sabato 10 maggio 2008

Racconto - Inchiostro

Mio nonno lavorava dalla mattina alla sera su grandi macchine di inchiostro e parole. Le parole erano composte da singole lettere in rilievo sporche di nero che mio nonno metteva insieme secondo il gusto e il piacere dei clienti. Possedeva una tipografia e io giocavo con lui alle lettere sporche di inchiostro nero che si imprimevano sulla carta colorata di giallo che avrebbe annunciato tutti gli eventi del paese e dei paesi vicini. Le lettere erano talvolta di corpo tanto piccolo che mio nonno era costretto ad allontanarsi e a fare smorfie per capire qual era la lettera che teneva in mano, o addirittura a inforcare gli occhiali per non sbagliare, ché poi magari i clienti gli avrebbero fatto ristampare tutto. Spesso lo vedevo sbuffare perché non riusciva trovare il carattere giusto o perché, dopo aver steso tutti i blocchetti metallici a comporre le frasi commissionate, si accorgeva di un piccolo errore. Io mettevo i punti e virgola sull'indice della mano destra e riuscivo a distinguerli benissimo dalle semplici virgole, meravigliato che mio nonno non fosse in grado di fare altrettanto. Oppure erano tanto grandi, le lettere, che facevo fatica a tenerle in mano. Erano F schematiche che dovevo reggere con entrambi le mani, oppure S sinuose delle quali mi divertivo a seguire il profilo con l'indice. Poi tiravo fuori dai cassetti qualche foglio bianco e vi disegnavo sopra con la penna nera R roboanti, Z battagliere e G arzigogolate. Talvolta andavo in ufficio, una zona dello stanzone separata da un parete di compensato, a battere sui tasti di una macchina da scrivere parole in libertà. Nel lavoro di tipografo tutte le lettere erano importanti, nessun carattere doveva essere trascurato, il trattino corpo 6 aveva lo stesso valore di una M corpo 72. O così pensavo io. Invece mio nonno si sarebbe disperato se avesse letto sui grandi manifesti attaccati ovunque nel paese PALIO DEI CIUCHI scritto, per dire, PALIO DEI CIUCMI. Poteva capitare. Una volta stampò un manifesto di una gara ciclistica nel quale erano descritti i passaggi dei corridori e l'ora presunta di passaggio: piazza Garibaldi ore 11.00, via Matteotti ore 11.07, piazza Giovanni XXIII ore 11.05. Così gli avevano detto e così lui stampò. Prima le 11 e 7, poi le 11 e 5. Rimasi stupefatto da questa decisione: era un errore e lui doveva correggerlo. Ogni volta che andavo a passare i pomeriggi in tipografia volevo rovistare negli enormi cassetti nei quali erano riposti blocchetti metallici di tutti i tipi e dimensioni, divisi in scompartimenti dalle pareti di legno. Una volta tirati fuori e osservati, rigirati, toccati, dopo essermi macchiato a dovere le mani, dovevo riporli attentamente ognuno al proprio posto. A forza di giocare con i caratteri mobili avevo imparato a leggere intere frasi al contrario, capacità indispensabile per un buon tipografo.

Mia nonna aveva una cartolibreria nel centro del paese: vendeva carta, buste, penne, quaderni, libri. I libri non li comprava mai nessuno, non so se era perché in paese non leggeva nessuno o perché se li andavano a comprare in città. Io credo che fosse perché non leggeva nessuno. Io li leggevo a puntate, ogni volta che andavo in negozio leggevo qualche pagina, poi, quando tornavo la volta successiva, riprendevo la lettura. Solo che spesso, non potendo tenere un segnalibro, non ricordavo a che punto ero arrivato e ricominciavo a caso; talvolta mi accorgevo di aver già letto quelle pagine, altre volte, probabilmente, avevo ne avevo saltate parecchie. Oppure il libro mi aveva stancato e ne cominciavo un altro, magari ne leggevo tre o quattro contemporaneamente, saltavo dall'uno all'altro, a seconda delle giornate, del tempo, della voglia di letture da bambini o più seriose. In realtà, molto più spesso andavo all'edicola a comprare la Gazzetta dello sport e leggevo quella. I giornali erano enormi per un bambino delle elementari così io andavo dietro il banco, riparato dalla vista dei clienti, mettevo il giornale in terra, nel poco spazio rimasto libero tra gli scatoloni e la merce in vendita, mi stendevo sulla rosea e la studiavo riga per riga, sognando, come tutti i miei amici, di diventare un grande campione di tennis o di calcio. Nel periodo estivo, poco prima e all'inizio dell'anno scolastico, le letture lasciavano il posto al lavoro. Ero il piccolo commesso di mia nonna durante la stagione dei libri scolastici, l'unica in cui i compaesani sembravano davvero intenzionati a leggere qualcosa. In quel periodo tutti i libri che mi passavano sotto mano erano solo autore – titolo – casa editrice, e non ne sfogliavo mai uno perché nei pochi metri quadrati della cartolibreria, e anche fuori, si affollavano decine di studenti, ma più spesso di mamme, schiamazzanti e pretenziose, tutte improvvisamente timorose che i propri figli non imparassero abbastanza (i libri dovevano esser già arrivati per il primo giorno di scuola, altrimenti erano proteste e arrabbiature). Protestavano sempre, di solito perché i libri erano rincarati davvero troppo: non si poteva spendere così tanto per mandare a scuola un figlio! Poi, per fortuna, i soldi ce li avevano, perché spendevano il doppio di quanto erano costati i libri comprando zaini e agende colorate.

Così da bambino sguazzavo tra le lettere e le buste, tra i fogli e le penne, tra i libri e i quaderni, e ogni tanto mi arrivava qualcosa di questo mare di inchiostro e carta, qualcosa penetrava nella mia mente, mi rimaneva anche nelle giornate d'estate tra i campi e le strade, a ridere e giocare, a correre e litigare, a fare a botte e far la pace, tutta questa materia della quale erano composte le mie giornate s'incuneava lentamente nel mio corpo e non me ne accorgevo, non pensavo che potesse non essere così, odoravo di inchiostro e di carta stampata e le mie mani erano sporche di nero, sempre macchiati i miei polpastrelli, e giocavo e leggevo, e mi impregnavo dell'odore dei manifesti stampati di nero su carta gialla luminosa.

silviodulivo

mercoledì 7 maggio 2008

Le interviste impossibili: silviodulivo intervista Bohumil Hrabal

  • silviodulivo: Allora, Bohumil, come te la passi nell’aldilà?
  • Bohumil Hrabal: Da oltre dieci anni lavoro alle carte dei vivi. Sono le storie di tutti i viventi scritte sulla carta, svolazzano qua e là, qui non c’è la forza di gravità, e io recupero tutte le carte e le rimetto insieme e le presso, e penso alle vite di tutti i viventi della terra e talvolta mi soffermo a leggerle; mi interessano molto le storie dei vivi, soprattutto dei filosofi, quando trovo una persona interessante lascio andare tutte le altre carte, tutte le altre storie, e leggo la storia di un filosofo o di uno scienziato o di uno scrittore ceco, magari, e intanto tutte le altre carte volano via, e se il Padrone se ne accorge, o un suo Attendente, mi richiama all’ordine, lo fa sempre con gentilezza e con il sorriso sulle labbra, perché così deve fare, ma io lo vedo che cosa pensa: ah, quel Bohumil!
  • sdu: Insomma, vedo che non è cambiato molto rispetto all’aldiqua .
  • bh: Sì, e poi per noi l’aldilà è quello che è l’aldiqua per voi e viceversa, ci divertiamo molto, lavoriamo, beviamo, facciamo un po’ di sport, a me poi piace fare tanti mestieri, però il raccoglitore e pressatore di carte dei vivi è la mia love story.
  • sdu: Almeno da morto potresti vivere in maniera più agiata senza correre di qua e di là a fare lavori umili.
  • bh: La mia vita dopo la morte non sarebbe così poetica senza queste occupazioni, conoscerei solo persone lette sui libri, e invece così continuo a conoscere facchini, operai, distributori di volantini porta a porta, agenti di commercio, impiegati comunali, o che per lo meno lo sono stati, e anche qui fanno gli stessi mestieri che facevano da vivi, e i loro mestieri, i loro volti, le loro parole ispirano la mia prosa e i miei racconti al pub mentre sorseggio una birra.
  • sdu: Dunque scrivi ancora?
  • bh: No, nell’aldiqua non scriviamo in effetti, non nel senso che intendete voi, scriviamo sulla carta e la carta vola via, spinta dal vento, allora io riprendo un altro pezzo di carta, e scrivo un’altra storia, un’altra vita, e poi ancora la carta vola via, e chissà chi la leggerà poi! se ci sarà qualcuno che la ferma mentre corre nell’aria e poi la legge e magari dice: oh, Hrabal, scrive ancora. Chissà. Non scrivo libri, però continuo a leggere, soprattutto le storie dei vivi, come ti ho detto, ma anche qualche scrittore del vostro mondo.
  • sdu: Non ti chiedo quali, non vorrei rimanerci male.
  • bh: Non certo te. Anzi, a proposito: mi dicono che copi il mio stile.
  • sdu: No, non è vero, ti giuro. E’ solo il mio stile, quello che mi è scappato fuori dalla penna quando ho cominciato a scrivere. Poi Monica Sarsini, che conduceva il gruppo di scrittura, mi ha detto: hai uno stile simile a quello di Hrabal, e allora ho cominciato a leggerti, prima non sapevo neanche chi fossi, davvero, e ora sei uno dei miei scrittori preferiti. Anzi, parlami della tua scrittura nell’aldilà.
  • bh: Nell’aldiqua, come ti ho detto, non scrivo libri, ma non m’importa perché io racconto con le immagini e posso raccontare anche mentre lavoro o gioco a tennis o do da mangiare ai gatti, e la mia è una scrittura così, una scrittura orale che non so dirti da dove mi è scappata fuori, il mio modo di raccontare e di vedere le cose non sono studiati a tavolino, io mi metto anche ora, nell’aldiqua, alla mia vecchia macchina da scrivere, e scrivo e poi finisco un foglio, lo tolgo dalla macchina da scrivere e lui vola, e chissà dove va, a me non interessa più tenerli e rileggerli dopo tanto tempo, sarebbe forse sgradevole, e il foglio va, e spero che porti con sé le mie immagini, dopo la prima immagine la seconda, e poi la terza, e così via, una dopo l’altra, e spero che qualcuno le fermi, le mie carte, e le legga, e rimanga qualche immagine nelle loro povere testoline.
  • sdu: Sono sicuro di sì. Parliamo della scrittura al tempo di internet. Hai appena avuto il tempo di intravederla. Sai che cosa è un blog?
  • bh: Oh, sì, è una cosa molto pericolosa.
  • sdu: E perché?
  • bh: Ora scrivi una cosa e tra vent’anni ti rinfacceranno di averla scritta, e questa cosa che hai scritto vent’anni prima potrebbe perseguitarti, non solo perché qualcuno ti dice: guarda, hai scritto questo, questo e questo, ma perché sei tu stesso che ti rendi conto di averla scritta. Così io ho rilasciato un’intervista nel 1975 a una rivista ufficiale del PCC e tutti me l’hanno sempre rinfacciato, e anch’io me lo sono rimproverato, ma io non sono un tipo coraggioso, io volevo solo pubblicare, perché uno scrittore che non pubblica non è uno scrittore e anche tu sei come me, no?
  • sdu: Nel senso che non sono coraggioso o nel senso che non sono uno scrittore perché non pubblico? Ti do ragione in tutti e due i sensi. Cambiamo discorso, parliamo dei tuoi gatti.
  • bh: Oh, i miei gatti ci sono ancora, e ancora do loro da mangiare e li curo più degli umani, o post-umani, o quel che siamo, e loro mi amano più degli altri miei colleghi, e anche io li amo forse più dei morti con i quali bevo, mi diverto, ma io i gatti li accarezzo e loro no, non li accarezzo.
  • sdu: Bene, spero di non averti disturbato troppo, Bohumil, immagino che dovrai andare a lavorare, o al pub, o a scrivere.
  • bh: Be’, sì, il tempo sta per finire, il Padrone forse mi starà cercando. Mi sono molto divertito, ringrazio te e i tuoi lettori, spero che ci leggano in tanti.
  • sdu: Non ci contare troppo, comunque anch’io volevo ringraziarti perché con te mi diverto molto, e piango e rido e penso e sogno. Ciao, Bohumil.
  • bh: Na shledanou!

domenica 4 maggio 2008

Yehoshua - L'amante

Ah, i romanzi a più voci! Mostrare la realtà da una prospettiva e poi da un'altra, raccontare un episodio e raccontarlo di nuovo venti pagine più avanti, mostrare la molteplicità dei punti vista, immedesimarsi ora in una vecchia, ora in un uomo, poi in un'adolescente. Le sfaccettature della vita e dei fatti. Che cosa c'è di meglio di un romanzo a più voci per raccontarle?
Ho smesso di leggere Yehoshua da qualche tempo: i suoi personaggi cominciavano ad annoiarmi. Non mi sembrano veri. Più che altro sembra che agiscano e pensino non come ritengono giusto ma come credono che debbano agire e pensare. Ricordo però L'amante come il miglior romanzo dell'autore israeliano e i personaggi da lui descritti i più simpatici della sua produzione letteraria.
(Il romanzo non ha niente a che fare con il film "L'amante" ambientato nell'Indocina degli anni '20; la trasposizione cinematografica è quella di Roberto Faenza, "L'amante preduto")
Chi lo potrebbe leggere.
Tutti: lettori abituali e occasionali, filoisraeliani e antisraeliani, giovani e meno giovani.
Sullo sfondo di una Haifa scossa dalla guerra del 1973, si dipana lo scenario de L'amante, il più sinceramente israeliano dei romanzi di Yehoshua. L'autore si affida alle voci dei suoi personaggi, ai loro sogni, ai ricordi, ai desideri, alle aspettative: sono le parole di Adam, agiato proprietario di una grande officina meccanica; le riflessioni della figlia Dafi, quindicenne insonne e ribelle; i sogni della moglie Asya, intellettuale precocemente ingrigita; gli stupori di Na'im, giovane operaio arabo; i vaneggiamenti della novantenne Vaduccia; e infine il resoconto stupefatto di Gabriel, l'amante scomparso. Mondi lontani, a dispetto dell'amore; voci tanto vicine quanto diverse siglano l'impossibilità di conoscere veramente chi ci vive accanto. (webster.it)

martedì 22 aprile 2008

La quercia - un'epifania di Homo Faber

Per ore ed ogni giorno rimaneva immoto, devotamente, ai piedi della quercia (siccome ad una quercia si conviene, secolare) nell’attesa del segnacolo che, secondo tradizione declinata per la scala di innumeri generazioni della quale era egli il gradino postremo, avrebbe squarciato lo spesso telone precludente la visione ineffabile, da cui il dissolvimento di sé individuo nel tutto e per sempre dell’afflato universale. Ma quando dall’albero cadde, prossima alla sua mano destra, una ghianda, pensò che non fosse quello cibo per lui.

sabato 19 aprile 2008

San Salvi / 11

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.
Sto raschiando il fondo, sembra. Mi manca solo una tesi di laurea. Qualche “notiziario” degli anni ’60 e poi solo cartelle cliniche. Nei sotterranei. Poi più nulla? Non me ne capacito.
Con dispiacere gli ospiti del 4° che si recano alle partite di calcio allo stadio ogni domenica non sono potuti andare a vedere la partita che si è giocata 8 c.m. (novembre 64) fra Fiorentina e Juventus. Il motivo della mancata partecipazione a questo avvenimento da parte di noi ricoverati è che il biglietto d’ingresso della suddetta partita era troppo caro: e cioè di lire 900. Da più di un anno ci è stato promesso da parte dei signori medici e dell’Amministrazione che ci sarebbero stati dati dei biglietti gratis o a riduzione come in altri istituti o ospedali usufruiscono: ma non abbiamo visto niente. Raccomandiamo gentilmente l’Amministrazione di interessarsi in tal senso, che a noi farebbe molto piacere poter partecipare più spesso alle partite. Io, Fedi, sono bravo. Ho fatto nascere caratteristici Pappagallini, e sono stato capace di far nascere anche tortore. Domenica mattina mi sono recato a caccia da mio cugino. Mi son divertito molto e ho portato i ginepri. Sono stato anche alla fiera di Porta Romana: c’era un vivace filunguello che faceva innamorare tutti ed era da richiamo per tutte le bandite, e schiamazzo di colombacci. Al Signor Dottore dico che gli uccelli nella voliera sono disturbati dai gatti, bisogna che li levi.
Al 10 ° Reparto noi si era fatto il ballo. Come mai non ce le mandano le donne, cosa s’è fatto di male? Noi siamo gente riflessiva. Venite a ballare al 10°, uomini e donne, ospiti. Anche alle gite, perché non ci mandate con le donne? Siamo gente per bene. Fedi, 10°, R.U. Dall’officina meccanica. Abbiamo finito i pali per la segnalazione, verniciati di giallo con i segnali di posteggio e direzione che saranno fissati nel piazzale per il nuovo posteggio delle auto. Così anche il nostro Ospedale è all’altezza del codice della strada. E’ in corso la rifinitura di 24 piccole e graziose sedioline e 4 tavolini quadri con le gambe tonde e coniche. Sono verniciati di grigio con il sopra in legno compensato e formica rosa. Sono per il padiglione dei bambini e così anche loro usufruiranno del progresso della nostra officina. Sono anche in corso di lavorazione 8 finestroni larghi 3 metri e alti 3 e mezzo che andranno per l’ammodernamento del 1° reparto uomini. Si lavora così nella nostra officina per l’abbellimento del nostro Ospedale. Mancini Giovanni, degente lavoratore Dal Notiziario del novembre '64

martedì 15 aprile 2008

Racconto - Il bagno

La prima volta che entra in bagno Anna è sola. Sente dall’altra parte del muro un rumore. Lo sente perché in quel momento non c’è nessuno con lei, né altre detenute né guardie. Ascolta piccoli rumori nei bagni confinanti. Clac, la tavoletta del vaso che si alza, o si abbassa; pssh pssh, la pipì della vicina di gabinetto; trun trun, glo glo, glo glo, l’altra tira lo sciacquone, l’acqua scende; zzh, zzh, la cerniera torna su (questo rumore lo ha immaginato, non è possibile sentirlo attraverso una parete); tac, apre la porta; stum stum stum st… cammina. Ora c’è silenzio. Anna esce, incrocerò la vicina di bagno, pensa. No, non c’è nessuno, eppure avrebbe dovuto essere ancora qui. Pochi giorni dopo, è ancora sola in bagno e sente gli stessi rumori. Non vede nessuno, non sono le vicine di bagno. Ci sono altri bagni? Chiede la sera alla compagna di stanza. No, ma i bagni comuni confinano con quelli della sezione maschile. L’unico muro di confine tra uomini e donne è quello dei bagni. Anna non dorme. Aspetta il momento nel quale tornerà in bagno, non capita spesso durante la giornata, di solito le detenute usano il vaso della cella. Immagina lo sconosciuto frequentatore del bagno confinante. Alla prima occasione è dentro, anche se non deve pisciare. Sta ferma e ascolta, ma i rumori vengono dai bagni delle donne e coprono quelli degli uomini. Ora c’è silenzio, ma di là dal muro non si sente nessun rumore. Il giorno dopo Anna non può andare, non sempre è consentito. Talvolta si va insieme ad altre detenute, a volte ci sono le guardie. Bastano pochi rumori per coprire i suoni che Anna vuole ascoltare. Anna non ha fretta, ma i giorni buoni sono davvero rari. Di notte apre gli occhi e pensa agli uomini di là dal muro. Di giorno apre gli orecchi e cerca di percepire più suoni possibile. Entra in bagno e non fa niente, se non ascoltare. Trattiene la pipì più a lungo che può, non vuol sprecare i pochi minuti a disposizione per urinare. La farò in cella, pensa Anna. Oggi c’è silenzio nel bagno della sezione femminile. Stum stum stum. Eccolo! pensa Anna trattenendo il fiato per non disturbare l’ascolto. Tac, cla, psh, cloc, trun, glo, zh, tac, trun, glo, stum. Ha ascoltato tutto. Ha visto l’uomo di là, se lo è immaginato. Il giorno dopo è ancora lì, il giorno dopo ancora di nuovo lì, trattiene il fiato, appoggia l’orecchio al muro, prolunga la permanenza in bagno, ma non vuole esagerare, non vuole che qualcuno venga a sapere di queste visite. In due settimane ha sentito tre volte il rumore dell’uomo. In sei settimane otto. In due mesi quindici. E’ sempre lo stesso uomo, così è convinta lei. Non si sentono mai due uomini parlare in bagno, è poco frequentato. Alla tredicesima settimana Anna muove la mano, è indecisa, sta per sbattere il pugno contro la parete. Lo appoggia soltanto. Il giorno seguente trova di nuovo l’uomo, ormai ha imparato quali sono gli orari nei quali è più facile trovarlo. Così crede. Anna batte piano il pugno sulla parete, ascolta, strizza gli occhi, non succede nulla. Tre giorni dopo (di nuovo lui, pensa Anna) batte più forte, ripetutamente, accenna anche a un sussurro. Silenzio. Ormai ha capito, pensa Anna la notte stessa mentre non dorme, sarò più decisa. Dopo quattro giorni si ritrovano dalla parte opposta della stessa parete. Anna batte il pugno e sussurra, ehi! ps! ss! Tossicchia. Il giorno dopo: ps! ehi! oh! Dario ha sentito. Ascolta, non sa che cosa pensare. Esce, guarda nel bagno accanto. Si pone in ascolto, non respira. Rinuncia, va via. Il giorno dopo ancora: bum, ps! ehi! Guarda in alto, come se cercasse un buco attraverso il quale parlare, ben sapendo che non c’è. Tossicchia. Di là qualcuno tossicchia. E’ rumore di donna, pensa Dario. Ps! ehi! (anche lui). Il giorno dopo non si trovano, il giorno successivo ancora Dario si libera alla stessa ora. Vado in bagno, dice al collega. Apre la porta, la chiude, ascolta. Ps! ehi! eeehi! Iuuuù! Piano però, si vergogna. Fischietta, canticchia. Anche Anna fischietta, di là dal muro. Ciao, prova Dario. La donna civettuola lancia il sasso, poi aspetta che l’uomo si faccia avanti. Oppure è l’uomo che ci ha provato. Non si sa chi è partito prima, lui o lei? Ne discuteranno a lungo, se la cosa andrà avanti. Se non fosse per il muro. Ciao! Ciao! Mi senti? Poi arrivano dei rumori, qualcuno parla, è una voce di donna che deve essere entrata nel bagno di là. Il giorno dopo lei non può andare all’appuntamento, quello successivo lui non è di turno. Si ritrovano di nuovo. Ehi! Ps! Ciao! Si arriva al dunque rapidi, hanno meno timore i due. La settimana dopo: come ti chiami? Io sono Anna. E tu? Non te lo posso dire. Anna pensa, pensa, pensa. Sogna. Perché non lo può dire? Il giorno dopo. Dai, su, dimmelo, ti prego (senza neanche ciao, ne ps, né ehi: hanno poco tempo). Dario. Sono quattro mesi che Dario e Anna si frequentano. Fosse per lei andrebbe lì tutti i giorni, ma lui è una guardia e non tutti i giorni è al lavoro. Si salutano, parlano sempre a bassa voce, una manciata di secondi. Anna non fa l’amore da tre anni, da quando è dentro. Non chiede a Dario se è sposato o fidanzato: ha paura della risposta. Oggi le chiede di avvicinarsi al muro, di appoggiarsi contro di esso. Ci sei? Anch’io. Ti sto baciando. Zitta, non si parla mentre si bacia. Anna sorride. Dario ama Anna, Anna ama Dario. Sei bella. E’ un’affermazione, nessun uomo ha mai chiesto a una donna se è bella o no. Forse i ciechi? Si chiede Dario. Lui non ne ha mai conosciuti. Hai occhi bellissimi, le sussurra ad alta voce lei. Sono otto mesi che ci conosciamo. Cinque, corregge lui. Otto: io ti ascoltavo ben prima che ci parlassimo. E’ ora di fare l’amore, suggerisce lui. E come facciamo? Domanda lei, incredula. Ci siamo baciati tante volte, possiamo anche fare l’amore. Domani, oggi non abbiamo tempo, è ora di andare, ribatte Anna. Il giorno dopo, senza preamboli (non c’è tempo; il tempo è contro di loro; lo spazio forse no, lo spazio che li separa ha favorito il loro incontro, forse non si sarebbero amati se non avessero dovuto rimanere separati), lui spoglia lei, lei spoglia lui, con le parole sussurrate guidano le reciproche svestizioni. Indugiano a lungo come non hanno mai fatto, preferiscono correre il rischio di esser smascherati. Lui ha la mano sinistra appoggiata contro la parete, guarda lei attraverso di essa, si agita furioso il pisello. Anche lei si masturba: appoggia tutto il suo corpo nudo contro la parete, vuol farsi penetrare da dietro. Si descrivono a vicenda le proprie posizioni, mugolano a voce alta, non hanno più paura. Lo sperma di Dario finisce sul pavimento del bagno della sezione maschile, appoggiata alla parete del bagno della sezione femminile Anna urla. Il giorno dopo. Dario vuol conoscere Anna, posso venire a trovarti tutti i giorni, dice lui. No, non sarebbe più la stessa cosa. Dario vive fuori, per Anna c’è solo Dario di là dalla parete del bagno e la notte per non dormire. Dario insiste: forse ci piaceremo anche vedendoci. E poi? io sono sempre dentro, tu sarai sempre controllore, io sempre controllata, si altera Anna. Facciamo l’amore, facciamo l’amore davvero, prova Dario. E dove, vuoi venire in cella? Non capisci un cazzo (lei). Anna, è la prima volta che litighiamo (lui). Doveva succedere prima o poi, Dario, siamo una coppia, una coppia di là dal muro, ricorda Anna. Ora, è tardi, ci vediamo domani (Dario). Domani, sì, forse.

sabato 12 aprile 2008

Alla ricerca dei nostri avi - 1

Mio fratello Flavio mi ha trascinato in una ricerca genealogica della nostra famiglia. Sta raccogliendo ricordi tra i parenti ancora vivi e documentazione (foto, lettere, ecc.). E’ andato ad indagare a Pescia perché il nostro bisnonno era di lì. Nei mesi scorsi ha fatto una prima ricognizione all’archivio di stato e al vescovado. Ieri mi sono unito a lui e abbiamo dedicato diverse ore alla caccia dei nostri avi. All’archivio di stato di Pescia è molto difficile ottenere qualcosa di buono, sia perché il materiale è scarso e di difficile consultazione per i profani, sia perché l’impiegato che ci ha ricevuto sembrava quasi infastidito dalla nostra presenza e sembrava volesse tenersi per sé tutti gli schedari di cui era in possesso. Abbiamo comunque ottenuto qualche informazione sui nostri avi e siamo venuti a sapere che una famiglia francese, tempo fa, ha chiesto notizie di tale Guerrazzo D’Ulivo vissuto nel 1800 circa. Dunque dovremmo avere un avo in comune con questa famiglia, probabilmente còrsa, o della Francia del sud, poiché oggi su internet ho trovato diversi D’Ulivo (o Ulivo o Dulivo) in quelle zone. Probabilmente qualche parente di un nostro avo era emigrato in Corsica durante la dominazione napoleonica. Per fortuna però i nostri avi, probabilmente, non si sono mossi per secoli dalla solita parrocchia, Castellare di Pescia. Questo facilita molto le indagini. La seconda tappa l’abbiamo fatta al cimitero, alla ricerca di qualche lapide.Sembra che non ce ne siano, ma siamo stati accolti con entusiasmo dalla signora dell’ufficio cimiteriale che ci ha mostrato alcuni registri dal 1880 in poi. Abbiamo trovato alcune conferme di quello che Flavio aveva già scoperto e date di nascita, di morte, di sepoltura (ora compresa) del nostro bisnonno Candido, della nostra bisnonna Elvira, e del nostro trisavolo Emilio. Tutte queste persone, dopo dieci anni dalla sepoltura, sono finite nell’ossario comune (erano contadini) La terza tappa, dalla quale contavamo di ottenere maggiori informazioni, è stata all’archivio delle parrocchie (vescovado). Siamo fortunati perché lì lavora un ragazzo esperto e disponibile ad aiutarci. Così ci siamo messi alla caccia dei certificati di battesimo e di matrimonio. Abbiamo anche consultato un censimento del 1841. E’ molto difficile leggere nella scrittura di uno o due secoli fa, a volte è difficile interpretare quello che c’è scritto. Spesso i dati non sono esatti (Pietro diventa Piero, D’Ulivo D’Olivo, gli anni vengono conteggiati approssimativamente, un po’ come fanno ancora gli anziani). Prima di un certo periodo i documenti sono in latino. Per fortuna c’era il ragazzo, un fenomeno nell’individuazione del nome D’Ulivo in mezzo a centinaia di parole incomprensibili e generoso nel darci dritte importanti. Alla fine siamo riusciti a risalire al certificato di battesimo del nostro avo Pietro, nato il 5 giugno 1715, figlio di Giovanni, figlio del fu Pietro (foto). Dunque, il babbo e il nonno di Pietro (Pietro anche lui) hanno vissuto nel 1600, sempre nella parrocchia di Castellare di Pescia. Siamo usciti entusiasti. Al prossimo giro contiamo di andare avanti nella scala dei nostri avi (il bibliotecario ci ha detto che potremmo arrivare al 1400) e di ampliare le nostre notizie (che lavoro facevano, se sapevano leggere o scrivere, ecc.).

mercoledì 9 aprile 2008

Jelinek - La pianista

Perché ho comprato La pianista di Elfriede Jelinek? Forse perché ne è stato tratto un film, di cui si vede anche una foto in copertina? Non è da me! Non lo ricordo, ma talvolta si fanno scelte casuali azzeccatissime. E io sono proprio contento di aver letto questo libro (come al solito in questi casi: divorato) perché diverso da tutti quelli che ho letto, soprattutto da un punto di vista stilistico. etafore continue, eppure non le sopporto, io, le metafore. Cambi di registro stilistico. E poi sesso, e poi ancora: introspezione psicologica. E poi: violenza. E poi: comicità. E ancora: disperazione. E poi… (perché, perché l’ho comprato? Come ho scoperto la Jelinek?...)
La ricerca spasmodica e frustrante della vita e di un'identità sessuale, fra autolesionismo e voyerismo, spingono una quarantenne insegnante di pianoforte negli squallidi peep-show della periferia viennese, nei cinema a luci rosse o tra le siepi del Prater, prima di rientrare a casa, sotto le lenzuola del letto che condivide con la tirannica madre. Al centro della narrazione il tormentato rapporto di forza tra le due che trasformerà in catastrofe sadomasochistica il tentativo della donna di legarsi a un suo allievo. "La pianista" è il romanzo più conosciuto di Elfriede Jelinek, premio Nobel per la letteratura nel 2004. (bol.it)
"…I sentimenti dell’insegnante spirano in alto, una tiepida corrente ascendente. In realtà Kemmler non ha proprio nessuna voglia, ma deve, perché è questo che si vuole da lui. Stringe i ginocchi come uno scolaretto imbarazzato. La donna smania sulle sue cosce e implora pietà e ferocia. Come potremmo stare bene adesso! Fasci di carne sbattono sul pavimento. Erika Kohut pronuncia una dichiarazione d’amore che poi consiste in una elenco di noiose richieste, di patti ben congegnati, di accordi ripetutamente confermati. Kemmler non concede il proprio amore, non dice oplà tanto in fretta. Non è cosa che si concluda in quattro e quattr’otto, quella. Erika spiega fino a che punto è disposta a spingersi a queste o quelle condizioni e invece Kemmler progetta di fare al massimo un giro per il Rathauspark senza correre troppo. La prega: non oggi, la prossima settimana! Allora avrò più tempo. Vedendo che le sue preghiere non sortiscono alcun effetto, comincia a toccarsi di nascosto, ma in lui tutto rimane come morto. Questa donna lo trascina in uno spazio che lo risucchia, dove il suo arnese, sebbene molto richiesto, non mostra alcuna reazione. Kemmler tira, picchia, scuote istericamente. Lei non si è ancora accorta di nulla e si scaglia su di lui come una slavina d’amore. Comincia già a singhiozzare, ritratta alcune delle cose appena dette e in cambio ne promette altre migliori. Si sente infine liberata! Senza alcun entusiasmo Kemmler si gingilla col suo basso ventre, gira e rigira il pezzo da lavorare e lo batte con arnesi di ferro. Sprizzano scintille…" Oltre a La pianista (del 1983) la Jalinek ha scritto tra l’altro Le amanti 1975 La voglia 1985 Voracità 2005