Mio nonno lavorava dalla mattina alla sera su grandi macchine di inchiostro e parole. Le parole erano composte da singole lettere in rilievo sporche di nero che mio nonno metteva insieme secondo il gusto e il piacere dei clienti. Possedeva una tipografia e io giocavo con lui alle lettere sporche di inchiostro nero che si imprimevano sulla carta colorata di giallo che avrebbe annunciato tutti gli eventi del paese e dei paesi vicini. Le lettere erano talvolta di corpo tanto piccolo che mio nonno era costretto ad allontanarsi e a fare smorfie per capire qual era la lettera che teneva in mano, o addirittura a inforcare gli occhiali per non sbagliare, ché poi magari i clienti gli avrebbero fatto ristampare tutto. Spesso lo vedevo sbuffare perché non riusciva trovare il carattere giusto o perché, dopo aver steso tutti i blocchetti metallici a comporre le frasi commissionate, si accorgeva di un piccolo errore. Io mettevo i punti e virgola sull'indice della mano destra e riuscivo a distinguerli benissimo dalle semplici virgole, meravigliato che mio nonno non fosse in grado di fare altrettanto. Oppure erano tanto grandi, le lettere, che facevo fatica a tenerle in mano. Erano F schematiche che dovevo reggere con entrambi le mani, oppure S sinuose delle quali mi divertivo a seguire il profilo con l'indice. Poi tiravo fuori dai cassetti qualche foglio bianco e vi disegnavo sopra con la penna nera R roboanti, Z battagliere e G arzigogolate. Talvolta andavo in ufficio, una zona dello stanzone separata da un parete di compensato, a battere sui tasti di una macchina da scrivere parole in libertà. Nel lavoro di tipografo tutte le lettere erano importanti, nessun carattere doveva essere trascurato, il trattino corpo 6 aveva lo stesso valore di una M corpo 72. O così pensavo io. Invece mio nonno si sarebbe disperato se avesse letto sui grandi manifesti attaccati ovunque nel paese PALIO DEI CIUCHI scritto, per dire, PALIO DEI CIUCMI. Poteva capitare. Una volta stampò un manifesto di una gara ciclistica nel quale erano descritti i passaggi dei corridori e l'ora presunta di passaggio: piazza Garibaldi ore 11.00, via Matteotti ore 11.07, piazza Giovanni XXIII ore 11.05. Così gli avevano detto e così lui stampò. Prima le 11 e 7, poi le 11 e 5. Rimasi stupefatto da questa decisione: era un errore e lui doveva correggerlo. Ogni volta che andavo a passare i pomeriggi in tipografia volevo rovistare negli enormi cassetti nei quali erano riposti blocchetti metallici di tutti i tipi e dimensioni, divisi in scompartimenti dalle pareti di legno. Una volta tirati fuori e osservati, rigirati, toccati, dopo essermi macchiato a dovere le mani, dovevo riporli attentamente ognuno al proprio posto. A forza di giocare con i caratteri mobili avevo imparato a leggere intere frasi al contrario, capacità indispensabile per un buon tipografo.
Mia nonna aveva una cartolibreria nel centro del paese: vendeva carta, buste, penne, quaderni, libri. I libri non li comprava mai nessuno, non so se era perché in paese non leggeva nessuno o perché se li andavano a comprare in città. Io credo che fosse perché non leggeva nessuno. Io li leggevo a puntate, ogni volta che andavo in negozio leggevo qualche pagina, poi, quando tornavo la volta successiva, riprendevo la lettura. Solo che spesso, non potendo tenere un segnalibro, non ricordavo a che punto ero arrivato e ricominciavo a caso; talvolta mi accorgevo di aver già letto quelle pagine, altre volte, probabilmente, avevo ne avevo saltate parecchie. Oppure il libro mi aveva stancato e ne cominciavo un altro, magari ne leggevo tre o quattro contemporaneamente, saltavo dall'uno all'altro, a seconda delle giornate, del tempo, della voglia di letture da bambini o più seriose. In realtà, molto più spesso andavo all'edicola a comprare
Così da bambino sguazzavo tra le lettere e le buste, tra i fogli e le penne, tra i libri e i quaderni, e ogni tanto mi arrivava qualcosa di questo mare di inchiostro e carta, qualcosa penetrava nella mia mente, mi rimaneva anche nelle giornate d'estate tra i campi e le strade, a ridere e giocare, a correre e litigare, a fare a botte e far la pace, tutta questa materia della quale erano composte le mie giornate s'incuneava lentamente nel mio corpo e non me ne accorgevo, non pensavo che potesse non essere così, odoravo di inchiostro e di carta stampata e le mie mani erano sporche di nero, sempre macchiati i miei polpastrelli, e giocavo e leggevo, e mi impregnavo dell'odore dei manifesti stampati di nero su carta gialla luminosa.






