sabato 9 febbraio 2008

Celine - Morte a credito

I grandi scrittori sono grandi persone? Louis Ferdinand Auguste Destouches, nome d'arte Celine, 1894-1961, percosso dal padre quando era bambino, invalido di guerra (la prima guerra mondiale), incontra sua moglie negli ambienti della prostituzione, soffre d'insonnia e di fischi continui agli orecchi, guarisce dalla malaria, fa il medico senza stipendio per i poveri che non possono pagarlo, diventa antisemita e scrive anche alcuni pamphlet contro gli ebrei (odiava un po' tutti: arabi, negri, cinesi, capitalisti, comunisti), appoggiando a suo modo la Germania hitleriana. E' difficile non parlare della sua vita pensando ai suoi romanzi: sono tutt'uno. Morte a credito parla di quando era bambino e adolescente; pur essendo stato scritto dopo l'altro suo romanzo, Viaggio al termine della notte, ne è una premessa. E' difficile innamorarsi di un libro senza innamorarsi dello scrittore-uomo. Da questo punto di vista Celine mi mette in grande difficoltà: preferisco vederlo come medico compassionevole e faccio fatica a immaginarlo come razzista, visto che metto i suoi due romanzi ai vertici delle mie letture.
"Morte a credito", pubblicato nel 1936, è il secondo romanzo di Céline, che nelle sue pagine ritorna alla propria infanzia e adolescenza. Cresciuto in un'atmosfera soffocante e carica d'odio, illuminata solo dalle presenze della nonna Caroline e dello zio Eduard, il giovane Ferdinand racconta le proprie esperienze familiari, turistiche, scolastiche, erotiche e di lavoro. (IBS)

mercoledì 6 febbraio 2008

Generazioni (di Assia Lazzerini)

Sono le 7:20 di mattina. È praticamente buio ancora e sono in stato comatoso.

Per la strada automobilisti incazzati si fermano ai semafori, mentre le luci notturne cominciano a spegnersi.

Attraverso la strada, quasi a costo della vita, e mi metto ad aspettare l’autobus.

Se sono da sola mi metto nell’angolo il più lontano possibile da tutti.

Buio.

Fiamma.

Buio.

Prima boccata. Le labbra sembrano accendersi a ritmo delle boccate.

La gente che passa mi guarda male.

In realtà li vedo solo i piedi perché ho il cappello tirato giù, ma capisco che mi fissano con un misto tra disprezzo e curiosità.

Sigaretta in mano, cappello nero con i teschi sugli occhi, cappuccio tirato su, giubbotto nero pantaloni scuri e scarpe nere.

Questo basta alla gente per etichettarmi: poco raccomandabile.

Mi specchio nei vetri di macchine e autobus, da lontano, quasi avessi paura di riconoscermi.

Brutta.

Una goccia colpisce il mio riflesso e in un attimo son liquefatta e trasportata via.

Mi tocco il naso per assicurarmi che sia ancora lì. Guardo in su e un gocciolone mi colpisce in pieno viso. Comincio a imprecare sottovoce e finalmente arriva il 6.

Dopo un paio di fermate sale una vecchietta.

Mi spiaccico contro la parete dell’autobus per farla passare.

E lei, pestando me e lo zaino, arriva davanti ad un gruppo di 4 sedili dove sono spalmati 4 o 5 miei amici.

La signora prima li guarda male e poi dice

“ Ragazzi, questo è il vostro ego, che tutte le mattine vi stravaccate sui sedili e che lasciate lo zaino ovunque. Siete davvero poco sopportabili.” Io, che fino a quel momento avevo Sean Paul sparato a tutta nell’orecchio, mi giro sentendo quella sega elettrica che taglia il berillio, la bella voce della vecchietta “ Poi queste signorine che ascoltano musica e fumano da mattina a sera. La musica poi tenuta a volume altissimo…” Fa un sospiro in ricordo dei bei tempi andati, e si guarda intorno.

Parlava con quella voce stridula, grattugiata nel limone che mi fa salire un nervoso assurdo, non so trattenermi “Oh signora, sa com‘è” dico con voce piena di pietà per questa povera signora a cui tocca sopportarci “Noi siamo il futuro del mondo, e ci tocca andare a scuola ma se si potesse evitare sarebbe meglio, insomma una tortura in meno… per noi ma anche per lei che potrebbe prendere l’autobus in pace senza zaini né musiche a tutto volume…” Faccio una piccola pausa teatrale “ E io la invidio sa? Lei che davvero non ha un benemerito cazzo da fare se non venire alle 7:30 la mattina a fa’ la predica a noi…” lo dico con tale naturalezza che la signora ci resta male, ma gli altri scoppiano a ridere.

Non faccio in tempo a smettere di sorridere che una signora di mezz’ età stavolta mi urta e fa “ Con questi zaini… E levateli di mezzo… questo mezzo distrutto di chi è?”

“ Mio” dico cercando di non perdere la calma.

“e allora levalo che non si passa!”

“ sa, signora c’è tanto posto in quest’autobus che quasi quasi ballo un po’ di can-can… si unisce a me signora?”

“ ma come ti permetti?” E facendomi insultare, scendo.

Guardo il cellulare, troppo presto per entrare.

Vedo il mio riflesso, mi volto immediatamente, ne ho quasi paura.

Arrivo al portone e accendo un’ altra sigaretta e non faccio in tempo a chiudere il pacchetto che l’Alessandra me n’ha già presa una.

L’accende, dà un tiro.

“Cazzo, dovrei smettere di fumare così tanto…” e dà una boccata.

Entriamo facendoci inghiottire da questo posto che sarà casa nostra per i prossimi 5 lunghi anni. O 6, come dice l’Alessandra.

sabato 2 febbraio 2008

San Salvi/ 5

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori.
Qualche appunto da Silvio Pomanti, San Salvi, Anno zero.
I malati venivano fatti alzare alle sei e mezzo. "Ci fanno alzare a quest'ora e ci portano giù per farci tornare qui alle otto di questa sera, sempre chiusi in una stanza; una volta per andare al gabinetto bisognava farsi accompagnare dall'infermiere, per sicurezza; una persona quando è stata in piedi 14 ore al giorno tutte di seguito salvo il pasto, è certamente sfinita, così siamo sicuri che la notte dorme e non rompe i c... Così mi resi conto perchè il giorno avanti avevo veduto molti malati distesi nei corridoi, nelle stanze, fra la segatura, l'orina, credevo che fossero in delirio, che stessero male, invece no erano solo sfiniti, non potevano stare a letto e si sdraiavano per terra, fra le cicche, gli sputi, e peggio ancora, qualcuno seminudo; questo accadeva in Italia nell'ottobre1966.

L'ambiente assai vecchio e malandato non aveva niente di ospedale, ma poteva assai meglio definirsi una cosa a metà fra il carcere borbonico e un vecchio ospizio; vecchi pavimenti logori di mattoni sporchi, le porte assai pesanti e tutte senza maniglie, in quanto gli infermieri aprivano e chiudevano continuamente tutto al loro passaggio con una grossa chiave lucida dal continuo uso; i servizi igienici altro non erano se non vecchie latrine, senza acqua, con monti di escrementi, naturalmente senza porta; gli infermieri passavano continuamente la segatura da una stanza all'altra nel vano tentativo di ridurre al minimo la sporcizia che regnava dovunque. Le finestre erano piuttosto ampie, protette da solide grate, gli scuri assicurati da un marchingegno che permetteva l'accostamento ad angolo, tramite una grossa bacchetta di ferro, chiusa a chiave anche quella, per permettere un lieve passaggio di aria ma impedendo nello stesso tempo di aprirla totalmente.

Luigi Mariotti, Ministro della Sanità nel 1967: Abbiamo oggi degli ospedali che assomigliano a veri lager germanici, a delle vere e proprie bolge dantesche; i malati di mente, secondo la vecchia legge 1904, sono considerati uomini irrecuperabili e sono schedati secondo un principio medievale nel casellario giudiziale come fossero rei comuni.

Giorgio Coda, psichiatra: l’essenziale è disporre di buoni medici, coscienziosi, che respingono la vecchia e comoda sentenza ancora applicata che dice: Diagnosi, pazzo; Prognosi, infausta; Terapai, nessuna.

Prof. Mossa (Collegno): detesto le chiavi, le grate, le porte sprangate; in questi ultimi tempi abbiamo demolito centinaia di tonnellate di grate e cancelli, ma ne restano sempre.

Prof. Aschieri, vicedirettore dell’Ospedale Psichiatrico di Varese: alcuni istituti non possono più dirsi ospedali o manicomi e neppure semplicemente ricoveri, ma veri e propri campi di eliminazione e di sterminio.

Prof Diego De Caro: l’ergoterapia sfugge spesso al controllo sanitario, viene applicata indiscriminatamente ed ha provocato lo sviluppo abnorme, dentro e vicino agli ospedali psichiatrici, di grandi aziende agricole, di officine attrezzatissime, di laboratori del tipo industriale, dove viene occupato un numero sempre crescente di ricoverati, con indubbi vantaggi per gli economisti degli ospedali, ibrido sistema commerciale gabellato per ergoterapia.

martedì 29 gennaio 2008

San salvi/ 4

Riassunto delle puntate precedenti. Un precario della Pubblica Amministrazione, condannato a vita a lavorare in un ufficio dell'ex-manicomio di Firenze, sogna di essere uno scrittore e cerca materiale relativo all'ospedale psichiatrico come spunto per il suo primo romanzo, pubblicando i propri appunti per i suoi quattro lettori
Nel 1904 fu prodotta una legge che regolerà la materia psichiatrica per gran parte del secolo. Secondo questa legge "debbono essere custodite e curate le persone affette da alienazione mentale, quando siano pericolose a sé o agli altri o riescono di pubblico scandalo o non possano essere custodite o curate fuorché nei manicomi". E forse come definizione non era neanche male, per quei tempi. Nella realtà però non si ricorreva all'internamento solo in questi casi estremi. Infatti, nel periodo 1901-1910 entrarono in manicomio più di 8000 persone e all'inizio degli anni '60 SanSalvi consta di 17 reparti e 1642 posti letto (in realtà i ricoverati erano di più). Consideriamo che il manicomio serviva solo la provincia di Firenze. Il soggetto malato, una volta entrato in manicomio, perde ogni diritto civile. Dimesso, è comunque discriminato per sempre. Almeno che non sia ricco e possa permettersi case di cura private, evitando così la perdita dei diritti civili. La funzione predominante della struttura manicomiale è la custodia dei soggetti, secondaria invece è la cura. I locali vengono suddivisi per tipologia di malato: agitati, pericolosi, abili a svolgere un lavoro ecc. Era il giudice, non il medico, non l'ospedale, a permettere la dimissione del malato (stavo per scrivere: detenuto). L'articolo 50 prevedeva che un parente firmasse l'uscita del malato. E chi non aveva parenti? Poteva firmare un amico. Solo che si era diffusa l'idea che se poi il "guarito" commetteva una follia il giudice sarebbe andato a ripescare il firmatario e gliel'avrebbe fatta pagare. Così nessuno firmava e i poveretti rimanevano dentro.

San Salvi/ 3

E’ vero che ci sono pochi libri, però non manca altro tipo di materiale. Negli anni ’60 l’ospedale psichiatrico Vincenzo Chiarugi (nome ufficiale dal 1924) pubblicava un notiziario sull’attività del manicomio: “settimanale di notizie e opinioni redatto dagli ospiti degli O.P. di Firenze”. Per esempio il n. 20 – anno II del novembre 1964 contiene:

I programmi TV della settimana.

"La voce della Campana” a cura di frà Din Don

Un articolo di un ospite del 4° Reparto Uomini “Perché non tutti i malati scrivono: una proposta”

Invito al disegno. Viene pubblicato un disegno a tema. “Per la prossima settimana provate a disegnare: Il lupo perde il pelo ma non il vizio”

Verbale della riunione del C.S.T. sui problemi quotidiani dell’ospedale

“Sottovoce alle signore” una proposta per cambiare “le vestaglie che ci fanno sembrare dei sacchi”

“Dietro le quinte” una nota sulla vita di comunità di un ospite del 4° Reparto uomini

“Fate da soli le lampade pallone”: istruzioni

Il racconto di una visita al cimitero

“Un premio a chi indovina: rubrica enigmistica”

Ogni anno è abitudine in questo ospedale celebrare il carnevale con una bella festa da ballo nel locale del cinema. A due di esse ho partecipato anch’io e posso dire che sono riuscite benissimo. Allegro l’ambiente, buona l’orchestrina e, quello che più conta per gli ospiti, fornitissimo il bar. Pasticceria e bibite a volontà per tutti. Ora io mi domando: la spesa da sostenere per la festa non è eccessiva, quindi perché in questo ospedale non viene celebrato con una festicciola simile anche San Silvestro?

Gli assistenti del 4° uomini riconoscono che il vitto delle ore 11 è discreto e mangiabile e su questo si sentono poche lamentele. Mentre quello della sera e cioè delle ore 5 tutti reclamano: quello che ci viene dato a desinare ci viene fatto scontare a cena. E allora chiediamo a codesta assistenza di intervenire , perché non si mangia bene una sola ma almeno due o tre volte al giorno. Non chiediamo questo per esigenza ma per assistenza, se siamo degli assistiti assisteteci nel miglior modo.

E così ci siamo soddisfatte nel rivedere dopo tanti anni le care tombe dei nostri genitori, fratelli, mariti e parenti.

Quello che rimane dietro le quinte è l’infermeria del reparto pilota: lì vediamo venti degenti consumare la colazione in piedi nella piccola stanza da bagno fra gomitate e spinte

Oggi ho scoperto:

fino agli anni ’70 perlomeno si praticava l’elettroshock (anche dopo?)

un signore (anni ’80?) usciva regolarmente per andare nel quartiere, al bar; era sempre tranquillo, quando era fuori; quando rientrava cominciava a correre lungo il viale urlando: “Sanità di merda! Bastardi! Assassini!”

lunedì 28 gennaio 2008

San Salvi/ 2

Nel 1885 una Commissione Speciale eletta dal consiglio provinciale di Firenze scelse l'area adiacente al Monastero di San Salvi (poi chiesa di San Michele a Salvi) per erigere il nuovo ospedale psichiatrico fiorentino poiché quello posto in via San Gallo (oggi la Questura) non era più sufficiente. Nel 1887 partirono i lavori della cittadella, sotto la direzione dell'architetto Giacomo Foster e la supervisione dello psichiatra Augusto Tamburini. Fu progettato per ospitare 700 persone e l'unico edificio preesistente, Villa Fabbri, risale al XV secolo (oggi è abbandonato, ne è prevista la ristrutturazione), quindi quella che è ora una città dentro la città era allora campagna. La cittadella era concepita per essere un luogo di cura e non di segregazione. Anche la struttura doveva avere una funzione terapeutica, con i luoghi che si trovavano nella vera città: chiesa, giardini, colonia agricola, laboratori artigianali (non so se già all'epoca c'erano il teatro, la centrale termica...). I padiglioni che caratterizzano l'ospedale sono tutti collegati tra loro: al pian terreno, nei sotterranei, al piano superiore (questo favoriva per esempio i traslochi, visto che non c'erano ancora gli ascensori). Nel 1891 fu inaugurato il nuovo ospedale. (Con una efficienza nettamente superiore a quella che porterà un secolo dopo allo smantellamento del manicomio: la legge Basaglia che sancisce la chiusura dei manicomi è del 1978, la chiusura dell'ospedale psichiatrico è del 31 dicembre 1998). Queste notizie si trovano in D. Lippi, San Salvi, Storia di un manicomio, Olschki

sabato 26 gennaio 2008

San Salvi

Da qualche anno lavoro in un ufficio dell'ASL all'interno dell'ex-manicomio provinciale di Firenze, San Salvi, una piccola città dentro la città nel quartiere di Campo di Marte. In questa cittadina ci sono alcuni uffici dell'ASL, una compagnia teatrale, due scuole, una biblioteca, alcuni edifici occupati, alcune residenze sanitarie, Vigilandia (dove si fa educazione stradale ai bambini). La mia scrivania, presumo, si trova in una ex camerata di ricoverati. Sto cercando di scrivere un romanzo su un ex-manicomio, San Salvi è lo spunto, anche se non viene mai nominata perché mi interessa questo posto come luogo di sofferenza e di ingiustizia, non l'ospedale in sé. Probabilmente gli altri ex-manicomi d'Italia assomigliano a questa città. Ho scritto diversi racconti, alcuni pubblicati sul blog (Fantasmi, Carni, Il funerale), il cui elemento comune è il manicomio. Spero di produrne ancora e di riuscire a dare un'organicità al tutto. Ho pensato che mi potrà essere d'aiuto leggere la storia, e le storie, di San Salvi. Non voglio fare una ricerca vera e propria, il mio scopo non è scrivere un saggio. Cercherò di sapere più di quello che so sulla vita del manicomio e spero che questo mi aiuti a scrivere storie. Sono andato a cercare in biblioteca. E' al primo piano di uno dei padiglioni, le stanze sono grandi e piene di luce, al contrario della mia stanza, dove non batte mai il sole e abbiamo ancora le sbarre alle finestre. La bibliotecaria è una dipendente dell'Asl, è molto gentile e aiuta volentieri i visitatori (pochi, credo) della biblioteca, specializzata in testi di psicologia e psichiatria. Le ho presentato una piccola lista di testi, lei me ne ha fatti vedere anche altri. Alcuni sono in visione ad un'associazione di quartiere che sta facendo una ricerca in vista della trasformazione che sta avvenendo e avverrà nei prossimi anni. I testi sono davvero pochi, credo che non superino la decina, comprese un paio di tesi di laurea. Mi informerò, ma credo che sia tutto qui, che non ci sia un servizio di informazione, di archivio storico, foto, testi, nomi dei ricoverati, dati, statistiche (dico le prime cose che mi vengono in mente). Forse il materiale è sparso qua e là nell'archivio dell'Asl. Forse non c'è più niente? Spero di no.

mercoledì 23 gennaio 2008

Hrabal - Una solitudine troppo rumorosa

Sei mesi prima della nascita di Hrabal successe questo fatto: "Una domenica Mara tornò a casa e disse ai genitori che aspettava un bambino e che il tizio con cui stava non la voleva. Il collerico nonno Tomàs prese lo schioppo dall'armadio e poi cacciò Mara in cortile e gridò: in ginocchio, che ti sparo! La nonna Katerina servì la minestra di fagioli, uscì in cortile e disse: smettetela e venite a mangiare o si raffredderà!" Forse è in questo episodio, io la vedo qui, l'origine della sua scrittura tragicomica, nella quale gli avvenimenti drammatici si accostano con musicalità alla banalità del quotidiano. Da trentacinque anni Hanta/Hrabal lavora alla carta vecchia, pressa carta vecchia e libri, e si istruisce "contro la sua volontà", e legge, e mette da parte, e legge, e scrive il suo miglior libro (poi anche film) un po' come se lavorasse nel magazzino della carta da macero, forse c'è un po' di confusione, e tanta poesia, nelle sue pagine, e tanta istruzione non accademica nella sua testa, di Bohumil Hrabal, ceco, volato giù dal quinto piano di un ospedale praghese il 3 febbraio nel 1997.
A Praga, nelle viscere di un vecchio palazzo, un uomo, Hanta, lavora da anni a una pressa meccanica trasformando libri destinati al macero in parallelepipedi sigillati e armoniosi, morti e vivi a un tempo, perché in ciascuno di essi pulsa un libro che egli vi ha imprigionato, aperto su una frase, un pensiero: sono frammenti di Erasmo e Laozi, di Hölderlin e Kant, del Talmud, di Nietzsche, di Goethe. Professionista per necessità della distruzione dei libri, Hanta li ricrea incessantemente sotto forma di messaggi simbolici, rinnovando a ogni istante il prodigio del pensiero creativo che sgorga spontaneo al di là e nonostante i modelli canonici della società e della cultura. (Einaudi.it) Altre sue opere (case editrici: Einaudi, e/o, Guanda): Treni strettamenti sorvegliati Ho servito il re d'Inghilterra Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare Le nozze in casa La tonsura Vuol vedere Praga d'oro? Paure totali Un tenero barbaro L'uragano di novembre La cittadina dove il tempo si è fermato