sabato 9 febbraio 2008
Celine - Morte a credito
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mercoledì 6 febbraio 2008
Generazioni (di Assia Lazzerini)
Sono le 7:20 di mattina. È praticamente buio ancora e sono in stato comatoso.
Per la strada automobilisti incazzati si fermano ai semafori, mentre le luci notturne cominciano a spegnersi.
Attraverso la strada, quasi a costo della vita, e mi metto ad aspettare l’autobus.
Se sono da sola mi metto nell’angolo il più lontano possibile da tutti.
Buio.
Fiamma.
Buio.
Prima boccata. Le labbra sembrano accendersi a ritmo delle boccate.
La gente che passa mi guarda male.
In realtà li vedo solo i piedi perché ho il cappello tirato giù, ma capisco che mi fissano con un misto tra disprezzo e curiosità.
Sigaretta in mano, cappello nero con i teschi sugli occhi, cappuccio tirato su, giubbotto nero pantaloni scuri e scarpe nere.
Questo basta alla gente per etichettarmi: poco raccomandabile.
Mi specchio nei vetri di macchine e autobus, da lontano, quasi avessi paura di riconoscermi.
Brutta.
Una goccia colpisce il mio riflesso e in un attimo son liquefatta e trasportata via.
Mi tocco il naso per assicurarmi che sia ancora lì. Guardo in su e un gocciolone mi colpisce in pieno viso. Comincio a imprecare sottovoce e finalmente arriva il 6.
Dopo un paio di fermate sale una vecchietta.
Mi spiaccico contro la parete dell’autobus per farla passare.
E lei, pestando me e lo zaino, arriva davanti ad un gruppo di 4 sedili dove sono spalmati 4 o 5 miei amici.
La signora prima li guarda male e poi dice
“ Ragazzi, questo è il vostro ego, che tutte le mattine vi stravaccate sui sedili e che lasciate lo zaino ovunque. Siete davvero poco sopportabili.” Io, che fino a quel momento avevo Sean Paul sparato a tutta nell’orecchio, mi giro sentendo quella sega elettrica che taglia il berillio, la bella voce della vecchietta “ Poi queste signorine che ascoltano musica e fumano da mattina a sera. La musica poi tenuta a volume altissimo…” Fa un sospiro in ricordo dei bei tempi andati, e si guarda intorno.
Parlava con quella voce stridula, grattugiata nel limone che mi fa salire un nervoso assurdo, non so trattenermi “Oh signora, sa com‘è” dico con voce piena di pietà per questa povera signora a cui tocca sopportarci “Noi siamo il futuro del mondo, e ci tocca andare a scuola ma se si potesse evitare sarebbe meglio, insomma una tortura in meno… per noi ma anche per lei che potrebbe prendere l’autobus in pace senza zaini né musiche a tutto volume…” Faccio una piccola pausa teatrale “ E io la invidio sa? Lei che davvero non ha un benemerito cazzo da fare se non venire alle 7:30 la mattina a fa’ la predica a noi…” lo dico con tale naturalezza che la signora ci resta male, ma gli altri scoppiano a ridere.
Non faccio in tempo a smettere di sorridere che una signora di mezz’ età stavolta mi urta e fa “ Con questi zaini… E levateli di mezzo… questo mezzo distrutto di chi è?”
“ Mio” dico cercando di non perdere la calma.
“e allora levalo che non si passa!”
“ sa, signora c’è tanto posto in quest’autobus che quasi quasi ballo un po’ di can-can… si unisce a me signora?”
“ ma come ti permetti?” E facendomi insultare, scendo.
Guardo il cellulare, troppo presto per entrare.
Vedo il mio riflesso, mi volto immediatamente, ne ho quasi paura.
Arrivo al portone e accendo un’ altra sigaretta e non faccio in tempo a chiudere il pacchetto che l’Alessandra me n’ha già presa una.
L’accende, dà un tiro.
“Cazzo, dovrei smettere di fumare così tanto…” e dà una boccata.
Entriamo facendoci inghiottire da questo posto che sarà casa nostra per i prossimi 5 lunghi anni. O 6, come dice l’Alessandra.
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sabato 2 febbraio 2008
San Salvi/ 5
L'ambiente assai vecchio e malandato non aveva niente di ospedale, ma poteva assai meglio definirsi una cosa a metà fra il carcere borbonico e un vecchio ospizio; vecchi pavimenti logori di mattoni sporchi, le porte assai pesanti e tutte senza maniglie, in quanto gli infermieri aprivano e chiudevano continuamente tutto al loro passaggio con una grossa chiave lucida dal continuo uso; i servizi igienici altro non erano se non vecchie latrine, senza acqua, con monti di escrementi, naturalmente senza porta; gli infermieri passavano continuamente la segatura da una stanza all'altra nel vano tentativo di ridurre al minimo la sporcizia che regnava dovunque. Le finestre erano piuttosto ampie, protette da solide grate, gli scuri assicurati da un marchingegno che permetteva l'accostamento ad angolo, tramite una grossa bacchetta di ferro, chiusa a chiave anche quella, per permettere un lieve passaggio di aria ma impedendo nello stesso tempo di aprirla totalmente.
Luigi Mariotti, Ministro della Sanità nel 1967: Abbiamo oggi degli ospedali che assomigliano a veri lager germanici, a delle vere e proprie bolge dantesche; i malati di mente, secondo la vecchia legge 1904, sono considerati uomini irrecuperabili e sono schedati secondo un principio medievale nel casellario giudiziale come fossero rei comuni.
Giorgio Coda, psichiatra: l’essenziale è disporre di buoni medici, coscienziosi, che respingono la vecchia e comoda sentenza ancora applicata che dice: Diagnosi, pazzo; Prognosi, infausta; Terapai, nessuna.
Prof. Mossa (Collegno): detesto le chiavi, le grate, le porte sprangate; in questi ultimi tempi abbiamo demolito centinaia di tonnellate di grate e cancelli, ma ne restano sempre.
Prof. Aschieri, vicedirettore dell’Ospedale Psichiatrico di Varese: alcuni istituti non possono più dirsi ospedali o manicomi e neppure semplicemente ricoveri, ma veri e propri campi di eliminazione e di sterminio.
Prof Diego De Caro: l’ergoterapia sfugge spesso al controllo sanitario, viene applicata indiscriminatamente ed ha provocato lo sviluppo abnorme, dentro e vicino agli ospedali psichiatrici, di grandi aziende agricole, di officine attrezzatissime, di laboratori del tipo industriale, dove viene occupato un numero sempre crescente di ricoverati, con indubbi vantaggi per gli economisti degli ospedali, ibrido sistema commerciale gabellato per ergoterapia.
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martedì 29 gennaio 2008
San salvi/ 4
Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori
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San Salvi/ 3
E’ vero che ci sono pochi libri, però non manca altro tipo di materiale. Negli anni ’60 l’ospedale psichiatrico Vincenzo Chiarugi (nome ufficiale dal 1924) pubblicava un notiziario sull’attività del manicomio: “settimanale di notizie e opinioni redatto dagli ospiti degli O.P. di Firenze”. Per esempio il n. 20 – anno II del novembre 1964 contiene:
I programmi TV della settimana.
"La voce della Campana” a cura di frà Din Don
Un articolo di un ospite del 4° Reparto Uomini “Perché non tutti i malati scrivono: una proposta”
Invito al disegno. Viene pubblicato un disegno a tema. “Per la prossima settimana provate a disegnare: Il lupo perde il pelo ma non il vizio”
Verbale della riunione del C.S.T. sui problemi quotidiani dell’ospedale
“Sottovoce alle signore” una proposta per cambiare “le vestaglie che ci fanno sembrare dei sacchi”
“Dietro le quinte” una nota sulla vita di comunità di un ospite del 4° Reparto uomini
“Fate da soli le lampade pallone”: istruzioni
Il racconto di una visita al cimitero
“Un premio a chi indovina: rubrica enigmistica”
Ogni anno è abitudine in questo ospedale celebrare il carnevale con una bella festa da ballo nel locale del cinema. A due di esse ho partecipato anch’io e posso dire che sono riuscite benissimo. Allegro l’ambiente, buona l’orchestrina e, quello che più conta per gli ospiti, fornitissimo il bar. Pasticceria e bibite a volontà per tutti. Ora io mi domando: la spesa da sostenere per la festa non è eccessiva, quindi perché in questo ospedale non viene celebrato con una festicciola simile anche San Silvestro?
Gli assistenti del 4° uomini riconoscono che il vitto delle ore 11 è discreto e mangiabile e su questo si sentono poche lamentele. Mentre quello della sera e cioè delle ore 5 tutti reclamano: quello che ci viene dato a desinare ci viene fatto scontare a cena. E allora chiediamo a codesta assistenza di intervenire , perché non si mangia bene una sola ma almeno due o tre volte al giorno. Non chiediamo questo per esigenza ma per assistenza, se siamo degli assistiti assisteteci nel miglior modo.
E così ci siamo soddisfatte nel rivedere dopo tanti anni le care tombe dei nostri genitori, fratelli, mariti e parenti.
Quello che rimane dietro le quinte è l’infermeria del reparto pilota: lì vediamo venti degenti consumare la colazione in piedi nella piccola stanza da bagno fra gomitate e spinte
Oggi ho scoperto:
fino agli anni ’70 perlomeno si praticava l’elettroshock (anche dopo?)
un signore (anni ’80?) usciva regolarmente per andare nel quartiere, al bar; era sempre tranquillo, quando era fuori; quando rientrava cominciava a correre lungo il viale urlando: “Sanità di merda! Bastardi! Assassini!”
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lunedì 28 gennaio 2008
San Salvi/ 2
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sabato 26 gennaio 2008
San Salvi
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mercoledì 23 gennaio 2008
Hrabal - Una solitudine troppo rumorosa
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