lunedì 31 dicembre 2007
Vini d'annata
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sabato 29 dicembre 2007
Saviano - Gomorra
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martedì 25 dicembre 2007
Pranzo di Natale
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domenica 23 dicembre 2007
Adozioni (di Homo faber)
Sapete qualcosa dei sensi di colpa? No, non ne sapete nulla, perché ciò che potete aver provato è nulla se comparato all’ineffabile tormento che fece di tutta la mia adolescenza un inferno prematuro. Penserete forse che l’insicurezza tipica di quell’età ne fosse la causa, o l’oppressione di un Super-Io particolarmente severo, o qualche altro complesso che un buon psicologo avrebbe potuto facilmente identificare e perfino curare. Macché. La colpa c’era eccome, il peccato era più che reale e si ripeteva con tanta frequenza che poco durava il pentimento, ancor più fugace era il buon proposito, e già era pronta la ricaduta, inevitabile perché troppo pressanti le tentazioni. C’è chi si è cavato gli occhi per molto meno! L’unico antidoto, ciò che mi permise di sopravvivere, fu la rinuncia ad ogni resistenza, l’accettazione del mio destino alla maniera di un eroe greco, di un Aiace che dallo scoglio irride Nettuno, di un Prometeo che sfida la collera degli dei, e a quel punto era il peccato a dare senso e valore alla mia esistenza, era la consapevolezza di un’eterna dannazione ad accomunarmi a quegli eroi.
Ma un giorno, al raggiungimento della mia maggiore età, mio padre, mio padre per modo di dire, vuole parlarmi, mi invita ad entrare nel suo studio, mi fa sedere davanti a lui e con il tono grave che la circostanza impone mi rivela che sono stato adottato e che quindi non sono suo figlio, né di colei che ho sempre chiamato mamma, né ho rapporti di parentela con quelle che ritenevo le mie due sorelline, trasformando la solenne epicità dei miei incesti sublimi, nel volgare squallore dei quotidiani amplessi con una vecchia bagascia e quelle troiette delle sue figlie.
C’era da perderci la testa, ed io rischiavo effettivamente di perderla, dapprima nel più completo smarrimento, poi nella ricerca affannosa della famiglia autentica, che sono riuscito un giorno a rintracciare, finalmente felice fra le braccia della mia vera madre, nel tenero affetto delle mie vere sorelle. Fratelli non ne ho, ma tanto sono eterosessuale di stretta osservanza.
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mercoledì 19 dicembre 2007
Blu (Assia Lazzerini)
E’ incredibile come le parole facciano più male di tutte le altre cose.
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domenica 16 dicembre 2007
Due splendidi spettacoli
In due giorni mi sono visto due splendidi spettacoli. Il primo, drammatico e a tratti divertente, al Fabbricone di Prato: Gomorra. E' la trasposizione teatrale del libro di Saviano e credo che stia girando per tutta Italia. L’altro è di una compagnia di giovani attori (Distilleria Teatrale Cecafumo, www.distilleriateatrale.it ): Gabbato lo santo. In due settimane hanno intervistato i cittadini di Serre di Rapolano e poi in due giorni hanno messo in piedi uno spettacolo esilarante grazie alla “sceneggiatura” dei serrigiani. (Qualcosa di simile, da quello che ho capito, faranno a Prato con Gli omini, il 18 gennaio al teatro Magnolfi) Il tutto con 15 euro (10 Gomorra e 5 Gabbato lo santo). Non sempre il teatro, anche quello di alto livello, ha dei costi proibitivi.
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sabato 15 dicembre 2007
Racconto - Natale ti amo natale ti odio
Entro in auto in via Gioberti, è tutta luminarie, lampadine, luci, lucine, insegne, addobbi, festoni, ghirlande, coccarde, palle, palline, mi si contrae l’intestino, i muscoli della pancia, devo comprare i regali, non posso sfuggire, pacchi, pacchetti, fiocchi, provo ad avventurarmi nella strada, meglio sarebbe dire, sono costretto dalla folla a entrarvi, perché, fosse per me, scapperei subito, è piena di gente, ci sono tante persone che conosco, gente mai vista, parenti, vecchi compagni di classe, vecchie amanti, amanti vecchie, amici, amiche, conoscenti, il fratellone, le zie, nonno Gino, gente famosa, scrittori, saramago, irvinewelsh, attori, gassmann, tomcruise, a quelli che mi stanno accanto dico, o vorrei dire, ma guarda, guarda un po’, tutte queste persone famose, in questa via, proprio qui, ma la gente, conosciuta o sconosciuta, non mi sta a sentire, è indifferente alle mie parole, al mio dolore, io glielo dico, sto soffrendo, non riesco ad uscire di qui, provo a scappare nella prima via laterale, il flusso mi respinge dentro, ora sono in auto, ma guido da dietro, sì, sono sul sedile posteriore e cerco di guidare, non arrivo al freno, all’acceleratore, la manopola del cambio è lunghissima, si piega tutta, mi rimane in mano, l’auto è incontrollabile, salgo sui marciapiedi, sbatto contro i pali, vorrei suonare il clacson, proseguo, mi ritrovo a piedi, mi guardo i piedi, ho dimenticato le scarpe, sono in ciabatte, tutti mi guarderanno ora, mi scherniranno, bisogna che vada via, torni indietro, che vergogna, ho un appuntamento, sono in ritardo, ho perso l’autobus, sono più delle nove, farò tardi a scuola, c’è l’esame, non ho studiato, ripeterò l’anno, dove sono gli appunti, non ho fatto la versione, devo copiarla, mai una volta che sia pronto, eppure pensavo di aver finito la scuola, invece no, eccomi nel corridoio, la maestra delle elementari, Matteo delle superiori, i miei colleghi di lavoro, tutti tranquilli, io preoccupato, quanta gente in questa strada, sembra di essere a Certaldo, dove sono i giocolieri, i trampolieri, gli sputafuoco, devo farmi largo, largo!, largo!, largo! urlo ma l’urlo rimane in gola, non riesco a sputar fuori niente, la lingua è incancrenita, i muscoli non si muovono, voglio correre, correre, correre, ma non ce la faccio, è pieno di cani, cani puzzolenti dei punkabbestia, perché li hanno fatti entrare questi schifosi, e a me non volevano far entrare con la mia cagnolina, vogliono mordermi, mi sono dietro, provo a correre, non ce la faccio, non riesco a tirar su le gambe, a sollevarle da terra, loro sono velocissimi, stanno per agguantarmi, dovrei saltare il cancello, come quella volta, qualcuno mi guarda, perché non mi aiutano, non hanno paura anche loro?, scivolo, sono in terra, oddio, mi sbraneranno, ancora non sono arrivati, nonostante siano così veloci, forza, mi tiro su con una mano, che fatica, però vado su tutto, sì, tutto, mi sollevo tutto da terra, sono sospeso in aria, staccato dal marciapiede, tra le gambe della gente, ora ce n’è poca, ma io mi alzo sempre di più, che sensazione, volo, distendo le braccia e volo, sono sopra di loro, continuano a guardarmi indifferenti, ma chi sa volare?, dovrebbero ammirarmi, vedo tutti dall’alto in basso, sotto di me i campi, gli ulivi, via la gente, via le luci, sorrido, è tutto buio, solo le stelle, rido felice, urlo al vento.
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lunedì 10 dicembre 2007
Racconto - Carni
Si muovono sempre in coppia, decenni e decenni sempre insieme, le stesse persone, le stesse parole, gli stessi gesti, le stesse domande. Non si rincorrono, non urlano, non tremano, non si picchiano, forse lo hanno fatto quando erano giovani, quando i muscoli erano efficienti, gli ormoni galoppavano senza sosta dentro il loro corpo e i pensieri dentro la loro mente, se per qualche attimo sono riusciti a fuggire alle corde dell’oppressione, o della salvezza, alle camicie di forza della mancanza di umanità, o di alternative, ai lucchetti dell’indifferenza, o della disperazione, ora non più, i muscoli sono flaccidi, i pensieri inscatolati, gli ormoni azzerati, forse anche loro un tempo su è giù lungo questi corridoi a imprecare, insultare, picchiare, forse anche loro qualche volta seduti accanto carezzandosi le ferite, non posso chiederglielo, ora che camminano lungo il viale d’alberi senza foglie, con un cappotto troppo piccolo per ripararli dal vento che entra nei loro pigiami, non posso fare domande, non hanno più risposte, se mai le hanno avute, quello che vorrei sapere è se anche loro, chissà, eh, chissà se anche loro, come me, li vedono, li sentono, magari li toccano, o ne sentono l’odore, ah! se potessi sentirne l’odore, sfiorarne per un attimo la pelle, forse non mi basta vederli e sentirli per comprendere due morti che continuano a vivere in mezzo ai vivi, non mi basta ascoltare le loro voci, guardare le loro mani, forse ho bisogno di fiutare il loro sudore, ho bisogno di toccare le loro carni, chissà se questi due uomini che ora camminano lenti a braccetto trascinandosi dietro l’un l’altro riescono a vederli, sentirli, annusarli, toccarli, vorrei chieder loro: li conoscete, sono stati vostri vicini, amici, compagni, sapevate già il loro destino, e il vostro, ma no no no, come possono saperlo, se neanche i morti conoscono il loro, figuriamoci, però, però, però il coraggio vorrei trovarlo, quando nessuno dei miei colleghi ascolta le nostre conversazioni, quando siamo soli noi tre in attesa di una bevanda calda che riscaldi il corpo infreddolito da muri ammuffiti e pavimenti umidi, quando mi parlano come se fossi davvero in grado di parlare loro, io no, io non posso penetrare le loro parole, i loro visi, i loro pensieri, non posso scoprire il loro passato, posso solo vederli mentre camminano insieme, vagano insieme in queste stanze che non sono più le stesse, ma loro sembrano non vederlo, continuano a vedere infermieri e medici, uno dei due, quello che sempre precede l’altro, e lo trascina, e lo comanda, mi si avvicina e si lamenta del mal di schiena e di come non lo hanno curato bene e le punture, le punture, gliele hanno date, sì, le punture, sì, ma non hanno alleviato, come sempre, il suo dolore, ci sono solo pochi giorni di felicità nei loro anni, ed è quando abbandonano le stanze ammuffite, i corridoi lunghi, le grate di ferro, i viali alberati, e tornano a casa, tornano bambini forse, forse solo da bambini hanno goduto della libertà di costruirsi il presente, e di vivere la vita con i propri muscoli, i propri ormoni, i propri pensieri, prima che fossero annichiliti dai pensieri di altri, i pensieri di gente che ha deciso per loro, ha segnato la loro strada, ma presto tornano qui, questi vecchietti dagli occhi talvolta ancora vivi, benché sarebbe stato meglio per loro se non avessero visto i loro occhi, ascoltato le loro orecchie, sentito le loro carni, sempre insieme perché non possono fare a meno l’uno dell’altro, e quando morirà uno morirà l’altro e forse anche loro, vorrei che non fosse così, vorrei che potessero fuggire almeno da morti, forse anche loro da quel momento si ritroveranno qui a dire le stesse cose, a fare le stesse cose, a pensare le stesse cose, non sapranno niente del loro futuro e il loro futuro sarà questo presente, senza pelle e senza carne, senza tatto e senza odore, ma sempre qui, sempre chiusi, sempre incatenati, sempre uguali, uguali, uguali.
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martedì 4 dicembre 2007
Gli spilli (Un'amica che scrive ogni tanto)
Era andata più o meno così. Abitavamo in un’unica stanza a piano terra con il bagno ritagliato in un angolo e un fornello a gas con il frigo dietro a una tenda, un letto matrimoniale appoggiato alla parete davanti alla porta e di lato un armadio antico che sembrava in attesa di essere trasferito in un luogo più consono al suo stato. Una stufa a gas con le ruote era l’unica fonte di calore, ma il suo raggio di azione era limitato e così ce la portavamo dietro come un cucciolo di cane. La stanza aveva una sola finestra con una grata rugginosa che dava su un cortile, nel cortile si aprivano le porte di una sartoria. La finestra era accanto alla porta del bagno e noi appoggiavamo sul davanzale saponi e bagno schiuma, mollette e rasoi, allungavamo una mano e tutto era lì in quel metro quadro. Un pomeriggio, stavo mettendo ad asciugare un paio di mutande alla grata e la saponetta, che chissà perché tenevo in mano, è scivolata giù nel cortile. Era una saponetta rotonda, profumata ed era l’unica che avevamo. Sono uscita e sono entrata nel cancello accanto, ho percorso il corridoio fino in fondo, ho guardato sotto la finestra e l’ho vista viola sul pavimento polveroso. L’ho raccolta e mi sono punta, ho guardato bene ed era solcata da spilli. L’ho afferrata con due dita sul bordo e l’ho portata in casa. L’ho messa sul davanzale, mi sono seduta e ho aspettato che arrivasse lei. La mia amica era superstiziosa, la fortuna o la sfortuna risiedevano per lei in banali oggetti quotidiani: nella strada si voltava di scatto e se la targa della prima macchina che passava era pari, sarebbe andato bene l’esame, se era dispari faceva in modo di rimandarlo, se mangiava il petto di pollo, prendeva l’osso a forcella e lo lanciava in aria per sapere se nella pancia di sua cugina incinta ci fosse un maschio o una femmina, se nel parco, una civetta cantava la notte, una disgrazia era in agguato per noi o per un vicino. E cosi via. Perdeva tempo dietro a queste storie. Io e lei abitavamo insieme da qualche mese, tutte e due indaffarate fra una biblioteca e un’altra, lavoravamo come cameriere nei bar o nei ristoranti che ci chiamavano al bisogno e correvamo dietro al professore con cui facevamo la tesi perché era incontentabile, affamato di “fonti” e documenti originali, pronto a cancellare mesi del nostro lavoro per capricci storici senza pari.
Lei è entrata ed ha acceso la luce, mi ha chiesto che cosa facessi al buio seduta con le mani in mano, le ho indicato la finestra e le ho detto di guardare. Ha guardato, le ho chiesto di toccare il sapone, lo ha toccato e ha ritratto la mano perché si è punta.
- Che cosa è? – ha gridato
- Non so, l’ho trovata così sul davanzale.
Mi guardava sgomenta, rimanevo seria, rigirava la saponetta fra le mani, comprimevo il riso in fondo alla gola.
Si è seduta e ripeteva – non è possibile -. Io guardavo in su, guardavo in giù, ho chiesto - perché non è possibile, cosa? Non avevo voglia di raccontare lo scherzo, aspettavo che lei ridesse e allora anch’io avrei riso e invece ha detto di aver fatto un sogno la notte, e in quel sogno le mie mani piene di spilli sanguinavano e cercavano lei, la stringevano, la dipingevano di rosso, poi gli spilli volavano via e come lucciole si raggruppavano a sciame, tappezzavano il soffitto e lei rimaneva nuda sotto un cielo di spilli. Ho lanciato uno sguardo in alto e la stanza mi è sembrata più fredda di sempre, ho acceso la stufa sperando che la bombola fosse ancora piena, sono andata verso la finestra e ho guardato il cortile illuminato dalle luci della sartoria, ho visto due teste di donna abbassate sulle macchine da cucire, le ho chiesto se avesse fatto la spesa, ha risposto di no.
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mercoledì 28 novembre 2007
Sarajevo (di Assia Lazzerini)
Non so, una bellezza strana, triste.
Una tristezza impossibile da nascondere.
Gli occhi neri allungati dalla matita nera, sembrano avere un pozzo infinito di tristezza, di paura forse.
La storia di una vita raccontata dalla bellezza di quel sorriso e la tristezza di quegli occhi.
“ Un anno al buio, palle di cuoio, crisi di testa a momenti muoio,
Crisi di nervi, occhiaie verdi ginocchia rotte e a cosa servi?”
Le parole di Fabri Fibra mi rimbombano negli orecchi, a ritmo di rap e a tutto volume.
Sono su un tram scassatissimo, sto andando verso Sarajevo.
Il tram balla sulle rotaie, sembra che ogni volta voglia deragliare.
È tutto scritto, ma non sono graffiti sono pubblicità, una è delle sigarette con un testimonial che mi farebbe smettere di fumare.
Se non fosse per il leggero movimento degli occhi, la donna potrebbe essere immobile.
Le mani in grembo, e le gambe poggiate su un piccolo scalino, ascolta un uomo che mi pare parli in arabo e mio babbo noto linguista mi dà ragione.
La donna indossa un hijab blu e vedo la bellezza del suo sorriso, il colore dei denti e la forma delle labbra.
Improvvisamente si gira e mi guarda.
Vedo disegnarsi nei suoi occhi la sua vita; in una modesta casupola grigia con tanti bambini e un marito troppo vecchio ed egoista per occuparsi di lei e dei bambini.
Quella che mi era parsa paura non lo era, era stanchezza.
Stanchezza per una vita che non cambia mai, noia per qualcosa che sa che non succederà, rabbia per l’impotenza di cambiare questa vita che non va.
Il tram si ferma, i due scendono e io mi guardo intorno.
Davanti a me ci sono due donne che potrebbero essere madre e figlia con il nipotino.
Quella che sembra la madre tiene in collo il bambino che cerca in tutti i modi di scendere ma la presa della nonna è molto forte.
E’ una donna grossa, vestita tipo manager con un pessimo gusto: gonna verde acceso fino al ginocchio e una maglia nera che non so perché mi sembra una maglia da lutto, che la donna sia vedova.
La più giovane indossa un tailleur grigio, anonimo come quella città in cui vive.
Parlano molto concitatamente, la giovane parla facendo molti gesti e l’altra sembra sempre più scandalizzata.
Dietro ci sono due uomini, puzzano di alcool e sembra che non dormano da qualche giorno.
Sono molto simili tra loro, hanno la tuta da operai e hanno pochi capelli, mal tenuti e tendenti al grigio anche se lo strato di sporco non permette di capirlo bene.
Stanno in silenzio e quando guardo meglio vedo che uno si è addormentato appoggiato al finestrino lurido.
L’altro fuma delle sigarette sarajevske e cerca di tenersi sveglio.
Fuori, la strada è tappezzata di cartelloni di Sebreniça con immagini di donne e ragazze distrutte dal dolore.
Le case sono grigie, il fiume è grigio, il cielo è grigio.
Una città grigia, persone grigie e anonime.
E guardano me, strano coriandolo in un inverno che non vuole finire.
Non hanno ragioni per sorridere, d’altronde che ragioni puoi avere quando i tuoi parenti sono saltati su una mina e pensi che i più fortunati sono i morti?
Guardo fuori e vedo il sole che cerca di districarsi dalla rete delle nuvole, e ne viene fuori solo un raggio troppo piccolo per riscaldare quei cuori da troppo tempo freddi.
Assia Lazzerini
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domenica 25 novembre 2007
Ieri
- […] hai scelto di scappare e di diventare un niente. Un operaio di fabbrica. Perché?
- Perché è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore […] Io credo che per diventare uno scrittore bisogna avere una grandissima cultura. Inoltre bisogna aver letto molto e scritto molto. Non si diventa scrittore dall’oggi al domani
- Io non ho una grandissima cultura, ma ho letto molto e ho scritto molto. Per diventare uno scrittore bisogna solo scrivere. Certo, capita che non si abbia niente da dire. E a volte, anche quando si ha qualcosa da dire, non si sa come dirlo.
- E alla fine che cosa ti resta di ciò che hai scritto?
- Alla fine niente o quasi niente. Un foglio o due con il testo e il mio nome scritto in basso
Agota Kristov Ieri
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venerdì 23 novembre 2007
1904
Nel 1904 il Presidente del Consiglio è Giolitti, a Milano viene proclamato il primo sciopero generale italiano. A Sant Louis si svolge
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giovedì 22 novembre 2007
Pian pianino
Pian pianino la nonna torna alla normalità. Dorme parecchio, non ha voglia di mangiare, vuol tornare a casa (anche se c'è già). Però, anche stavolta, ha fatto una pernacchia a tutti quelli che la pronosticavano alla fine della corsa. Per superare meglio il periodo di convalescenza l'hanno cambiata un po' (abbandonando la vestaglia da samurai a fiori che si vede nella foto): le hanno messo una camicia da notte verde, un golfino chiaro e una mantellina di lana color lavanda. Ha avuto da ridire perché c'era troppo colore, ha sempre portato vestiti scuri perché vedova da 70 anni e passa...
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sabato 17 novembre 2007
Racconto - Un amore
Entro nell’ufficio di Giulio. Batte sulla tastiera, sorride. Cerco di sbirciare. Provo a prendere tempo, per spiare non visto. Lui alza la testa, mi saluta sottovoce. Arrossisco, forse. Chiedo. Risponde gentile. Mi fa cenno di sedere, dalla parte opposta della scrivania. Mi si tendono i muscoli del collo, mi tocco i capelli di scatto, più volte. Accavallo le gambe, metto il gomito sulla coscia, avvicino la mano alla bocca. Simulo tranquillità. Lui spalanca gli occhi, sorride, parla fluido. Non si dilunga, risponde in breve. Ci salutiamo così: accenno una stretta di mano, ma è un movimento minimo. Lui forse non se ne accorge, alza la mano e fa “ciao” come ai bambini. Ciao.
Lo vedo pochi minuti dopo in corridoio. Cammina diretto al bagno. Osservo l’andatura, guardo se le gambe camminano sulla stessa linea, se le natiche sono strette, se tiene il braccio lungo il fianco e la mano leggermente aperta verso l’esterno. Ascolto le parole dei colleghi. Cerco di carpire qualcosa: non parlano di lui. Lo vedo uscire di nuovo. Fingo distrazione. Mi giro a guardare, non c’è più. Mi rammarico per non averlo guardato ancora.
Scarico la posta, vedo il suo nome. Sento calore nel petto, forte. La pancia si contrae. Aspetto, prima di aprire la mail. La guardo tutta, distolgo lo sguardo per prendere fiato. Torno sulla lettera, la leggo d’un fiato. Dice, spiega, chiede. Aspetto a rispondere, indugio. Rileggo. Penso, rispondo. Leggo quello che ho scritto, controllo. Ancora una volta. Ancora un’altra. Scrivo l’indirizzo, scrivo l’oggetto. Rileggo. Invio.
Squilla il telefono. Pronto. Sì, certo, d’accordo. A dopo, ciao.
Entra, sorride, parlo. Parlo, parlo, parlo. Rido, molto. Anche lui. Un caffè, sì, grazie. Usciamo, camminiamo nel corridoio. Offro io. Beviamo. Parliamo, vicini. Gli sfioro il braccio, mi tocca l’altro. Ci guardiamo, per un attimo in silenzio. Rientriamo in ufficio. Proseguiamo nel lavoro, soli. Si fa tardi, è il momento del saluto. Mi alzo, giro attorno alla scrivania. Non parla quasi più, io mi fermo. Prolungo il silenzio, lo guardo. Allungo la mano sul suo viso, lo carezzo. Abbassa lo sguardo, piega appena la testa, rimane fermo. Con la mano lo prendo per la nuca, avvicino il mio corpo al suo, lui resta ancora fermo, appoggio le labbra sulla sua guancia, lui gira leggermente la testa verso la mia bocca. Appoggio con forza la mia bocca sulla sua. Ci incrociamo la lingua, metto una gamba in mezzo alle sue, allungo il braccio sinistro sul suo fianco, alzo subito la sua maglia, metto la mano sulla pelle della sua schiena. Ale, no. Prende fiato, non glielo permetto. Lo stringo, lo bacio. Sì. Mi prende lui per la testa. Mi alza la maglia, mi struscia la mano sulla pancia. Mi alzo. Mi tira giù a sedere. Si inginocchia. Appoggia la testa tra le gambe, gli passo la mano sui capelli. Mi sgancia la cinghia, mi agito, tira giù i pantaloni, deciso. Me li sfilo. Mi spoglio, anche lui. Siamo nudi, ci abbracciamo, in piedi. Mi stringe alla scrivania, passa le mani sul mio fianco, si aggancia alle natiche. Scende. Lo prende, lo tiene con la mano, lo guarda. Mi stringe, succhia. Veloce, lento, veloce. Lecca. Mi guarda, lo guarda. Forte, più forte. Vengo, lecca, chiude gli occhi.
Silenzio. Ci rivestiamo, lo accarezzo, mi bacia sulla guancia. Ci abbracciamo, ci lasciamo. Cammino nel corridoio verso l’uscita. Mi chiedo se mi sta ancora guardando. Arrivo alla porta, mi giro, lui fa “ciao” con la mano. Rido, felice. Ciao, Giulio.
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lunedì 12 novembre 2007
La poesia
Con i versi si fa ben poco, quando li si scrive troppo presto. Bisognerebbe aspettare e raccogliere senso e dolcezza per tutta una vita e meglio una lunga vita, e poi, proprio alla fine, forse si riuscirebbe poi a scrivere dieci righe che fossero buone. Poiché i versi non sono, come crede la gente, sentimenti, sono esperienze. Per un solo verso si devono vedere molte città, uomini e cose, si devono conoscere gli animali, si deve sentire come gli uccelli volano, e sapere i gesti con cui i fiori si schiudono al mattino. Si deve poter ripensare a sentieri in regioni sconosciute, a incontri inaspettati e a separazioni che si videro venire da lungi, a giorni di infanzia che sono ancora inesplicati, ai genitori che eravamo costretti a mortificare quando ci porgevano una gioia e non la capivamo, a malattie dell'infanzia che cominciavano in modo così strano con tante trasformazioni così profonde e gravi, a giorni in camere silenziose, raccolte, e a mattini sul mare, al mare, a mari, e notti di viaggio che passavano alte, rumoreggianti e volavano con tutte le stelle, e non basta ancora poter pensare a tutto ciò. Si devono avere ricordi di molte notti d'amore, nessuna uguale all'altra, di grida di partorienti, e di lievi, bianche puerpere addormentate che si richiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso.
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giovedì 8 novembre 2007
E' tornata!
Polmonite? Chi se ne frega! La nonna (103 anni e 40 giorni) è stata ricoverata qualche giorno all'ospedale con la broncopolmonite. Dopo un paio di giorni s'è scocciata di star lì, s'è alzata in piedi e ha cominciato a urlare per il corridoio pretendendo di tornare a casa. Un medico è riuscito a convincerla, con un po' di forza, a tornare a letto, ma lei gli ha tirato un mandarino in testa. Dopo s'è calmata, s'è rifatta il letto e s'è messa a dormire. Stasera ha ricominciato a mangiucchiare e ora è lì che riposa nel suo letto di casa. Vedremo.
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sabato 3 novembre 2007
Racconto - L'acaro
Cammino tranquillo per i fatti miei, in quanto acaro io non ho mai disturbato nessuno, me ne sono sempre andato per i fatti miei e non ho mai dato noia a nessuno, nessuno che si sia mai venuto a lamentare del comportamento di un acaro, avete mai sentito qualcuno protestare per il comportamento di un acaro? No, al massimo per quello di una zanzara che succhia il sangue alla gente, un minuscolo essere vivente anche lei che però succhia il sangue a tutti e li infastidisce e li fa venir voglia di grattarsi ed è capace di far impazzire la gente con tutto quel suo succhiare e succhiare e succhiare; perfino una formica, una formica da sé no, ma le formiche tutte insieme sì, ho sentito molta gente che si lamentava per il comportamento delle formiche che camminano dappertutto, camminano tutte insieme, invadono le case delle persone, delle noiosissime persone che si lamentano di tutto e di tutti, avete mai sentito lamentarsi formiche, zanzare, acari del comportamento delle persone? No, invece loro sempre a lamentarsi. Comunque, ora non mi interessa, quello che volevo dire è un’altra cosa, che le persone si lamentano delle formiche, delle zanzare e dei più minuscoli esserini, ma mai degli acari. E dunque in quanto acaro e in quanto essere di cui nessuno si lamenta mai me ne cammino tranquillo tranquillo e chi ti incontro in mezzo alla mia strada? Una bolla. Doveva essere una di quelle bolle di sapone fatte da quelle persone ancora piccoline, le fanno per divertimento senza sapere quali sconvolgimenti possono creare nel nostro mondo di esserini. Ora, questa bolla, che poverina non era neanche colpa sua se era diventata bolla, io non ho niente contro le bolle in sé e per sé, ora questa bolla mi sbarrava la strada, e io ho invece qualcosa contro le bolle che mi sbarrano la strada. Io ho da fare, non posso esser sbarrato nel mio cammino da una bolla, la bolla è troppo larga per aggirarla, è troppo alta per scavalcarla, mi costringe a tornare indietro, a fare un giro lungo lungo, non vale la pena neanche fare questo giro tanto è lungo, quindi io, nel caso in cui mi trovi una bolla di fronte, io mi fermo e aspetto. In quanto acaro sono abituato a questi imprevisti, perciò sono molto paziente, molto molto paziente. Insomma, quando ti vedo questa bolla mi siedo e aspetto. E che cosa aspetto? Non c’è bisogno che lo dica, aspetto che scoppi! Le bolle crescono crescono crescono, crescono a vista d’occhio, fanno tanto le gradasse, ma prima o poi scoppiano. Le bolle sono nate per questo: per crescere, fare le gradasse e scoppiare. Io lo so e aspetto. Solo che questa bolla non vuol scoppiare. Oh! La mia vita è breve, io non posso aspettare mica una vita che una bolla scoppi per poter andare dove mi pare. Insomma, io sono più forte della bolla però mi tocca aspettare. Mi stendo per terra, mi metto di lato, chiudo gli occhi e dormo: prima o poi questa bolla scoppierà.
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giovedì 1 novembre 2007
Racconto - Il funerale
E’ un giorno di festa. Ridiamo, balliamo, cantiamo, sentiamo la musica che non suona nell’aria, noi la ascoltiamo anche se non suona, andiamo al suo ritmo, al ritmo della morte, il ritmo della morte è una campana che rintocca a lungo con grandi pause, per noi il ritmo della morte è uno sfrenato girotondo di bambini, siamo felici della morte, della morte di un nostro compagno che non sarà più tra noi, a pochi metri dalla bara noi godiamo della morte di un nostro compagno che non sarà più tra noi. Uno di noi è felice perché non lo sentirà russare nella notte, uno ha già preso le chiavi dell’armadietto e ha spostato un po’ della sua roba dentro quello del vicino di letto che ora è morto, uno sa che non lo vedrà più scaccolarsi mentre mangia, molti sono felici solo perché tutti gli altri gioiscono, anche io sono felice, io so che questa morte ha cambiato i nostri giorni dal ritmo sempre uguale. Sento una grande curiosità nel vedere quello che accadrà, ho visto alcune persone nuove, alcune persone che non avevamo mai visto, non sono vestite con i camici, oggi sono tutti vestiti eleganti come a una festa, gli infermieri ci lasciano in pace, non ci dicono che cosa fare, sono impegnati a comporsi in una grave serietà, non possono mostrare, loro, la soddisfazione di aver perso un disturbatore della quiete, quest’uomo era un rompipalle che non si stancava mai di importunare qualsiasi persona entrasse nel suo campo visivo, ogni persona che vedeva, malato medico infermiere suora visitatore, ogni persona lui la importunava, quest’uomo era fastidioso per tutti, a tutti si rivolgeva con lunghi giri di parole, ogni persona a cui lui si rivolgeva era irritata dalla sua pedanteria, i suoi discorsi erano solo richieste impossibili da esaudire, non ho mai visto un uomo o una donna che non fosse disgustato da quest’uomo pedante, quest’uomo dalle parole gentili e fastidiose, le sue domande erano rivestite da un forma molto curata di gentilezza, la sua educazione era esageratamente importuna per ognuno a cui lui si fosse rivolto, nessuno ha mai sorriso quando lui si è avvicinato con le sue domande moleste, tutti hanno cercato di liquidarlo nel più breve tempo possibile, tutti contorcevano la faccia in smorfie contorte per cercare di trattenere il disgusto verso quest’uomo, nessuno ha mai sorriso con lui, nessuno ha mai sorriso di lui. Ora noi sorridiamo alla sua morte, la morte di un uomo che chiedeva sempre, scusi, dopo aver interrotto il flusso dei miei pensieri e delle mie parole, l’uomo fastidioso mi disturbava con una lunghissima introduzione a quello che avrebbe poi detto, mi scusi signore, scusi se la disturbo, scusi sa signore, mi dispiace disturbarla, la sua era un’introduzione molto lunga e sempre fastidiosa a una domanda, mi permetto di disturbarla, signore, da quando ho conosciuto quest’uomo ho imparato ad apprezzare la maleducazione, le vorrei fare una domanda, se lei permette, ha ragione, sa, stava facendo altre cose, infatti mi dispiace molto interromperla proprio in questo momento, la sua domanda avrebbe potuto esser molto breve ma lui la distendeva in una domanda molto lunga, non avrebbe mica per caso, scusi se glielo chiedo, eh, signore, non potrebbe mica portarmi per caso un bicchiere d’acqua, sa, è molto caldo, e a me, scusi se l’ho interrotta, a me con questo caldo mi si è seccata la gola, ho sempre odiato le domande lunghe, soprattutto le domande di quest’uomo fastidioso che ora non ci disturberà più, se l’è portato via la morte, alla fine è venuta la morte liberatrice a portarsi via l’uomo fastidioso. È stata una morte utile, la morte cambia le cose, scombussola tutto, e noi dai cambiamenti possiamo trovare vie di fuga, vie di fuga dai pensieri sempre uguali, io sogno morti numerosi, immagino molte morti dentro questo ospedale, immagino che dovrò combattere con un virus che ucciderà tutti, tutti si sentono male, anche io, ma io sono forte, mentre tutti cadono ai miei piedi, pazienti infermieri medici, io sopravvivo a tutti. Forse se fossi stato colpito da grandi tragedie prima di entrare in questa città avrei combattuto con grande forza e tenacia, avrei combattuto queste sciagure, tutti avrebbero compreso le grandi difficoltà nelle quali mi imbattevo, sarei uscito dalla testa piena di pensieri dolorosi e avrei lottato nella vita reale, avrei combattuto per scopi comprensibili a tutti, ora festeggio questa perdita piacevole di un uomo che è andato via di qui, lui non tornerà più, ora staremo meglio, lui è morto noi siamo vivi. Ricordo bene il funerale di mio nonno da bambino, quando chiusero la bara dentro la terra e la ricoprirono, solo allora sentii che non avrei potuto più aiutarlo a sostenersi, ero il suo secondo bastone in aggiunta a quello che aveva sempre lui, fu allora che singhiozzai forte come non avevo mai fatto nella vita di bambino, quando la bara fu calata nella buca già pronta, un uomo che non conoscevo prese una vanga e si mise a buttar la terra sulla bara di mio nonno, solo allora capii, capii che non avrei più potuto sostenere mio nonno, capii che non avrei più potuto esser buono con mio nonno, esser buono con tutti, non avrei più aiutato nessuno a sostenere il proprio dolore, da quel momento finì la mia vita di bambino, la mia vita di bambino buono, non ero più in grado di sostenere nessuno, preso dal mio dolore non avrei potuto pensare a quello degli altri, il dolore di quest’uomo fastidioso e pedante e gentile e rompipalle non è mai stato nei miei pensieri, non ho mai sentito il suo dolore, ho solo sentito il fastidio delle sue frasi, il fastidio delle sue richieste, il fastidio della sua vita nella mia mente. Forse anche quest’uomo aveva un nipote, un nipote bambino, ma oggi non si è visto, nessun nipote si è presentato a singhiozzare per suo nonno. Al funerale è venuta solo una donna molto anziana che piangeva qualche lacrima, nessuno saprà mai da che cosa sono venute quelle lacrime e quanto dureranno, noi non sapremo chi era questa donna dalle poche lacrime. Avrei voluto vedere frotte di persone piangere disperate, ma non c’era nessuno, c’eravamo solo noi, poco in più là, festeggiavamo ognuno per sé, ognuno festeggiava per un proprio valido motivo la perdita definitiva di un fastidio, finalmente una novità che alleggerisce i nostri pensieri, che cambia il ritmo sempre uguale delle giornate sempre le stesse, alla fine anche noi possiamo godere di giorni piacevoli, di giorni di festa, il funerale del nostro compagno è stata una festa, abbiamo riso, abbiamo ballato, abbiamo cantato una musica piacevole, la musica della morte, la musica del nostro compagno fastidioso morto.
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giovedì 25 ottobre 2007
venerdì 19 ottobre 2007
Sonetto - Tanganica (di Homo Faber)
Tanganica
venato, chiaro, docile al lavoro,
non molto caro, mentre il tuo fratello
noce nostrale costa quanto l’oro.
E questo è il tuo peccato, il tuo rovello,
ché alfin ti trovi in casa di coloro
che non vogliono te, vogliono quello
ch’è d’alto prezzo e quindi dà decoro.
Sotto le mani del lucidatore
macchiato, contraffatto, convertito
cambi fisionomia, cambi colore,
com’io che fin da sempre ho preferito
alla mia voce, ai gesti ed al candore
la menzognera immagine di un mito.
Grazie a Homo Faber per avermi inviato il sonetto. Aspetto i commenti dei lettori! Silvio
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mercoledì 17 ottobre 2007
Racconto - Amore contro
Batte forte la pioggia questa sera, picchia sulla mia macchina con i tergicristalli a velocità massima, pulisco il vetro con la mano mentre salgo su per la collina, verso il bosco, la casa colonica sulla sinistra, gli ulivi dappertutto, la strada sale rapida, ancora poche curve, sono in anticipo, come al solito, guarderò l’orologio appena fermo, maledetta la mia ansia di non arrivare in tempo, sempre ad aspettare, gli altri non lo fanno mai per me, respirerò profondamente per togliermi questo brivido, piove sì ma non fa freddo, perché mi trema il corpo allora, avrò il tempo di placare questo respiro di gola, potrò massaggiarmi le guance, gonfiare la pancia, inspirare profondamente, espirare, emettere una voce prima bassa e poi sempre più acuta e sempre più forte, per riuscire a snodare la gola, movimenti di braccia, collo, gambe, difficili in questo metro quadrato ma necessari per cacciar lontano il tremolio della mia carne, pochi attimi e avrò tempo sufficiente per far tutto questo, mentre l’acqua mi aiuta a nascondere la mia figura, poche persone per strada, i più sono a casa immagino, davanti al camino, a tavola con i propri figli e le proprie mogli, non si avventurano come me fin quassù, e comunque penso che se qualcuno che mi conosce mi incrocerà non capirà chi sono, e perché sono qui, spengerò il motore dell’auto e in pochi attimi i vetri saranno appannati dal mio fiato, inaccessibile l’abitacolo alla vista, irraggiungibile all’orecchio, in questa notte di pioggia senza pausa, meglio di così non poteva andare, e allora, se le condizioni sono le migliori che potevo avere perché ancora questo tremito, nessuno mi vedrà, nessuno saprà, come fin dalla prima volta, non commettere atti impuri, ho peccato col pensiero, se lo desideri è come se lo avessi già fatto, fantasie di adolescente, chissà come sarà quando la prima volta, finalmente con una donna, aveva i seni cadenti, la pelle vizza, l’andatura lenta per la fatica di tirarsi dietro il corpo, il sorriso bambino, il desiderio costante di me, sottomessa alle mie voglie, non è per te, non è alla tua altezza, troppo vecchia, troppo brutta, troppo bagascia, è ora di cambiare, sei un uomo dunque ti è concesso ma ora basta, quella no perché, l’altra no perché, mai nessuna all’altezza, mai nessuna come, lo dico per il tuo bene, lei mi amava e io no, e non gliel’ho mai fatto credere pensando che le avrei poi procurato meno dolore, ma non è servito a nulla, questo non ha attenuato la mia colpa, non ha diminuito il mio rimorso, tutto quello che ha fatto lei per me, in cambio di pochi gesti di tenerezza e lunghe ore di sesso, urla nella notte, senza riguardo agli orecchi dei vicini, lo sperma sulla sua pancia per non lasciare ricordi di una storia a scadenza, e poi mi pulisco, lavo via a fondo per spazzar via tutto e ricominciare a sporcare, sempre più sporco, ogni giorno che passa sempre più diverso da quello che ero, ogni giorno un nuovo peccato, una nuova colpa, diversa e ripetuta, ma ecco l’ultima curva, mi infilo nella strada sterrata, nessuno passerà di qui stanotte, nessuno cercherà di entrare dove ora fermo la macchina, spengo il motore, guardo l’orologio, quindici minuti di anticipo, maledetta la mia fretta, devo ancora fare tutti gli esercizi che mi ero proposto di fare, ho tutto il tempo, abbasso lo schienale, è poco per allungare i muscoli fermi dalla tensione della guida difficile sulla strada bagnata, quante volte su questi due sedili, mai come stasera, tutto quello che credevo non avrei mai fatto poi l’ho fatto, quella volta con lei madre e un marito a casa che l’aspetta, non commettere adulterio, non desiderare la donna d’altri, chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore, io l’ho fatto e l’ho raccontato nella stanza della comprensione, nella stanza del non-giudizio, dove si può dire tutto, dove bisogna dire tutto, l’ho detto con un filo di voce, con le lacrime agli occhi, sudando come se ne fossi pentito, già desideroso di rifarlo, senza più lavarmi perché so che non mi pulirò mai, in auto in albergo in spiaggia, senz’altro scopo di liberarmi di questo peso, vedo i fari di un’auto pochi metri sotto a me e subito sento una piccola scossa alla pancia che non se ne va quando l’auto prosegue, sento uno squillo breve, prendo il telefono, un messaggio ricevuto, sono in ritardo qualche minuto, quanti mi hanno scritto queste poche parole o non l’hanno neanche fatto, si dà per certo che sia io ad arrivare per primo, l’attesa più lunga serve per aumentare il desiderio o per farlo sbollire, mi dà più tempo per prepararmi o mi crea altra inquietudine, sento un po’ di rabbia, cerco di pensare che è meglio che mi goda il tempo che passeremo insieme piuttosto che arrabbiarmi per i minuti sprecati, ne abbiamo già pochi, perché ritardare, avessi almeno portato un libro potrei leggerlo per ingannare l’attesa, dunque tiro fuori il cellulare, guardo i messaggi vecchi, ne cancello alcuni, registro chiamate, chiamate senza risposta, cancello, tolgo anche alcune chiamate ricevute, non si sa mai, qualcuno potrebbe scoprire qualcosa, guardo fuori per capire se sta arrivando, come se guardando arrivasse prima quel momento, apro il cruscotto, sistemo, tiro fuori il libretto di istruzioni, sfoglio, richiudo, guardo fuori, respiro, penso, è vero, le sarò riconoscente per sempre, mi ha liberato dall’adolescenza, mi ha fatto diventare uomo, e io non sono riuscito a non farla soffrire, ho chiuso le mani per non accarezzarla, ho teso i muscoli per non affondare nella sua pelle, le ho dato il mio corpo solo per godere, credendo che la mia potenza sarebbe stata per sempre, che il campo di battaglia sarebbe stato per il mio membro solo terreno di vittorie, che non sarebbe mai arrivata la paura e con essa come al solito la sconfitta, chissà che questa paura che sento ora non mi paralizzi anche stavolta, per questo riprendo la respirazione, accendo di nuovo il motore per scaldare la macchina, forse questo mi aiuterà, ancora qualche minuto e saprò chi sono, se è stata solo immaginazione, autoconvincimento, se quello che ero prima non esisterà più, o se quello che verrà ora si sostituirà al vecchio me stesso, o vi si affiancherà, non è possibile dai, io ho sentito, ho goduto, non è stata fantasia finora, ricordo benissimo tutte le volte che ho vissuto, di quella volta tra le fabbriche chiuse, in una strada senza sfondo, altre macchine non lontane, altri corpi che si intrecciano chissà se per mancanza di un letto su cui stare o per urgenza di soddisfare un desiderio, la gioia di sentirmi come gli altri, nudi loro nudi noi, la vedevo dimenarsi per le mie dita dentro di lei, e mi chiedevo come era possibile, insomma lo fa per farmi contento o perché le piace, perché proprio con me e non con qualsiasi altro, e questa era il pensiero, per non parlare dell’anima, quella poi mi seguiva e mi segue ancora, superbia, accidia, lussuria, ira, gola, invidia, avarizia, ma soprattutto lussuria, lussuria, lussuria, non commettere atti impuri, e sei fortunato ad esser nato uomo, altrimenti: zoccola puttana eccetera eccetera, e dunque anche lei che continua a mugolare qui vicino a me, che ci troverà poi, anche lei lo è, e dunque io, sono un ragazzo perbene, lo dicono tutti, ora non più, buon segno, dunque io che sono con lei non dovrei esserci, io, non capisco, sono confuso, so solo che l’uccello sta lì piccolo e molle e per stasera, come tante altre in futuro, non crescerà e non si indurirà, per favore almeno stasera, vorrei che almeno stasera tra queste colline, altrimenti non capirò, voglio capire tutto ora, subito, penso questo mentre continuo a guardare l’orologio, a scrutare la strada di sotto, a scaldare l’abitacolo, passano i minuti ma io sono solo, perché sono qui, perché questa nuova avventura, perché non un libro il divano la televisione, perché, sto davvero cercando sperimentando capendo, o voglio solo andare contro, combattere, distruggere, chi potrà mai dirlo, l’unica verità è che sono qui invece che là, che non fuggo nonostante il terrore soffochi il desiderio, vorrà pur dire qualcosa, vero desiderio o abitudine a mantenere le promesse accada quel che accada, non capisco mai, non so quale sia la causa quale l’effetto, perché, se proprio vuoi rompere e distruggere e uscire dalla strada ordinaria, perché non con lei che attende solo che tu le dica: andiamo, solo un gesto una parola, perché tante domande, perché tanti perché, in questa notte di pioggia, ora è forte forte forte, e sorrido per questo, dopo tanto tempo, ed è bello star qui ad aspettare, e in fondo prima o poi doveva accadere, non vedo l’ora, speriamo che sia come talvolta l’ho immaginato, e in fondo la realtà può essere più piacevole della fantasia, avevo sognato solo donne belle alte bionde giovani perfette, avevo cacciato via i pensieri di me sopra lei sotto lei dentro lei, alla fine mi ha preteso, io le dicevo no no no, ero donna io uomo lei, da questo punto di vista, le ho ceduto quella sera, pensando che chissà che succederà, e invece ho scoperto che anche la bruttezza può dare piacere, il gusto dell’atto fisico in sé e per sé, senza pensiero, senza ragionamento, senza un dopo, quel momento e quell’atto, hic et nunc, e non ho potuto fare a meno di lei, per notti e notti, e giorni e mesi e anni, non ho mai desiderato altro che quest’esercizio fisico e vocale, lei me lo concedeva tutti i giorni e più volte, e io dimenticavo tutto, e le paure, e le regole, e i principi, e la morale, e c’era il mio pene turgido a dimostrarlo, e pensavo che sarebbe durato per sempre, un dato ormai appreso, come un bambino che ha imparato a parlare e non lo dimenticherà più, io invece sì, ho dimenticato tutto, ero presuntuoso e sono stato punito, ora lotto contro questo pensiero, se penso questa cosa essa accadrà, non però quando più lo vorrei, come ora, spero di veder spuntare i fari là sotto ma questi non si materializzano, lo so anch’io, sono razionale, non scaramantico, purtroppo, mi aiuterebbe molto, bisogna che venga, vieni vieni vieni, idea, forse dovrei mandare un messaggio, per ingannare l’attesa, però l’attesa diventerebbe più lunga, in questa notte di pioggia in cui anche i più imprudenti, impegnati ad attraversare pozze d’acqua lunghe e profonde e a combattere la pioggia con l’arma del tergicristallo, neanche i più imprudenti leggono i messaggi guidando, dunque non scrivo ma comincio a spazientirmi, vorrei battere con i pugni chi mi fa aspettare così tanto, tiro su la testa perché senza che me l’aspettassi ho i fari di un’auto che illuminano il mio specchietto, devo essermi distratto guardando il telefonino, che bello, non ho più voglia di picchiare nessuno, via l’ansia dell’attesa, via l’incombenza del tempo, l’auto ha già spento i suoi fari, l’ombra che aspettavo è già quasi al mio sportello, mi allungo per aprirlo, vieni, oh, finalmente, madonna che pioggia, e per fortuna che ora è diminuita, ti sporco la macchina, non importa quel conta è che siamo insieme, guarda, è stata un’attesa infinita, per pochi minuti, beh, ero arrivato prima, ma non è questo, è che avevo voglia di vederti, anch’io, sistemati dai, i vestiti sono bagnati, i capelli anche, e perciò allungo le mani dentro i suoi capelli, e massaggio la testa, c’è silenzio ora, mi piace questo silenzio, con le chiacchiere non combino mai nulla, ho bisogno dell’incertezza del chi parla che facciamo che cosa significa questo vuoto, ho bisogno di questo perché agisca, come quella volta che dopo anni e anni di chiacchiere e momenti di vicinanza e di contatto e di occasioni rimaste tali, quella volta mi sono trovato discosto da lei e c’era silenzio e non c’era nulla di significativo che fosse accaduto, eppure eravamo stati spesso da soli stesi su un letto stretti come fossimo due amanti, o l’una in braccio all’altro, ma non c’era mai stato silenzio, io credo, o non c’eravamo mai guardati silenziosi come quella sera d’estate, in questa stessa macchina, le feci solo una carezza, chissà quante carezze le avevo fatto da quando ci conoscevamo, ma già lei e io avevamo capito che era diverso, infatti lo fu, facemmo l’amore grazie a quel silenzio prolungato, e ora mi viene in mente quella sera mentre gratto la sua testa con le mie mani che si divertono a penetrare nei suoi capelli folti e un po’ bagnati a causa della pioggia che ora ricomincia, senti com’è forte, hai avuto fortuna ad arrivare proprio mentre diminuiva, e ora, e ora, e ora, che facciamo, come funziona, quali sono i passaggi, eppure dovrebbe esser facile, non è la prima volta, ma questa è speciale, questa è diversa, aspetto le sue mosse, meglio che non mi sbilanci, se ne sta lì, continua a sistemarsi, a guardarsi nello specchietto, non tocco più i suoi capelli, ho le mani nelle mani, finalmente si ferma, posso allungare il braccio per accarezzare il suo viso, una carezza prolungata, fissando i suoi occhi, ora vieni, a te la prossima mossa, è un momento importante, è il momento dell’incertezza, che cosa accadrà, peccato gravemente contrario alla castità, non ho tempo di pensare, non ho tempo di sentire il mio fremito, di abbassare la mano per ascoltarmi la pancia, siamo vicini, la mia bocca e la sua, non ce la faccio più a resistere, a resistere al desiderio o all’incertezza o alla paura, qualunque cosa sia, il fuoco è quasi alla finestra e se devo buttarmi di sotto tanto vale che lo faccia ora, prendo il suo viso con tutte e due le mani, metto la sua bocca contro la mia e bacio e bacio e bacio, senza fiato, secondi e secondi e secondi senza pensiero finché non mi stacco per prender fiato e per vedere se è vero, per sentire che è cresciuto, là sotto è cresciuto, c’è solo quello, la voglia, il desiderio, posso superare l’ostacolo, scavalcare la leva del cambio, sono di là, il sedile è gia abbassato, siamo abbracciati, siamo nudi, non mi faccio domande, non c’è tempo in questa frenesia di movimenti, strusciamenti, toccamenti, prende il mio pene, vorrei anch’io, cerco di capire come dovrei spostarmi, e alla fine anch’io lo prendo, per la prima volta, non ho più paura, posso muoverlo per far piacere a lui, checca finocchio frocio, non mi disturba sentire tutto il suo corpo su di me, la sua pelle ruvida, lo bacio e penso, penso a come sono distante, al tempo che è passato, perché tanta strada per arrivare fin qui, perché tanti sogni soffocati, tanti pensieri cacciati via, tanti momenti perduti in una vita così breve, forse già lo amo, non ho niente contro di loro ma se prova ad avvicinarsi, forse dicono così perché hanno paura, hanno paura di scoprire come me, come me stasera, quelli che sono davvero, ora capisco, ho nascosto a me stesso tutta questa roba per tanto tempo, ma in questa notte di pioggia ho ripreso il mio corpo e la mia anima.
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domenica 14 ottobre 2007
Acquerino
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lunedì 8 ottobre 2007
Racconto - Apro gli occhi
Apro gli occhi, sono sveglio. Cerco di capire dove sono, guardo verso la finestra alla mia sinistra, ma la finestra non c’è. Non sono a casa mia, non è la mia camera. Guardo in alto, vedo la rete della branda sopra di me. Mi volto: decine di brande a castello. Il muro è grigio, il soffitto è grigio, il pavimento di cemento è grigio. Pochi attimi. Sei e trenta: sveglia. Urla, urla a squarciagola, bòtte, bòtte dappertutto, manate alle ante degli armadietti, calci alle brande. Sveglia! Sveglia! Sveglia! Venti minuti: salta giù dal letto, apri l’armadietto, prendi le tue cose, corri in bagno, piscia, làvati, fatti la barba, torna alla branda, metti la mimetica, i calzini, gli anfibi, la cerata, disfa il letto, fai il cubo. Un ragazzetto, grossomodo la mia età, venti centimetri meno, si avvicina, lo butta in aria: rifallo. Si accorge di un altro, un tipo alto, biondo e molto lento che cincischia con le scarpe. Gli corre incontro. Urla, insulti, bestemmie. Do un’occhiata alla scena, poi riprendo. Fai il cubo, controlla i vestiti, corri, corri, corri, giù dalle scale, tutti in fila. Muoversi cazzo, muoversi rincoglioniti. Sotto i portici fa freddo, nel piazzale c’è la nebbia. Sono con i miei amici fraterni, amici da lungo tempo, due settimane ormai. Soffro come loro, piango come loro, svengo come loro. Vai in fila per la colazione, tieni la gavetta in mano. Un po’ di latte, una piccola pasta confezionata. Mangia rapido, rimettiti in fila, torna nelle camerate. Urla, insulti, bestemmie.
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mercoledì 3 ottobre 2007
Racconto - Una madre, un bambino
Una madre, un bambino
Cerco mia madre nella carne dura di un donnone dall’età sconosciuta, dai modi burberi, sorda a tutte le mie parole, a ogni mio sguardo, guardami, non vedi, sono stato abbandonato in un mondo troppo vuoto per me, non mi basta un corpo da penetrare, ho bisogno di uno sguardo tenero, di una mano grande che lisci i miei capelli bambini, di un posto morbido dove poggiare la mia testa distrutta dai pensieri del giorno, la mia mente bisognosa di riposo dalla fatica quotidiana del vivere la paura. Le pareti della sua stanza sono grigie, i suoni della sua bocca sono volgari, il suo sorriso è giallo. Fuggo via. Cerco mia madre in una donna dagli occhi lucidi, il sorriso all’insù, il portamento eretto, le parole gentili, i discorsi garbati, i principi buoni, i modi corretti, le chiedo in forma ufficiale, lettera, dichiarazione, firma, busta, indirizzo, timbro, cassetta, le chiedo di farmi dimenticare e ricordare l’abbraccio di mia madre e il calore del suo corpo, le chiedo di sostituirsi a lei, le lascio sulla carta anche le gocce di lacrime uscite dei miei occhi perché capisca meglio la forza del mio desiderio, al mattino la vedo inginocchiarsi e abbassare lo sguardo, il viso verso terra in segno di sottomissione, la fronte corrugata a mostrare l’intensità del suo sentimento, la vedo così in ginocchio di fronte alla croce di Cristo, alla sera la vedo inginocchiarsi e abbassare lo sguardo sul mio pene in cerca di liberazione dalla paura di restare solo, mi sfinisco a chiedermi perché tante anime in uno stesso corpo, chi è questa donna che ora, chiusi in un appartamento silenzioso di una città silenziosa, non vuole più darmi il piacere della carne, io chiedo solo questo, non voglio né tenerezza né pace né promesse né amore, voglio solo un pezzo di corpo con il quale ottenere piacere fisico, siamo fatti di corpo, solo di corpo, ora dunque fermati e lasciami soddisfare il mio appetito, non urlare, potrebbero sentirci, è troppo tardi per dire no. Cerco mia madre nel seno florido di una ragazza di cui non capisco la lingua, e mi chiedo quanti milioni di parole devo ascoltare, senza che neanche una riesca a colmare il vuoto di quel giardino, e neanche due occhi nei miei occhi per dirmi: vieni, ecco, puoi stenderti su di me, so di che cosa hai bisogno, lei che non può parlarmi l’ha capito, forse perché non potendolo fare con la voce mi ha parlato con gli occhi e con il corpo, gli unici che possono davvero dirmi qualcosa, la bocca no, quella non può farlo, per una notte mi accoglie senza una parola sopra il suo ventre e il suo seno e la sua carne sempre abbondante come tutte le carni che emanano calore. Ma è solo una notte. Cerco mia madre in una donna che ha bisogno di un figlio e mi tira dentro il suo corpo gelido e mi tiene stretto per non farmi fuggire e vuole che io la tenga stretta stretta, non vuole sesso, per carità, dice lei, troppa la sua età, poca la mia, dice lei, potrei essere tua madre, dice lei, che cosa dice, che cosa vuole, mi chiedo io, si parla per parlare a se stessi o agli altri, e me lo chiede a gran voce, questo abbraccio, davanti a tutti, non sa che non si può chiedere un abbraccio, si può solo aspettare che ce lo diano, e anch’io non lo sapevo questo, chiedevo chiedevo chiedevo, mi prostravo ai piedi delle donne in cerca del loro abbraccio, solo quando ho smesso di chiedere ho potuto ricevere, lei invece continua a chiedere perché non ha ancora trovato suo figlio, lo cerca in me e io in lei cerco mia madre, ma non può continuare, l’abbraccio di una madre a suo figlio è per sempre, prima o poi questo abbraccio, con questa donna, si dissolverà, diventerà solo ricordo vuoto. Cerco mia madre in una donna che mi prende e mi lascia, mi prende e mi lascia, mi stringe forte e non vuole esser stretta, una donna dal corpo scisso a metà che cerca le mie parti intime, le sfiora e le fugge, mi teme, teme le mie mani quanto la mia mente, ha paura che la denudi della sua corazza di certezze e razionalità, forse non sa se mi vuole, certo non capisce se la voglio, ma io, io chi è che non voglio, sempre in cerca di quel corpo e di quel calore, ogni donna è occasione buona per aiutarmi a ricordare, posso prendere ogni corpo e usarlo per il mio gioco di bambino, posso lasciarlo senza accorgermi di averlo fatto. Cerco mia madre anche in una piccola figura di donna che mi ascolta ogni giorno diluviare le parole come non ho mai fatto da quando sono nato, credendo così anch’io di poter soffocare il desiderio parlando parlando parlando, senza mai chiedere quello di cui ho bisogno, ogni giorno a dire: lo farò domani, ogni giorno a pensare: in futuro verrà il momento buono, ogni momento a credere che quello dopo sarà migliore, così la tengo per le gambe o per le spalle o per i fianchi o per qualsiasi altra parte del corpo come se fosse mia, ma nonostante tutte queste parole e questa intimità non smetto mai di parlare, non prendo mai le distanze per dire: ecco, siamo qui, io e te, uniamoci, perché, è vero, bisogna prendere le distanze per saltare negli altri, e io continuo a rimandare il momento della rincorsa, e quello del salto, e mica solo con lei, no, mica solo con lei, con un’infinità di donne, forse per paura che il salto sia vano o doloroso o senza senso, così le sto addosso come se le fossi già dentro, ma addosso è diverso da dentro, ed è andata a finire che vicino vicino è diventato lontano, ora lei non c’è più, l’ho rivista solo stasera in una signora che aveva una qualche parvenza di lei, forse le narici larghe, le guance gonfie, la gambe carnose. Cerco mia madre chiuso in migliaia di pagine di carta, la cerco in posti lontani centinaia di chilometri, in persone che non sanno chi sono, che non dicono mamma per chiamare la propria madre, la cerco il più lontano possibile, perché vicino vuol dire sofferenza, dolore, sconforto, fuggo dal passato, voglio lasciarlo a terra quando mi alzo in volo per sognare, ma il passato mi segue anche lì, non riesco a farlo sfracellare scaricandolo dall’alto, quando si sogna la realtà dovrebbe sospendersi e invece no, anche lì suore, bambine, pianti. Fino a che, stanco di peregrinare in cerca di, stanco di lottare per, stanco stanco stanco, mi fermo, e tutto quello che si avvicina lo allontano per non illudermi e poi esser deluso. Una donna alta e bella e formosa e interessante e, mi si avvicina e mi dice, e mi chiede, e mi propone, e si propone, e io, e io, e io lì a pensare, la bocca ferma, gli occhi fermi, le mani ferme, perché tutta questa fatica immensa, perché ogni volta ricominciare, perché provare ancora, non servirà a niente, non voglio il tuo grande seno, le tue labbra carnose, le tue gambe perfette, voglio chiudermi nella camera di quando ero bambino, stendere i muscoli flaccidi, dormire senza sosta alla ricerca del nulla. Ma il nulla, neanche quello mi viene incontro, dunque mi alzo sonnambulando in un mondo di svegli, e ora non ricordo più che cosa stavo cercando, non ricordo perché mi sono alzato, so solo che devo mangiare, bere, dormire, respirare, null’altro, niente più di quello che mi faccia sopravvivere, ora non penso più, mangio, bevo, dormo, respiro, non ho tempo di farmi domande né penso a quando me le facevo, non ansimo alla ricerca di quello che ormai ho dimenticato. Mi sono illuso di trovare mia madre in tutte le donne con le quali ho parlato, ho camminato a fianco, ho condiviso la mia nudità, o anche solo immaginato di farlo, ma ho dovuto vagare nel tempo e nello spazio, vagare vagare vagare, per poterlo trovare in un’altra donna, per colmare il vuoto di un giardino senza madre, ho dovuto salire centinaia di scale altissime, sedermi a piangere per ore e ore e ore, farmi aprire decine di porte da donne senza un ventre caldo, ho dovuto odiare questa donna per essermi sfuggita per un tempo senza fine, perché ha tentato di fuggire dal mio abbraccio irrespirabile, ho dovuto penetrare pareti e pareti e pareti con il mio urlo poderoso, sbattere oggetti con la violenza dei pazzi, deturpare il mio volto con le rughe della sofferenza, i miei capelli con il colore della vecchiaia, sconquassare tutti gli affetti di me bambino pur di ritrovarlo, pur di riempire il vuoto di un abbraccio caldo di una madre e di suo figlio.
Pubblicato da silviodulivo 10 commenti