fanno alzare a quest'ora e ci portano giù per farci tornare qui alle otto di questa sera, sempre chiusi in una stanza; una volta per andare al gabinetto bisognava farsi accompagnare dall'infermiere, per sicurezza; una persona quando è stata in piedi 14 ore al giorno tutte di seguito salvo il pasto, è certamente sfinita, così siamo sicuri che la notte dorme e non rompe i c... Così mi resi conto perchè il giorno avanti avevo veduto molti malati distesi nei corridoi, nelle stanze, fra la segatura, l'orina, credevo che fossero in delirio, che stessero male, invece no erano solo sfiniti, non potevano stare a letto e si sdraiavano per terra, fra le cicche, gli sputi, e peggio ancora, qualcuno seminudo; questo accadeva in Italia nell'ottobre1966.

L'ambiente assai vecchio e malandato non aveva niente di ospedale, ma poteva assai meglio definirsi una cosa a metà fra il carcere borbonico e un vecchio ospizio; vecchi pavimenti logori di mattoni sporchi, le porte assai pesanti e tutte senza maniglie, in quanto gli infermieri aprivano e chiudevano continuamente tutto al loro passaggio con una grossa chiave lucida dal continuo uso; i servizi igienici altro non erano se non vecchie latrine, senza acqua, con monti di escrementi, naturalmente senza porta; gli infermieri passavano continuamente la segatura da una stanza all'altra nel vano tentativo di ridurre al minimo la sporcizia che regnava dovunque. Le finestre erano piuttosto ampie, protette da solide grate, gli scuri assicurati da un marchingegno che permetteva l'accostamento ad angolo, tramite una grossa bacchetta di ferro, chiusa a chiave anche quella, per permettere un lieve passaggio di aria ma impedendo nello stesso tempo di aprirla totalmente.

Luigi Mariotti, Ministro della Sanità nel 1967: Abbiamo oggi degli ospedali che assomigliano a veri lager germanici, a delle vere e proprie bolge dantesche; i malati di mente, secondo la vecchia legge 1904, sono considerati uomini irrecuperabili e sono schedati secondo un principio medievale nel casellario giudiziale come fossero rei comuni.

Giorgio Coda, psichiatra: l’essenziale è disporre di buoni medici, coscienziosi, che respingono la vecchia e comoda sentenza ancora applicata che dice: Diagnosi, pazzo; Prognosi, infausta; Terapai, nessuna.

Prof. Mossa (Collegno): detesto le chiavi, le grate, le porte sprangate; in questi ultimi tempi abbiamo demolito centinaia di tonnellate di grate e cancelli, ma ne restano sempre.

Prof. Aschieri, vicedirettore dell’Ospedale Psichiatrico di Varese: alcuni istituti non possono più dirsi ospedali o manicomi e neppure semplicemente ricoveri, ma veri e propri campi di eliminazione e di sterminio.

Prof Diego De Caro: l’ergoterapia sfugge spesso al controllo sanitario, viene applicata indiscriminatamente ed ha provocato lo sviluppo abnorme, dentro e vicino agli ospedali psichiatrici, di grandi aziende agricole, di officine attrezzatissime, di laboratori del tipo industriale, dove viene occupato un numero sempre crescente di ricoverati, con indubbi vantaggi per gli economisti degli ospedali, ibrido sistema commerciale gabellato per ergoterapia.